Note su alcuni resoconti sinodali dalle diverse diocesi. La richiesta da parte di alcuni giovani di ritornare al latino che cosa significa?

Come diceva Rousseau…

Un celeberrimo aforisma di Rousseau afferma che «per insegnare il latino a Giovannino non basta conoscere il latino, bisogna soprattutto conoscere Giovannino»: il che, al di là dell’usurata ovvietà, ha in ambito ecclesiale più di un risvolto.
A spulciare tra le varie sintesi di questa prima fase d’ascolto sinodale si trovano molti e vari elementi, l’eco dei quali sicuramente dipende anche dalla fonte che li riporta, sottolineando un aspetto piuttosto che un altro, visto che il tempo della consultazione ha permesso alle risposte di spaziare a tutto tondo. Lo abbiamo visto anche per quanto ha riguardato la comunicazione sul caso tedesco, oggi, per fortuna, passato in sordina, lasciando giustamente spazio anche ad altre realtà.

Come l’Australia e il suo Concilio plenario, di cui abbiamo parlato qui. O l’Italia, di cui abbiamo scritto qui e qui e di cui c’è da segnalare il testo che indica alcuni snodi pastorali prioritari nazionali a firma di mons. Erio Castellucci, approvato dalla recente Assemblea della CEI (in Regno-doc. 11,2022,321). Tra l’altro alcune diocesi (Como, Padova, Savona-Noli, Napoli, Cefalù) stanno celebrano un proprio sinodo locale in contemporanea al lavoro di quello universale.

O come l’America Latina, dove in maggio è iniziata a cura del CELAM la fase continentale del Sinodo con riunioni di gruppi regionali.
O come l’Africa, di cui si può leggere qui e qui.

C’è chi sottolinea la richiesta, emersa in Spagna a Barcellona e a Saragozza, che si ridiscuta del celibato dei presbiteri e del sacerdozio delle donne; chi riprende la discussione di Savona-Noli (Italia), o il documento di sintesi della Svizzera, o quello proveniente dall’Olanda su una maggiore partecipazione di laici, donne e persone LGBT nella pastorale.


I giovani di Vannes secondo la FSSPX

C’era anche la questione generazionale dei giovani, tema per il quale non è evidentemente bastato il Sinodo monografico del 2018. Per lo più si sottolinea un loro generale allontanamento dalla pratica ecclesiale; qualcuno aveva anche ipotizzato che solo una Chiesa sinodale può farli riavvicinare e renderli maggiormente protagonisti; ma c’è anche un altro punto di vista da considerare: quello dei giovani che chiedono e amano una Chiesa delle tradizioni, della liturgia in latino (che per lo più non sanno), di un insegnamento forte e chiaro. Lo mette in luce il blog della lefebvriana Fraternità sacerdotale San Pio X (FSSPX), che riprende e commenta la sintesi di una diocesi della Bretagna, Vannes.

Dalle 400 relazioni diocesane, che rappresentano 3.000 fedeli che hanno preso la parola, la diocesi lamenta infatti un consistente «divario generazionale»: un dato che, piaccia o meno, riflette una realtà che deve fare interrogare.
«Le generazioni più anziane tendono a criticare la Chiesa, i suoi riti, la sua santità, il suo sacerdozio o il suo abito clericale, mentre le generazioni più giovani chiedono più trascendenza, chiarezza dottrinale e visibilità dal clero». Assente la generazione di mezzo, quella nata negli anni del Concilio, che il blog tradizionalista accusa di essersi liberata «del sacro e della dottrina senza alcuno scrupolo».
Così la discussione è polarizzata, per esempio, sulla liturgia, dove i più anziani – afferma il documento della diocesi – «pensano di poter attrarre i giovani escludendo il sacro o la lingua latina, mentre i giovani liceali ci hanno raccontato il loro desiderio di poter scegliere tra la messa in latino e quella in francese».
Caso classico: il tema dell’«abito clericale» tradizionale o del «ruolo delle donne». Questioni che «sembrano importanti per i nostri anziani, ma la risposta dei giovani partecipanti – bambini, studenti, lavoratori – è che a loro non importa». Anzi, addirittura una donna avrebbe detto che si sentiva soffocata dalla presenza delle tante donne – «sacriste, animatrici, catechiste, coriste, organiste, fioriste» – che ricoprono tutti questi ruoli nella Chiesa…


Le risposte serie sono sempre complesse

Al di là di come la si possa pensare, forse si deve convenire su un punto: «Gli anziani, molti dei quali hanno partecipato al Sinodo, pensano alla Chiesa di domani per i giovani senza comprenderne appieno i bisogni e le aspettative». E, anzi, di fronte alle giovani famiglie che fuggendo dalle grandi città vengono ad abitare in una zona più periferica, si trovano di fronte a una Chiesa «diventata proprietà dei più anziani».
Ma, contrariamente a quanto potrebbe lasciare intendere il blog della FSSPX, il documento della diocesi di Vannes non prospetta l’unica ricetta di un ritorno agli abiti liturgici tradizionali (quelli che il papa ha definito «merletti della nonna») o al latino, ma una molteplicità di vie possibili a tracciare il percorso di una Chiesa che possa essere casa al contempo per i «vecchi frequentatori» e per i nuovi, giovani entusiasti, neofiti, ma anche ricomincianti con situazioni di vita complicate alle spalle: formazione, percorsi d’accompagnamento spirituale per formare «cellule d’ascolto», semplificazione del linguaggio ecclesiastico dei documenti ufficiali, approfondimento della Parola, missioni parrocchiali itineranti, incontri tra famiglie nelle case in occasione della preparazione ai sacramenti…

È quindi evidente che le risposte (serie) sono sempre complesse e che, alla fin fine, dopo che abbiamo capito chi è il nostro «Giovannino», dobbiamo anche domandarci perché lui voglia tanto imparare il latino e se davvero la risposta alla sua domanda è una sola ed è quella che abbiamo in tasca, pronta all’uso.

Maria Elisabetta Gandolfi

Maria Elisabetta Gandolfi

Caporedattrice Attualità de “Il Regno”

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