Commento alle letture per la liturgia della XIII domenica del tempo ordinario

1Re 19,16b.19-21; Sal 15 (16); Gal 5,1.13-18; Lc 9,51-62

dalla Rubrica de Il Regno La Parola in cammino

Andare a Gerusalemme. È questa, credo, la chiave di lettura fondamentale per comprendere lo strano modo di comportarsi non solo dei samaritani, ma di Gesù stesso verso coloro che esprimono il desiderio di seguirlo. Procediamo per ordine.

Gesù, nel Vangelo di questa domenica, punta lo sguardo dritto su Gerusalemme, anzi, secondo una traduzione più letterale del testo, «indurisce il suo volto» nell’andare verso Gerusalemme. È proprio questo indurimento del volto che svela il senso di questo cammino: non si tratta di un semplice viaggio, ma dell’ultimo itinerario da compiere. Un itinerario che nella descrizione di Luca giungerà al suo termine solo al c. 19 con l’entrata di Gesù nella città, dopo averla contemplata dal Monte degli Ulivi e aver pianto su di essa.

Gesù indurisce il volto come a voler esprimere anche visivamente la propria determinazione e consapevolezza di ciò che accadrà una volta raggiunta la meta. Questo viaggio, nella narrazione lucana, occupa ben dieci capitoli, densi di incontri e di insegnamenti, tappe e, allo stesso tempo, occasioni per mettere sempre più a fuoco il senso della sua messianicità, la realtà di quel Regno che annuncia e che prevede una radicale risposta da parte di chi ascolta.

Gerusalemme, sullo sfondo, non è solo il punto di arrivo, ma l’unico luogo dove la rivelazione messianica può compiersi, da dove la salvezza, la liberazione può irradiarsi: «Da Sion uscirà il liberatore, egli toglierà l’empietà da Giacobbe» (Rm 11,26; cf. anche Mi 4,2; Is 2,3, Sal 14,7; 53,7).

È dunque Gerusalemme il motivo per cui, come ci dice Luca, i samaritani di un villaggio si rifiutano di accogliere Gesù e il suo seguito: «Essi non vollero riceverlo, perché era chiaramente in cammino verso Gerusalemme» (Lc 9,53). Il loro rifiuto è profetico, nel senso che proprio negando il passaggio testimoniano il senso di quella meta: la salvezza viene da Gerusalemme.

Ed è proprio su questo atteggiamento che vorrei riflettere. A volte il negare proprio ciò che, in profondità, si riconosce vero è l’unico modo per «prendere tempo», per non guardare in faccia quella realtà o verità che ci metterebbe in crisi, che implicherebbe una radicale messa in discussione delle nostre posizioni, delle nostre convinzioni: meglio contrastare che lasciarsi interrogare.

Interessante è anche la reazione dei discepoli, che di fronte a tale rifiuto vogliono bruciare tutto: «Signore, vuoi che diciamo che scenda un fuoco dal cielo e li consumi?». Di fronte a un’ostilità così palesemente dichiarata è la prima soluzione che ci viene davanti: togliere di mezzo l’ostacolo. Solo che così, oltre all’ostacolo, si tolgono di mezzo anche gli ostacolatori. Ma non è questo il modo con cui Dio è presente nella nostra storia, cammina con noi e attua il suo disegno di salvezza in mezzo ai nostri piani di azione o di chiusura. Non serve distruggere o eliminare, la salvezza è per tutti, anche per chi la ostacola, e per portarla avanti di fronte alle chiusure bisogna trovare altre strade, senza però desistere dall’essere fedeli al suo compimento.

Se proviamo ora a declinare questo insegnamento nelle situazioni di impasse o di fronte ai «muri» che troviamo oggi nella nostra Chiesa, nelle situazioni di conflitto e persino nella Gerusalemme di oggi, certamente il nostro sguardo si amplia. Non possiamo distruggere quei «muri», ma sappiamo che per quanto alti e forti non potranno a lungo resistere, ed è forse questo il messaggio da dare a coloro che li sostengono.

Non si può eliminare la presenza di un popolo a favore di un altro, ma forse il dichiarare fermamente questo, senza giocare a stare da una parte o dall’altra, convincerà i due che l’unico modo di coesistere è convivere accettando gli uni la presenza degli altri e magari scoprendo, così, la ricchezza reciproca che ne deriva.

Non si tratta di trovare «strade di mediazione» che attenuino la verità o la giusta realtà dei fatti, seguendo il noto adagio latino in medium stat virtus che non accontenta nessuno, ma perseguire nella fedeltà quell’unica parola di verità che per i credenti non è un’idea, un’opinione, una corrente di pensiero, ma una persona: quel Messia, che indurito il suo volto, volge lo sguardo su Gerusalemme e senza piegarsi a destra o a sinistra (Gs 1,7) compie la Parola del Padre.

Ester Abbattista

Biblista

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