Anticipiamo l’editoriale con il quale il direttore Gianfranco Brunelli apre il n. 14 di Regno-attualità, che sta andando in stampa.

La tossicità dei populismi e la crisi di sistema

La legislatura populista che va verso il suo pazzoide compimento lascia il paese in una profonda crisi politica. Essa segna il fallimento dei due maggiori protagonisti: la Lega salviniana e il Movimento 5 Stelle che l’hanno determinata. Il fallimento di queste forze politiche non significa l’uscita definitiva del paese dalle pulsioni populiste. Né che quella eventuale uscita sia senza prezzo. Si tratta di colpi di coda. O meglio di colpi di testa. Ma potrebbero mettere il paese in grave difficoltà.
Anche le elezioni amministrative di giugno ci hanno restituito una fotografia preoccupante. L’astensionismo strutturale (quello di chi non ha più intenzione di andare a votare) è salito a poco più di 1/3 degli aventi diritto, ma con sacche del 50% in diverse zone del paese, sancendo una distanza tra paese reale e paese legale preoccupante; a esso si somma l’astensionismo aggiuntivo, che si esprime volta a volta, in base alle competizioni elettorali e all’offerta politica. Due italiani su cinque sono indifferenti a ogni discorso sull’interesse generale del paese.

 

Non più perno

Le due coalizioni di centro-destra e di centro-sinistra non esistono più da tempo. I due campi elettorali non fanno segnare grandi trasmigrazioni di voti dall’uno all’altro. Scarse al Nord, maggiori e imprevedibili al Sud. L’attuale sistema elettorale e le identità politiche dei diversi soggetti sanciscono una divisione profonda nelle stesse aree elettorali.
In particolare, il centro-destra riesce a perdere a livello locale non solo per la scelta di candidati inadeguati, ma per lo scontro a livello nazionale tra Lega e Fratelli d’Italia, con Forza Italia non più in grado d’essere il perno politico dell’alleanza. La competizione interna e la debolezza dei diversi protagonisti determinano una crisi di coalizione e di leadership. Tuttavia, di fronte a elezioni anticipate, quell’area è in grado di ricomporsi, strumentalmente, e di vincere. Poi non saprà come governare. Domani si vedrà.
Dentro il risultato comune viene prima la misura di ciascuno. Il rapporto di forza, l’equilibrio interno. La crisi della Lega, che alle elezioni europee del 2019 aveva fatto toccare a Salvini il 34%, fa veleggiare il partito oggi intorno al 15%. Salvini, che è l’artefice dell’intera parabola, è tornato al governo ma con lo spirito di chi sta all’opposizione. La strategia populista paga in un particolare momento, ma poi entra in contraddizione con sé stessa, soprattutto se uno è al governo di grandi regioni del Nord.

 

Nessun campo

La sfida tra Lega e Fratelli d’Italia è già vinta da questi ultimi, ma è una vittoria alla Le Pen, isolata, se va da sola. Berlusconi si mantiene saldamente in area di governo, sapendo che con il suo 7%, se gli verrà ridato, è utile alla maggioranza e a sé stesso. Ma non è tale da definirne la leadership.
A centro-sinistra, il campo elettorale che Letta vorrebbe trasformare in campo politico (il «campo largo») non c’è. Il tema si chiama 5 Stelle. Non sono gli occasionali accordi in elezioni locali a dare una definizione politica di quella alleanza, che a fronte di una crisi di governo che manda a casa Draghi diventa improponibile alla ragione e forse anche agli italiani. Come fa Letta a proporre il profilo di un partito delle istituzioni alleandosi con chi quelle istituzioni le sta affossando? Solo il leninismo al ragù di Bersani (Grillo era di diverso parere) immagina un’alleanza con Conte, del quale ha tratteggiato, a crisi aperta, un profilo da statista, «scalzato con una manovra di palazzo, e che ha sostenuto un governo che non ha mai pronunciato la parola Conte».

 

Quel che rimane dei 5 Stelle

La crisi del governo Conte avvenne in Parlamento con la manovra dei «volenterosi» che, dopo aver dato uno spettacolo penoso di mercato dei voti, fallì. Non al Quirinale. L’alleanza tra gli ex comunisti di Bersani, Speranza e D’Alema con quel che rimane dei 5 Stelle a questo punto ci sarà. Del resto si tratta di un gruppo dirigente in cerca di un partito.
È l’identità dei soggetti a determinare l’impossibilità di un’alleanza vera. Un gruppo sostanzialmente anti sistema, come i 5 Stelle, privo di visione e di proposte politiche per il paese, che va immediatamente e trionfalmente al governo e vi rimane con diverse e contrapposte alleanze politiche per l’intera legislatura non può che implodere. Come sta accadendo.
La scissione di Di Maio in questo è paradigmatica: da una parte quelli che sono entrati, magari opportunisticamente, nell’area istituzionale e dall’altra coloro che sono alla ricerca – senza poterla trovare perché privi di linguaggio politico – dell’identità perduta. Un movimento allo sbando che scarica sul governo le proprie contraddizioni e le proprie pulsioni fino a farlo saltare.
Entrati nella legislatura e in Parlamento col 32% oggi i 5 Stelle vengono quotati al 12% a livello nazionale, mentre a livello locale nelle ultime prove, dove sono riusciti a presentarsi, non hanno mai superato il 5%. Il resto del campo, attorno a un Partito democratico (PD) quotato al 20%, è rappresentato da gruppi e gruppetti che vanno dal 2 al 4%. Anche qui non mancano le contrapposizioni di linea politica sulle questioni fondamentali. Chi possa oggi aggregare il PD è una incognita. Nessun campo.

 

La variabile Draghi

Da premier delle emergenze a leader politico? È questo il percorso di Mario Draghi? Non è la sua scelta. Ma può succedere. Capita in politica, soprattutto in passaggi difficili, se non drammatici, che si sia portati dalle cose là dove non si vuole andare. Là dove si deve andare.
Che la leadership di Draghi sia quella di un «commissario» d’alto profilo internazionale, messo a capo di un «governo del presidente», sostenuto da una maggioranza parlamentare eterogenea, sorta in nome della salvezza nazionale di fronte a gravi emergenze, è del tutto evidente. A tal punto che anche il «Draghi-bis», quello che ha passato indenne la prova mancata (grazie alla sprovvedutezza di Salvini e Conte) dell’elezione del presidente della Repubblica, tale rimane.
Ma la sua qualità personale e il suo prestigio riconosciuti, che comparati alla mediocrità dell’attuale classe politica lo fanno svettare come una quercia in un bananeto, non sono solo la garanzia che l’Italia è stata posta dal presidente Mattarella nelle uniche mani capaci possibili, ma implicano anche risvolti politici.

 

Decisioni politiche

Chi governa assume sempre decisioni politiche, che incidendo sui problemi condizionano e modificano i rapporti tra i soggetti politici. Nei mesi dell’emergenza pandemica e dell’iniziativa economica legata alla predisposizione del PNRR, Draghi ha potuto imporre la propria decisione, con poche sbavature, in maniera quasi sempre insindacabile. Ricentrare il paese sull’Europa, attivare alcune riforme strutturali, ammortizzare la crisi sociale avevano già comportato la conseguenza politica di un certo isolamento di populisti e sovranisti, dimostrandone l’inconsistenza politica, e aveva fatto emergere la crisi profonda latente negli stessi soggetti politici, che fino ad allora avevano cavalcato l’antipolitica, con provvedimenti sgangherati e a debito per il paese: dalla riforma delle pensioni e della giustizia a firma Patuanelli, al reddito di cittadinanza, al recente superbonus del 110%. Tutti a firma o Lega o 5 Stelle. O entrambi.
Poi è intervenuta la guerra di Putin. La folle invasione dell’Ucraina da parte russa, con i suoi orrori contro le popolazioni, in stile nazista, e la ripresa dell’ideologia imperialista sovietico-zarista nella concezione dell’ordine mondiale.

 

La scelta euro-atlantica

Qui Draghi ha dovuto cambiare passo, e porre le forze politiche della sua maggioranza di fronte a scelte politiche vere e decisive per il paese e la sua collocazione internazionale. Qui occorreva scegliere da che parte stare: se con l’aggressore o con l’aggredito, se con le nuove dittature autocratiche o con le democrazie, se con l’Occidente euro-americano o con la Russia putiniana e domani la Cina.
In questo contesto inedito, è stata la scelta euro-atlantica e il sostegno alla resistenza ucraina a imporre, soprattutto alla Lega di Salvini, al Movimento 5 Stelle di Conte e a una parte della sinistra, la prova dell’uscita dall’ambiguità. Il pacifismo di Conte e Salvini nascondeva (e nasconde) uno sbandamento politico filorusso, neppure pensabile per l’Italia, mentre una parte della sinistra rimane su posizioni ideologiche antiamericane. Non fosse stato per Draghi e per Mattarella, Putin avrebbe già vinto la sua guerra in Italia. Ma vista l’evoluzione della crisi può ancora vincere.
L’Italia e l’Europa hanno bisogno di un leader credibile, amico degli Stati Uniti, che possa far fare all’Unione Europea quel salto di qualità che la metta in condizione di parlare alla pari con gli Stati Uniti e ne condizioni e ne condivida le scelte. Occorre riconoscere che i nuovi equilibri internazionali hanno bisogno dell’America. L’America rimane fondamentale per contenere le spinte imperialistiche di Russia e Cina. L’Europa è il punto di equilibrio dell’America e assieme del nuovo ordine.

 

Una risorsa

Le scelte che Draghi con questo governo e con questa maggioranza doveva fare e ha fatto per l’Italia e per l’Europa lo spingono verso la politica. Ci troviamo per la prima volta nella nostra storia recente di fronte a cinque gravi crisi contemporaneamente: il perdurare di quella politica; quella economica con la ripresa dell’inflazione; la crisi energetica; la guerra europea di Putin; il ritorno della pandemia.
Non si tratta di quella che Conte, in preda al panico, ha definito «una intromissione di un governo tecnico all’interno della vita di un partito». Si tratta della ridefinizione del sistema politico nella prossima legislatura. Draghi oggi costituisce di fatto, molto più di un «commissario alle necessità», una risorsa per la fuoriuscita dal blocco di sistema nel quale siamo da troppo tempo, oltre l’irresponsabilità dei populismi di destra e di sinistra.
Draghi non farà l’errore di Monti. Non darà vita a una sua formazione politica. Ma un folto gruppo di soggetti politici o parti di essi, che già in questo governo e in questo Parlamento s’identificano con la sua azione politica, nazionale e internazionale, non potranno non richiamarsi a lui. Come? Non lo sappiamo. Ma Draghi certamente identifica un campo, un campo largo.

Gianfranco Brunelli

Direttore de “Il Regno”

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