«Considerando, da un lato, i diritti e gli obblighi dei genitori riguardo la loro progenie e dei figli riguardo i loro genitori e, dall’altro, l’incompatibilità del ruolo di “padre di famiglia” con il ministero e la vita sacerdotale in regime cattolico romano, chiediamo a ogni prete della Chiesa-famiglia di Dio che abbia un bambino di occuparsene completamente e, per fare questo, di sollecitare la dispensa dagli obblighi sacerdotali presso il santo padre».

Nell’ultimo numero de Il Regno-documenti viene pubblicata la traduzione italiana del documento Alla scuola di Gesù Cristo (cf. Ef 4,20). Per una vita sacerdotale autentica. Esortazione ai presbiteri sulla castità sacerdotale e sui diritti dei bambini e delle persone vulnerabili, pubblicato il 4 marzo al termine dell’Assemblea plenaria della Conferenza episcopale nazionale del Congo (CENCO).

Con questo testo l’episcopato congolese ha voluto affrontare un fenomeno diffuso, quello dei preti con famiglia.

Una scelta di trasparenza che è stata intrapresa anche nella prospettiva della visita di papa Francesco, che avrebbe dovuto recarsi dal 2 al 5 luglio nella Repubblica democratica del Congo, in cui le 47 diocesi cattoliche rivendicano il 40% dei quasi 90 milioni di abitanti. Per chi non ascolterà l’appello dei vescovi alla coerenza di vita si prospetta la dimissione dallo stato clericale.

Il viaggio del papa nel frattempo è stato rinviato a causa della salute di Francesco, afflitto da un dolore al ginocchio che richiede terapie e riposo.

Pubblichiamo qui la prima parte del testo, «La castità e il celibato sacerdotale», mentre le altre due parti, «I diritti dei bambini e delle persone vulnerabili» e «Giustizia e riparazione», sono reperibili on-line su ilregno.it. (DS)

La castità e il celibato sacerdotale

5. Abbiamo assunto l’impegno di rimanere casti e celibi per il Regno al momento della nostra ordinazione diaconale. Ricorderemo sempre il rito della nostra ordinazione (diaconale; ndr), durante il quale si risponde alla domanda del vescovo: «Tu che sei pronto a vivere nel celibato: vuoi, in segno della tua totale dedizione a Cristo Signore custodire per sempre questo impegno per il regno dei cieli a servizio di Dio e degli uomini?».
Ognuno di noi ha risposto personalmente, e spesso solennemente: «Sì, lo voglio». Questa risposta è un’espressione del dono di sé a Cristo Signore. Il fine di questo dono di sé è il regno dei cieli (cf. Mt 19,12). Nei religiosi, questo impegno assunto nel momento del diaconato serve a rafforzare il consiglio evangelico di castità assunto già con la professione pubblica dei voti perpetui, che comporta l’obbligo della continenza perfetta e perpetua nel celibato. La disponibilità che il celibato offre si manifesta attraverso il servizio di Dio e del prossimo (cf. 1 Cor 7,32).

 

La castità, un dono di sé
per una fecondità spirituale

6. Questo dono di noi stessi, se comporta la rinuncia alla paternità vissuta nel matrimonio, non per questo è sterile! È portatore di una grande fecondità spirituale che si percepisce solo con lo sguardo della fede. Nella sua prima Lettera ai sacerdoti, in occasione del Giovedì santo 1979, papa Giovanni Paolo II scriveva: «Il celibato “per il Regno” non è soltanto un segno escatologico, ma ha anche un grande significato sociale, nella vita presente, per il servizio al popolo di Dio. Il sacerdote, attraverso il suo celibato, diventa l’“uomo per gli altri”, in modo diverso da come lo diventa uno che, legandosi in unità coniugale con la donna, diventa anch’egli, come sposo e padre, “uomo per gli altri” soprattutto nel raggio della propria famiglia: per la sua sposa, e insieme con essa per i figli, ai quali dà la vita. Il sacerdote, rinunciando a questa paternità che è propria degli sposi, cerca un’altra paternità e quasi addirittura un’altra maternità, ricordando le parole dell’Apostolo circa i figli, che egli genera nel dolore (cf. 1Cor 4,15; Gal 4,19). Sono essi figli del suo spirito, uomini affidati dal buon Pastore alla sua sollecitudine. Questi uomini sono molti, più numerosi di quanti ne possa abbracciare una semplice famiglia umana». È in questo senso che si può comprendere l’affermazione secondo la quale i sacerdoti sono «sposati» con la Chiesa.

 

Il celibato sacerdotale,
espressione del mistero della configurazione a Cristo

7. La castità, dono di sé per il Regno, trova il suo pieno significato nella configurazione a Cristo servo che si è fatto tutto a tutti. Considerando l’esercizio del ministero sacerdotale nelle sue diverse forme, la gente a volte parla del sacerdozio come di una professione, di una funzione di presidenza dell’assemblea eucaristica. Dobbiamo sottolineare che il sacerdozio non è solo un ufficio che abbiamo ricevuto, una funzione qualificata da svolgere al servizio del popolo di Dio. Noi preti non siamo come dei «funzionari del sacro» perché, mediante l’ordinazione, siamo segnati da un carattere speciale che ci configura a Cristo, sacerdote, per renderci capaci di agire in persona Christi capitis («nella persona di Cristo capo»).

8. L’ordinazione sacerdotale continua e approfondisce il dono di sé, che nel diaconato acquista un senso mediante l’impegno al celibato. Lo possiamo osservare nel dialogo tra il candidato e il vescovo: «Volete essere sempre più uniti strettamente a Cristo sommo sacerdote che come vittima pura si è offerto al Padre per noi consacrando voi stessi a Dio insieme a lui per la salvezza degli uomini?».

9. La nostra risposta pronunciata liberamente è stata: «Sì, con l’aiuto di Dio, lo voglio». Con l’ordinazione presbiterale lo Spirito santificatore ci ha configurati al Signore Gesù, rendendo ciascuno di noi un alter Christus. Il celibato diviene l’espressione del nostro amore per il Signore. Infatti «l’ordinazione sacra, (…) configura il sacerdote a Gesù Cristo capo e sposo della Chiesa. La Chiesa, come sposa di Gesù Cristo, vuole essere amata dal sacerdote nel modo totale ed esclusivo con cui Gesù Cristo capo e sposo l’ha amata. Il celibato sacerdotale, allora, è dono di sé in Cristo e con Cristo alla sua Chiesa ed esprime il servizio del sacerdote alla Chiesa in e con il Signore».

10. Siamo chiamati, giorno dopo giorno, a rinnovare nella gioia il dono totale di noi stessi e l’impegno per un celibato fecondo. Solo nella semplicità e nell’umiltà possiamo vivere autenticamente la configurazione a Gesù Cristo, impegnandoci nelle vie tracciate da lui stesso: la castità perfetta nel celibato consacrato, l’obbedienza e la povertà. Lungi dall’essere ostacoli alla nostra realizzazione, questi consigli evangelici ci inseriscono in una profonda amicizia con Cristo. È questa amicizia che ci apre al mondo e che suscita in noi una «carità pastorale» più premurosa verso tutti coloro con i quali Cristo si identifica (cf. Mt 25,40).

 

Il celibato sacerdotale
per il servizio nella libertà

11. In occasione della sua prima visita apostolica nel nostro paese, papa Giovanni Paolo II ci esortò a ravvivare in noi il senso del celibato sacerdotale: «Il sacerdote che, nella scelta del celibato, rinuncia all’amore umano per offrirsi totalmente a quello di Dio, si rende libero per donarsi agli uomini mediante un dono che non esclude persona alcuna, ma li comprende tutti nel flusso della carità che proviene da Dio e conduce a Dio. Il celibato, legando il sacerdote a Dio, lo libera per donarsi a tutte le opere richieste dalla cura delle anime».

12. In questo senso, possiamo nuovamente ricordare l’insegnamento di papa Giovanni Paolo II nella sua Lettera ai sacerdoti del Giovedì santo 1979: «La vocazione pastorale dei sacerdoti è grande e il Concilio insegna che è universale: essa è diretta verso tutta la Chiesa (cf. Presbyterorum ordinis, nn. 3, 6, 10, 12) e, quindi, è anche missionaria. Normalmente, essa è legata al servizio di una determinata comunità del popolo di Dio, in cui ognuno si aspetta attenzione, premura, amore. Il cuore del sacerdote, per essere disponibile a tale servizio, a tale sollecitudine e amore, deve essere libero. Il celibato è segno di una libertà, che è per il servizio. In virtù di questo segno il sacerdozio gerarchico, ossia “ministeriale”, è – secondo la tradizione della nostra Chiesa – più strettamente “ordinato” al sacerdozio comune dei fedeli».

13. Certo, siamo scelti fra gli uomini e viviamo in mezzo a loro, cristiani con loro. Ma noi siamo «separati», totalmente consacrati all’opera della salvezza; «la funzione dei presbiteri, in quanto strettamente vincolata all’ordine episcopale, partecipa dell’autorità con la quale Cristo stesso fa crescere, santifica e governa il proprio corpo».

14. Questo comporta una conseguenza nella nostra vita quotidiana. È naturale che cerchiamo costantemente di conformare a Cristo, di cui siamo ministri, non solo i gesti del ministero, ma anche i nostri pensieri, il dono totale del nostro cuore, la nostra condotta, come discepoli che giungono a ricreare i misteri della sua vita. Questo presuppone una vera intimità con Cristo nella preghiera. Nel suo amore per Cristo, nella sua preghiera costante, nell’offerta delle sue tribolazioni o delle sue mortificazioni volontarie, il santo Curato d’Ars si è rivelato un vero intimo di Cristo. Non si è limitato a compiere esteriormente i gesti della redenzione, ma vi ha partecipato con tutto se stesso.

 

La castità per la santificazione

15. All’interno della vocazione universale alla santità, alla quale i fedeli sono chiamati, i sacerdoti sono tenuti in modo peculiare a tendere alla santità, in quanto «consacrati a Dio per un nuovo titolo mediante l’ordinazione» (can. 276 § 1).

16. Noi conosciamo il valore del sacramento dell’ordine, ma allo stesso modo conosciamo le nostre difficoltà e le nostre fragilità: l’inclinazione o le pulsioni dell’istinto che è necessario educare; il movimento della libertà sessuale che si globalizza e non lascia indenne la Chiesa, mettendo in discussione il valore della continenza perfetta; l’uso incontrollato dei mezzi di comunicazione; le gravi posizioni culturali in certi ambienti che non conoscono divieti sul piano sessuale e che necessitano un risanamento; la povertà materiale o la miseria che non favoriscono la pratica delle virtù.

17. È in questo contesto che siamo chiamati a rendere testimonianza del sacerdozio di Cristo onorando i nostri obblighi clericali della castità e del celibato, custodendoli come un tesoro, pur nella consapevolezza che abbiamo questo tesoro in vasi di creta.

18. È con cognizione di causa che papa Benedetto XVI ci incoraggiava a sostenervi ed esortarvi a condurre un’esistenza sempre più degna e più santa fondata su una vita spirituale profonda e su una maturità affettiva vissuta nel celibato attraverso il quale voi offrite, con la grazia dello Spirito e mediante la libera risposta della vostra volontà, la totalità del vostro amore e della vostra sollecitudine a Gesù Cristo e alla Chiesa.

19. Per un cammino sacerdotale autentico, la Chiesa offre i mezzi e pone in primo piano la necessità di adempiere «fedelmente e indefessamente i doveri del ministero pastorale» (can. 276 § 2). Si tratta qui di un’esigenza che rappresenta un’urgenza e che, secondo la visione della Chiesa, deve già essere introdotta nel percorso formativo del seminario (cf. can. 245 § 1; 256; 258). Seguono poi i mezzi che promuovono l’impegno nella dimensione spirituale: la preghiera, la liturgia delle ore, la celebrazione eucaristica, preferibilmente quotidiana, perché il sacrificio eucaristico è il centro e la radice di tutta la vita del sacerdote, cosicché lo spirito sacerdotale si sforza di interiorizzare ciò che si compie sull’altare del sacrificio; gli esercizi spirituali, il sacramento della penitenza, la devozione mariana e gli altri mezzi di santificazione. Con il supporto di questi mezzi che la Chiesa raccomanda, noi sacerdoti siamo chiamati a vivere una santità sempre maggiore che farà di noi degli strumenti sempre più idonei al servizio di tutto il popolo di Dio. La CENCO esplicita questi mezzi in maniera dettagliata nell’art. 34 degli Statuti del clero diocesano.

20. Questa serie di strumenti indica che la preghiera è il primo dovere del sacerdote e di una comunità sacerdotale. L’impegno minimo richiesto per gli esercizi di pietà che viene stabilito serve a permettere che la preghiera sia garantita in mezzo alle attività che assorbono il sacerdote. Già prima del concilio Vaticano II si era posta la questione se il sacerdote potesse sostituire il breviario con il rosario. La risposta della Santa Sede fu negativa, sottolineando che il sacerdote poteva sostituire il breviario con la recita del rosario solo in maniera del tutto eccezionale e per gravi ragioni.

21. Il fine di questi mezzi per perseguire la santità è precisato nel contesto della formazione dei chierici, che già in seminario devono «acquisire lo spirito del Vangelo e un rapporto profondo con Cristo, unito a un’adeguata maturità umana, secondo l’indole di ciascuno» (can. 244); a ciò si aggiunge anche il can. 245 § 1 che ricorda, fra l’altro, di coltivare quelle virtù che sono ritenute di grande importanza nella convivenza umana, così da essere in grado di giungere a conciliare in maniera armoniosa i valori umani e i valori soprannaturali. È in questo senso che Pastores dabo vobis afferma: «Formarsi al sacerdozio significa abituarsi a dare una risposta personale alla questione fondamentale di Cristo: “Mi ami tu?”. La risposta per il futuro sacerdote non può essere che il dono totale della propria vita».

 

La fedeltà della Chiesa
alla regola del celibato

22. La Chiesa cattolica latina resta fedele alla regola del celibato sacerdotale, e il magistero ripete in modo costante le disposizioni sul celibato ecclesiastico. Infatti il Sinodo di Elvira (300) nel can. 33 prescrive: «Si è deciso in linea generale il seguente interdetto ai vescovi, ai presbiteri e ai diaconi, nonché a tutti i chierici che esercitano un ministero: di astenersi dalle proprie mogli e non generare figli; chi ha fatto questo deve essere escluso dallo stato clericale». Tuttavia siamo consapevoli del fatto che questa adesione della Chiesa cattolica latina alla regola del celibato sacerdotale suscita degli interrogativi: perché la Chiesa mantiene questa disciplina? Qual è il suo fondamento? Come ci si può preparare nel contesto attuale?

23. Queste domande in certo senso rimettono in discussione il celibato sacerdotale, tanto più che un’interpretazione decontestualizzata dell’insegnamento della Chiesa afferma che la pratica del celibato «non è certamente richiesta dalla natura stessa del sacerdozio» (Vaticano II, decr. Presbyterorum ordinis, n. 16; EV 1/1296). Da questa affermazione deriva la considerazione del celibato come una questione puramente disciplinare. Tuttavia nello stesso n. 16 di Presbyterorum ordinis il Concilio specifica che «il celibato, comunque, ha per molte ragioni un rapporto di convenienza con il sacerdozio». San Paolo sottolineava già questo rapporto di convenienza del celibato con il sacerdozio nella sua Prima lettera ai Corinzi (cf. 1Cor 7,7-8). Questo indica che le origini del celibato sacerdotale risalgono al periodo apostolico.

24. Nella sua lettera enciclica Sacerdotalis caelibatus, papa Paolo VI ribadisce il valore permanente del celibato sacerdotale nella Chiesa, di fronte alle numerose obiezioni che si mettono in relazione talvolta persino con la sacra Scrittura: «Il sacerdozio cristiano, che è nuovo, può essere compreso soltanto alla luce della novità di Cristo, pontefice sommo ed eterno sacerdote, il quale ha istituito il sacerdozio ministeriale come reale partecipazione al suo unico sacerdozio. Il ministro di Cristo e amministratore dei misteri di Dio ha dunque in lui anche il modello diretto e il supremo ideale».

25. Il fondamento del celibato non si trova nella disciplina ecclesiastica, tanto meno in una cultura, ma nella consacrazione di tutta una vita a Cristo. Scegliendo il celibato per consacrarsi totalmente al servizio del Padre suo, Gesù ha inaugurato un nuovo stile di vita per tutte le culture. Questo stile di vita nel celibato per il regno di Dio per tutta la vita è una novità che interpella anche l’Africa. «Dai sacerdoti e dai consacrati che fanno professione di castità, il popolo si attende la testimonianza di un amore e di una dedizione universali, senza condizionamenti tribali né discriminazioni; la testimonianza che Cristo è veramente un compagno, un amico amorevole, e il celibato consacrato non è una “corsia preferenziale” per nessun individuo né per alcun popolo in particolare. È un dono e una grazia di Dio».

26. La 2a Assemblea generale ordinaria del Sinodo dei vescovi sul sacerdozio ministeriale e la giustizia nel mondo (30 settembre – 6 novembre 1971) ha affermato la necessità di conservare il celibato nella Chiesa latina, spiegando il suo fondamento, la convergenza delle sue ragioni e le condizioni che lo promuovono: «La legge del celibato sacerdotale, vigente nella Chiesa latina, deve essere integralmente conservata».

27. Una delle grandi ricchezze del concilio Vaticano II e dell’insegnamento degli ultimi pontefici – da Paolo VI a Francesco, passando per Giovanni Paolo II e Benedetto XVI – è quella di non presentare il celibato solo come una legge, ma anzitutto come un dono, un carisma profondamente legato alla grazia della chiamata e dell’ordinazione: «Tra i consigli evangelici eccelle questo prezioso dono della grazia divina, dato dal Padre ad alcuni (cf. Mt 19,11; 1Cor 7,7) di votarsi a Dio solo più facilmente e con un cuore senza divisioni nella verginità e nel celibato. Questa perfetta continenza per il Regno dei cieli è sempre stata tenuta in singolare onore dalla Chiesa, come un segno e uno stimolo della carità e come una speciale sorgente di fecondità nel mondo».

28. Ispirandosi all’insegnamento conciliare del decreto Optatam totius n. 10, di Presbyterorum ordinis n. 16, e dell’enciclica Sacerdotalis coelibatus, il Codice di diritto canonico (cf. can. 277 §§ 1-2) presenta l’obbligo di osservare la continenza perfetta e perpetua, ponendone in evidenza: il valore escatologico: il celibato è per il Regno dei cieli (cf. Mt 19,11; can. 277 § 1); il valore cristologico: mediante il celibato i ministri sacri possono aderire più fedelmente a Cristo con cuore indiviso; essendo un dono particolare di Dio, il celibato è custodito con la dovuta prudenza (cf. can. 277 § 2); il valore ministeriale: mediante il celibato, i ministri sacri possono dedicarsi liberamente a Dio e ai fratelli (cf. can. 277 § 1).

29. Il Catechismo della Chiesa cattolica sottolinea ulteriormente: «Tutti i ministri ordinati della Chiesa latina, a eccezione dei diaconi permanenti, sono normalmente scelti fra gli uomini credenti che vivono da celibi e che intendono conservare il celibato “per il Regno dei cieli”».

30. L’importanza giuridica del precetto del celibato sacerdotale si estende principalmente alle diverse forme di irregolarità, di impedimenti e di delitti: essa fonda, per chi ne ha assunto l’impegno, l’impedimento dirimente per contrarre matrimonio, secondo il can. 1087. Il suo inadempimento da parte del chierico può dar luogo a situazioni delittuose: l’attentato al matrimonio (can. 1394), il concubinato (can. 1395 § 1), i delitti contro il sesto comandamento del Decalogo con un minore (cann. 1395 § 2 – 1398); con il seguito delle loro conseguenze: la dispersione dello spirito nella sua vita e nel suo ministero sacerdotali, lo scandalo che offende la coscienza e la fede dei fedeli, la devastazione spirituale, psicologica e fisica. Nel caso dei figli nati da sacerdoti, le conseguenze sono: la clandestinità, la mancanza di un’educazione adeguata, l’assenza della figura paterna.
Lo stesso vale per i casi di concubinato e/o di matrimonio attentato, in particolare la clandestinità per i coniugi. Le situazioni delittuose sono sanzionate secondo la gravità delle trasgressioni con pene che, per i chierici, possono essere la sospensione, la revoca del ministero o altre pene definitive senza escludere la pena massima di riduzione allo stato laicale.

31. Se noi, vostri vescovi, abbiamo voluto scrivervi, è perché siamo consapevoli delle difficoltà di ogni genere che affrontate nel vostro ministero e nella vostra vita di sacerdoti. Vogliamo interpellare, ancora una volta, la nostra coscienza sacerdotale riguardo a certi comportamenti che offuscano il nostro ministero, la nostra vita e soprattutto ledono la natura e la missione della Chiesa che è una, santa, cattolica e apostolica. Considerando tutti questi comportamenti delittuosi, fissiamo lo sguardo sui bambini generati dai sacerdoti, nati nella fornicazione o nel concubinato, oppure nel matrimonio attentato (consuetudinario o civile).

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