P. Halík: ho guardato le vittime negli occhi

Il necessario ascolto delle vittime di abusi e violenze sessuali è l’argomento dell’ultima parte dell’articolo, pubblicato su Il Regno Attualità n. 12 del 2022, del noto sacerdote ceco Tomás Halík: tenendo loro le mani, dice, e asciugando le loro lacrime «ho sentito la presenza di Cristo». Il pezzo si può leggere integralmente su Il Regno Attualità n. 12 del 2022. 

Il ministero dell’accompagnamento spirituale

Durante i miei 43 anni di ministero sacerdotale, ho ascoltato decine di migliaia di confessioni. Da molti anni, oltre al sacramento della penitenza, offro colloqui spirituali più lunghi e profondi di quanto la forma ordinaria del sacramento consenta, e si riferiscono al contesto più ampio della vita spirituale. A queste conversazioni partecipano talvolta i non battezzati e molti che sarebbero o potrebbero essere descritti come non religiosi ma comunque con una radice spirituale o in ricerca.
Ho ampliato la mia squadra di collaboratori per questo ministero per includere laici formati in teologia e psicoterapia. È mia ferma convinzione che il ministero dell’accompagnamento spirituale personale sarà il ruolo pastorale cruciale della Chiesa nell’imminente «pomeriggio» della storia cristiana, e quello più necessario.
Allo stesso tempo, è il ministero in cui ho imparato di più, in cui la mia teologia e spiritualità, così come la mia comprensione della fede e della Chiesa, hanno subito una certa trasformazione. Quando il mio vescovo, l’arcivescovo di Praga, si è rifiutato risolutamente di parlare con le vittime di abusi e violenze sessuali da parte dei sacerdoti (compresi membri del monastero di cui era allora superiore) e le rimandava alla polizia, mi sono impegnato in lunghe conversazioni notturne con molti di loro, dopo di che passavo spesso notti insonni.

 

Feriti nella propria sessualità

Non ho imparato molto di più di quello che è già stato pubblicato, ma ho guardato queste persone negli occhi e ho tenuto le loro mani quando piangevano. Ed è stata un’esperienza molto diversa dalla lettura dei verbali di dichiarazioni rese alla polizia o in tribunale.
Ho lavorato per anni come psicoterapeuta e so quanto siano vicini e intrecciati i dolori mentali e spirituali, ma questa era qualcosa di diverso dalla mera psicoterapia; ho sentito la presenza di Cristo lì con tutto il mio cuore, da entrambe le parti: in colui che era «affamato o assetato o straniero o nudo o malato o in carcere» (Mt 25,44) e anche nel ministero dell’ascolto, della consolazione e della riconciliazione che mi è stato permesso di svolgere.
Ritorno spesso su un racconto che è una specie di mini-Vangelo nel mezzo del Vangelo di Matteo, la storia della donna che soffriva di emorragia da 12 anni, dopo aver provato molti medici, e aver speso tutta la sua fortuna in cure senza nessun risultato. Questa donna è stata ovviamente ferita proprio nel santuario della sua femminilità; portava dentro di sé un grave trauma in una regione intima, nella sua sessualità. Secondo la legge ebraica, una donna sanguinante è ritualmente impura e non è autorizzata a prendere parte alle funzioni religiose e a nessuno è consentito toccarla. Il suo desiderio compulsivo di contatto umano l’ha portata a fare qualcosa che violava l’isolamento prescritto: toccare Gesù.

 

Uno spazio di verità

Lo tocca di nascosto, in modo anonimo, da dietro, nascosta tra la folla. Ma Gesù non vuole che lei ottenga la guarigione in quel modo. Egli cerca il suo volto – in un certo senso «la chiama per nome», come aveva chiamato l’attonito Zaccheo; cancella il suo anonimato. La donna si fa avanti e dopo anni di isolamento, «dice tutta la verità» davanti a tutti. E in quel momento di verità, è liberata dalla sua malattia (cf. Mc 5,25-34).
E proprio quel tocco, quel gesto avventato di desiderio e fiducia, era la manifestazione della sua fede, quella fede che – dice Gesù – l’aveva guarita. È stato un atto con il quale ha trasgredito la legge, poiché con il suo tocco ha reso Gesù ritualmente impuro, un peccato secondo le interpretazioni rigorose della legge. Eppure Gesù comprende ciò che ella ha espresso con questo tocco, e con la sua interpretazione conferisce all’azione un significato redentivo. Così lei completa ciò che aveva espresso attraverso il linguaggio del suo corpo – che fino a quel momento si era manifestato nel sangue e nel dolore – prostrandosi davanti a lui e «dicendo tutta la verità».
Questo è ciò che ho sperimentato nelle conversazioni con le vittime di abusi e violenze sessuali e psicologiche nella Chiesa. Il loro dolore represso, la loro disillusione nei confronti della Chiesa e i loro rancori spesso non riconosciuti verso Dio, che spesso si sono trasformati in auto-accuse o difficoltà psicosomatiche, avevano necessità di essere espressi. Ciò richiedeva quello spazio sicuro di accettazione incondizionata. È lì che viene rivelata la verità, una comprensione della verità molto diversa da quella dei «possessori della verità».
Sogno una Chiesa che crei un tale spazio sicuro, uno spazio di verità che guarisce e libera.

Tomás Halík

sacerdote

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