Ol’ga Sedakova è una delle figure più significative della cultura russa contemporanea, tra le eredi più fedeli e creative del pensiero russo dell’inizio del secolo scorso. Delle principali opere apparse in italiano segnaliamo in particolare le raccolte poetiche Solo nel fuoco si semina il fuoco (Qiqajon, Magnano [BI] 2008). Anticipiamo qui alcuni stralci dell’intervista a cura di Natalino Valentini che apparirà sul prossimo numero 12 de Il Regno-attualità

Mai ce lo saremmo aspettati

– Ol’ga Sedakova, come ha vissuto l’accrescersi delle tensioni che hanno portato al conflitto in atto?
«Devo confessare che per me è molto difficile e doloroso parlare della situazione in cui ci troviamo. In tutta la mia vita non ricordo un periodo peggiore. Il tuo paese sta facendo cose imperdonabili e tu non hai modo di fermarlo o di dichiarare apertamente, pubblicamente, il tuo parere neppure ai tuoi connazionali.
Io, come tutte le persone a me vicine in Russia, fino all’ultimo giorno mai avrei immaginato che una cosa del genere fosse possibile: le truppe russe che bombardano Kharkiv, Odessa, Kiev… Posso dire lo stesso dei miei amici e conoscenti in Ucraina. Nessuno se lo aspettava. Non è stata la tensione tra il popolo ucraino e quello russo di cui si parla. Non ce n’era sostanzialmente nessuna. La propaganda ufficiale stava lavorando per creare un’immagine di “ucraini orribili, neonazisti”. Ma non avrei mai immaginato che questa educazione all’odio avesse una risonanza così pervasiva e diffusa».

 

L’ideologia del nemico a cui il popolo crede

– A suo avviso che cosa ha ostacolato un processo d’integrazione geopolitico della Russia nella costruzione della nuova Europa?
«Qui sarebbe necessario un intero studio. A mio avviso, da parte russa, la cosa principale che non è avvenuta dopo il crollo dell’URSS è stata una decisa rottura con il passato sovietico, una condanna dei suoi crimini, un’analisi delle sue specificità e un vero pentimento nazionale. Ne ho scritto in un articolo, intitolato “L’elaborazione del lutto”.
La strada verso questo pentimento e l’abbandono del passato è stata spianata dall’Associazione Memorial, che si è dedicata a ripristinare la memoria di coloro che sono morti nella repressione di stato, i cui nomi e destini sono stati dimenticati. Più recentemente, Memorial è stata liquidata, le sue attività sono state vietate. Jurij Dmitriev, che ha scoperto le fosse comuni di Sandarmoh, è stato condannato a 16 anni di carcere nel 2020 con accuse inventate. E ora questo passato mai esaminato fino in fondo, che sta suscitando in molti persino nostalgia, si ripresenta con il suo “nuovo splendore”. I simboli sovietici vengono portati nelle città occupate dell’Ucraina».

– Che cosa si nasconde dietro alla retorica antioccidentale e all’ideologia del nemico?
«Sì, questa è retorica antioccidentale e soprattutto antiamericana. Anche l’Ucraina viene presentata in questi discorsi non come un’entità indipendente, ma come uno “strumento” o un “fantoccio” delle forze ostili antirusse. Non voglio soffermarmi a lungo sulle immagini di una NATO minacciosa, di un’America diabolica e simili.
È proprio su questo punto che le autorità trovano il contatto con “la gente”, con il “popolo”, cioè con le persone con un basso livello d’istruzione, con coloro che si nutrono esclusivamente di informazioni ufficiali. Sostengono il governo proprio perché suppongono che li protegga da nemici insidiosi che vogliono fare a pezzi “noi”. Senza il mito e l’ideologia del nemico, un sistema del genere (come quello sovietico) non potrebbe esistere. Una persona che abbia familiarità con la modernità del mondo reale non può credere a tutto questo…».

– Questa critica alla modernità sembra prevalere soprattutto all’interno degli apparati ecclesiastici ortodossi, ma quali sono le sue radici?
«Ogni modernità è sempre una sfida per la Chiesa. La Chiesa si considera custode di alcuni valori che non possono essere cambiati. Ma il tradizionalismo non è la Tradizione viva della Chiesa. La domanda è: quali di questi valori e fondamenti custoditi dalla Chiesa di Cristo debbano essere considerati davvero sine qua non, e quali nella tradizione debbano essere considerati storicamente condizionati e quindi modificabili? Permettetemi di dire che la coscienza ecclesiale spesso non s’accorge che uno dei valori fondamentali della Buona Novella è la novità che ci viene incontro: “Ecco io faccio nuove tutte le cose” (Ap 21,5)».

 

La pace vera passa da Pasternak, Tolstoj e Puškin…

– In uno splendido suo saggio sul Dottor Živago ha magnificamente affermato: «La compassione come dono dello Spirito Santo è la versione russa dell’Amore». Che ne è oggi di questa «compassione»?
«Queste mie parole, e in realtà tutto ciò che ho scritto, ora sono come cancellate, messe in discussione. Non si tratta solo delle mie parole, ovviamente. Tutto ciò che di solito s’associa alla cultura russa: il suo particolare umanesimo, la compassione che riserva alle creature più sgradevoli e insignificanti, la sua grande empatia: dov’è tutto questo se i compatrioti di Leone Tolstoj e di Puškin commettono crudeltà inaudite, tali da essere definite “subumane” da chi le ha viste? (…) Come dice Anna Achmatova, “il debole in Puškin ha sempre ragione”.
E allora dov’è ora questo senso di “giustizia verso il debole”? Perché non ferma gli stupratori e coloro che danno ordine di bombardare civili nelle città? Dove trovarla in coloro che si rifiutano di provare compassione per le vittime? (…) Su queste domande e possibili risposte i nostri intellettuali stanno discutendo per ora on-line.
Posso solo rispondere che né Alexander Puškin, né Lev Tolstoj, né Boris Pasternak hanno inventato quello che hanno detto. Era nell’aria in cui sono cresciuti, nell’acqua – per dirla con Dante – che hanno bevuto, nella lingua in cui hanno ascoltato le ninna nanna da piccoli. Tutto questo rimane oggi, dopo la scuola di crudeltà e disumanità che il nostro paese ha attraversato nel XX secolo? Penso di sì e ne vedo gli esempi.
La catastrofe è che molte persone in Russia non hanno nulla a che fare con la cultura russa. Non ne conoscono il sapore. La cosa terribile è che proprio coloro che sono “fuori dalla cultura”, che credono solo nella violenza, che disprezzano l’uomo, ora in Russia hanno il diritto assoluto di prendere decisioni statali da cui dipende il destino del mondo e il destino di ognuno di noi».

Natalino Valentini

studioso del pensiero filosofico russo

Un pensiero riguardo “Sedakova: senza cultura è la catastrofe

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