Commento alle letture per la liturgia della XV domenica del tempo ordinario

Dt 30,10-14; Sal 18 (19); Col 1,15-20; Lc 10,25-37

dalla Rubrica de Il Regno La Parola in cammino

Se nel testo del Deuteronomio e del Salmo della liturgia di oggi si sostituisse, una volta per sempre, la parola «legge» con l’esatto termine che si trova nel testo ebraico, «Torah», forse si comprenderebbe meglio che si sta parlando non di una «legge», ma di quella parte della parola di Dio che i cristiani chiamano Pentateuco e che è base fondamentale di tutta la rivelazione biblica, proprio perché a essa si fa costantemente riferimento, non ultimo, anche nei Vangeli.

Definire un «legalismo» l’osservanza della Torah significa, allora, non riconoscere l’importanza dei fondamenti della rivelazione biblica, quegli stessi fondamenti su cui Gesù è stato educato, in cui è cresciuto e che, certamente, non viveva come «legge», bensì come Parola del «Padre mio» e/o «Padre nostro» (espressione che si trova già, per esempio, in Is 63,16 e in Ger 3,4.19 e che era in uso nella preghiera liturgica del tempo).

La Torah/Pentateuco è dunque l’insegnamento cardine dell’agire di tutti coloro che si riconoscono figli di quell’unico Padre. E questo vale sia per i Giudei, come Gesù e i suoi discepoli, che per i Samaritani, che non solo non erano dei «pagani», ma che avevano anch’essi come riferimento la Torah, seppur in una forma forse più antica e non successivamente rielaborata.

Tralasciando le questioni più tecniche sulle differenze tra il «Pentateuco samaritano» e la Torah giudaica del tempo, questa premessa vuole sottolineare un’importante questione che spesso è fraintesa quando si parla del racconto del «buon samaritano» che oggi la liturgia ci propone. Il «samaritano» non è uno straniero, un ateo, un pagano, ma semplicemente un «fratello separato», come per i cattolici «fratelli separati» sono i protestanti, e viceversa. In comune vi sono le sacre Scritture, o per lo meno una parte di esse. Nel caso della parabola al centro c’è la Torah e il cuore del suo messaggio: «Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima, con tutta la tua forza e con tutta la tua mente, e il tuo prossimo come te stesso». Un messaggio ben conosciuto da tutti i personaggi della parabola, compreso il samaritano.

La questione, allora, è come declinare concretamente questo comandamento dell’amore, come viverlo nella realtà: il sempre difficile passaggio dalla teoria alla prassi. La domanda quindi del dotto interlocutore di Gesù è «chi è il mio prossimo?», ovvero chi si deve definire «prossimo» distinguendolo da chi non lo è? Ed è proprio in risposta a questa domanda, così formulata, che Gesù mette in scena, nel racconto di una parabola, diversi personaggi: un sacerdote, un levita, un samaritano.

Sarebbe interessante analizzare il carattere distintivo di ciascun personaggio, ma non è questo il luogo; la cosa invece importante, al contrario di ciò che spesso si fa, è di non cadere nella tentazione di pensare che proprio la connotazione di un personaggio rispetto a quella degli altri sia la chiave di comprensione della parabola. Cioè non si tratta qui di negativizzare o di trovare i possibili motivi che spieghino il comportamento del sacerdote o del levita e persino del samaritano. Tutti e tre rappresentano individui che per un motivo o un altro si trovano su quella strada, a quei tempi molto pericolosa, che scende da Gerusalemme verso Gerico e si trovano davanti un malcapitato, incappato nei briganti e ridotto in fin di vita.

Il punto focale è la domanda iniziale: «Chi è il mio prossimo?» che il Maestro alla fine della parabola ribalta: «Chi si fa prossimo?». La questione iniziale era il testo della Torah: «Amerai il tuo prossimo come te stesso» per cui è lecito domandarsi: «Chi posso identificare, definire, come mio prossimo?». Ma, ci insegna Gesù, questa non è l’unica possibile domanda: «Come faccio e cosa faccio affinché l’altro mi sia prossimo?». Anziché cercare di «definire» chi è il prossimo, per poi «amarlo», Gesù invita a porsi in un movimento di uscita da sé, caratteristico tra l’altro del vero amore, che è ciò che rende prossimi agli altri, chiunque essi siano.

Ed è interessante notare, proprio a questo proposito, che il prossimo nella parabola rimane totalmente anonimo; di lui, infatti, non si dice a quale categoria di persone appartenga. «Ama il prossimo come te stesso», ovvero, «E se il prossimo – a cadere nelle mani dei briganti – fossi io?».

Ester Abbattista

Biblista

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