Ucraina: la guerra e la sfida per l’ortodossia

Vladimir Zelinsky, nato nell’ex Unione Sovietica e trasferitosi in Italia nel 1991, è un prete ortodosso, scrittore e pubblicista. Laureato in Filologia e Lettere straniere a Mosca, ha insegnato letteratura russa all’Università cattolica di Brescia. Nel pezzo che qui anticipiamo dal prossimo numero de Il Regno-attualità n. 14, analizza il caso della guerra in Ucraina come emblematico delle difficoltà che la Chiesa ortodossa in generale vive rispetto al rapporto tra stato e Chiesa (MEG).

1917-1918: il concilio di Mosca

La guerra russo-ucraina, scoppiata il 24 febbraio, ha risvegliato tante sfide e crisi – nascoste, marginalizzate, ma non guarite – presenti da 100 anni all’interno della Chiesa russa. Si tratta del problema, sempre doloroso, del rapporto tra stato e Chiesa – il cui atteggiamento rispetto alla guerra attuale è soltanto un episodio particolare e rivelatore.

Senza andare a un passato troppo lontano e limitandosi a considerare il secolo XX, la Chiesa ha ottenuto la propria libertà solo con la rivoluzione del febbraio 1917 e il segno di questa libertà è stato il concilio di Mosca, convocato in ottobre, proprio durante i giorni della rivoluzione bolscevica. Il Concilio è tornato al sistema patriarcale (prima il governo della Chiesa era sinodale) con l’elezione del patriarca Tikhon Bellavin. La situazione era paradossale: la Chiesa, finalmente libera dalla mano zarista, favorevole ma pesante, era entrata in una società ove qualsiasi libertà piano piano sarebbe stata soffocata. Naturalmente, la Chiesa non avrebbe potuto rimanere un’isola autonoma in uno stato dittatoriale con un’ideologia atea.

 

Il «serghianesimo»

Il patriarca Tikhon morì nel 1925. Dopo la sua morte la Chiesa ha ufficialmente annunciato la propria resa incondizionata al sistema statale deicida, con la tristemente famosa Dichiarazione del metropolita Sergio Stragorodskij del 1927. Lui l’ha firmata (ma non è sicuro che l’abbia scritta di suo pugno), dopo l’arresto di tutti candidati al trono patriarcale e dopo aver egli stesso subito tre brevi periodi di carcere, nella speranza di salvare la Chiesa dalla distruzione totale. In questo documento il metropolita, a nome della Chiesa ortodossa russa, ha giurato fedeltà incondizionata al potere sovietico.

A seguito della dichiarazione, centinaia di parrocchie si sono staccate da questa fedeltà forzata – che è stata chiamata «serghianesimo» –. Negli anni Trenta, durante la persecuzione staliniana, queste ultime sono state eliminate tutte, insieme alle migliaia di parrocchie dette «serghiane» e leali al potere sovietico.

Questa ferita non si è mai cicatrizzata. Senza parlare della Chiesa russa all’estero, anche all’interno della stessa Chiesa di Mosca non sono mai sparite le correnti «dissidenti», che denunciavano ogni tanto la collaborazione troppo stretta della Chiesa con lo stato ateo.

 

Le voci critiche, un vulcano dormiente

Il problema non è sparito con il crollo dell’Unione Sovietica. La collaborazione andava avanti con lo stato diventato molto benevolo con la Chiesa ortodossa ufficiale («ufficiale» perché ai suoi margini è sorto un gruppetto di Chiese non ufficiali, cosiddette non-canoniche, verso cui, nel mondo globale cristiano, nessuno mostrava attenzione).

I patriarchi Alessio e Cirillo, nonostante i loro legami con i servizi segreti sovietici (cosa subito dimenticata), rimanevano persone stimatissime. L’invasione in Ucraina, però, che ha scosso il mondo con le sue atrocità, e il sostegno aperto a questa guerra offerto dal patriarca Cirillo, hanno risvegliato il vulcano dormiente delle voci critiche, che sono andate oltre la persona del patriarca. Il pieno appoggio allo stato da parte della Chiesa detta «serghiana», criticato di nascosto ma anche pubblicamente nel periodo sovietico, è diventato insopportabile oggi nei tempi della guerra.

 

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Vladimir Zelinsky

Prete ortodosso, scrittore e pubblicista

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