Sintesi nazionale: le virtù della via italiana al Sinodo

La Chiesa che forse ha meno brillato per prontezza, nel rispondere all’appello di papa Francesco alla sinodalità, ha ora prodotto una sintesi della fase d’ascolto tanto critica quanto costruttiva sulla direzione da intraprendere per la propria comunità ecclesiale. I temi sono stati raccolti attorno a 10 nuclei tematici che costituiscono altrettante chiavi interpretative per cogliere fragilità e risorse.

Una presentazione ragionata

Quasi in sordina, il 18 agosto la Conferenza episcopale italiana ha reso noto il documento di sintesi della fase d’ascolto nazionale (cf. anche il prossimo numero de Il Regno-documenti), consegnato a Ferragosto alla Segreteria generale del Sinodo dei vescovi.

La via che è stata scelta non è quella del mero elenco delle «questioni disputate», ma di una loro ragionata presentazione attraverso 10 temi. Tali chiavi interpretative, i «dieci nuclei attorno a cui sono state organizzate le riflessioni emerse dalle sintesi diocesane» – sviluppate da 50.000 gruppi sinodali, per un totale di 219 testi pervenuti alla CEI, e la creazione di una rete di 400 referenti diocesani che si sono incontrati e ancora lo faranno – riescono a fornire un quadro critico esaustivo del panorama ecclesiale italiano e, a partire da questo, anche una direzione per il prossimo anno pastorale.

Il metodo è solo apparentemente meno autocritico di quanto qualcuno ha lasciato intendere confrontando il testo italiano con quello presentato da altri episcopati. Più che altro colloca le singole questioni (che quindi si ritrovano più volte citate, come ad esempio lo scarso riconoscimento delle donne) in un orizzonte interpretativo più ampio.

 

Il debito d’ascolto

E sul lato auto-critico l’affermazione iniziale, su quanto una Chiesa «tutta ministeriale» sia ancora da portare a maturazione, dice molto dell’onestà dell’analisi, presentata con garbo ma per certi aspetti impietosa: «A riguardo non va sottaciuta la fatica a suscitare un coinvolgimento cordiale di una porzione non trascurabile del clero, che ha visto il Cammino sinodale con una certa diffidenza. In alcuni passaggi, inoltre, non è risultata scontata la sintonia tra le modalità ordinarie di esercizio del ministero episcopale e l’assunzione di uno stile pienamente sinodale, a cui il Cammino punta» (corsivi nostri).

Passiamo quindi a una rapida presentazione dei 10 nuclei. Vi è innanzitutto da parte della Chiesa un «debito di ascolto» nei confronti di giovani, delle «vittime di abusi sessuali» e «di coscienza». D’altra parte l’«accoglienza» (2o nucleo) deve partire innanzitutto da «differenze» rispetto alle quali il corpo ecclesiale spesso si mostra impermeabile: generazionali, nate da storie ferite, di genere, d’orientamento sessuale, culturali, sociali o legate alla disabilità.

Acuta l’idea di puntare alle «relazioni» (3° nucleo) più che all’elenco di singole categorie di soggetti ecclesiali, perché «l’incontro con le persone non va vissuto come un corollario, ma come il centro dell’azione pastorale».

 

Relazioni ingabbiate, liturgie «smorte»

«La cura delle relazioni chiede di non lasciarsi ingabbiare da ruoli e funzioni – pur necessari – e di non utilizzarli come recinti in cui chiudersi. Ognuno nella comunità ecclesiale ha bisogno di imparare a vivere relazioni più attente all’altro, soprattutto quando si svolge un ministero e un servizio: i sacerdoti, per primi, sono chiamati a essere “maestri di relazione”, capaci di stare e camminare con gli altri». Ma come fare – prosegue il testo – per superare il grande «senso di solitudine che a volte vivono anche i sacerdoti» se la comunità non è capace di farvi fronte?

E così anche per il «celebrare» (4o nucleo) le parole sono cristalline: «Di fronte a “liturgie smorte” o ridotte a spettacolo, s’avverte l’esigenza di ridare alla liturgia sobrietà e decoro per riscoprirne tutta la bellezza e viverla come mistagogia, educazione all’incontro con il mistero della salvezza che tocca in profondità le nostre vite, e come azione di tutto il popolo di Dio. In tal senso risulta urgente un aggiornamento del registro linguistico e gestuale». Accenno solo al 5o, relativo alla comunicazione, comunque interessante anche perché accenna al rischio di una Chiesa ridotta a scimmiottare il modello degli influencer.

 

Responsabilità poco condivise

E salto al 6o nucleo, quello del «condividere». Cito: «La Chiesa appare troppo “pretocentrica” (sic!) e questo deresponsabilizza, diventando un alibi per deleghe o rifiuti da parte dei laici, relegati spesso a un ruolo meramente esecutivo e funzionale, anziché di soggetti protagonisti, costruttori di un “noi”. Ma non per questo esenti dal rischio di sviluppare forme di clericalismo nella gestione dei piccoli spazi di potere loro affidati.

L’emarginazione dei laici riguarda prevalentemente le donne: ciò di cui si sente universalmente la mancanza è una reale condivisione delle responsabilità che consente alla voce femminile di esprimersi e di contare. Particolare attenzione va riservata a religiose e consacrate, che spesso si sentono utilizzate soltanto come “manodopera pastorale”».

Chiudo questa breve rassegna, necessariamente incompleta, sul nucleo del «dialogo» (il 7o; gli ultimi 3 sono: «casa», «passaggi di vita», «metodo»). Come nota il testo sin dall’inizio, «il percorso compiuto durante il primo anno ha intercettato principalmente la parte della comunità ecclesiale italiana che in qualche modo gravita o afferisce ai circuiti parrocchiali, seppur con eccezioni anche importanti e tanta creatività. La parrocchia resta il paradigma strutturante dell’immaginario pastorale e missionario».

 

Da una sintesi consapevole a un nuovo cammino

Questo costituisce un punto di vista metodologicamente molto importante per capire il contesto dal quale sono nate queste osservazioni e rispetto al quale proporre un’azione futura.

Il nucleo del «dialogo», infatti, mette in luce da un lato un contesto di vita quotidiana contrassegnata dalla frammentazione e dalla perdita dei riferimenti della fede. Ma dall’altro constata che la domanda di senso rimane e spesso è rivolta anche ai cristiani. Così «la comunità cristiana è chiamata a dire la sua, ma spesso appare afona, chiusa, giudicante, frammentata e poco competente. I luoghi e le modalità di dialogo nella Chiesa sono ancora pochi, in modo particolare tra Chiesa locale e società civile: spesso si percorrono cammini paralleli dove ognuno vive la propria realtà senza interferire, senza interrogarsi. Il processo sinodale ha svelato che molte realtà sociali, amministrative e culturali nutrono il desiderio di un confronto più assiduo e di una collaborazione più sistematica con le realtà ecclesiali».

Insomma, nonostante il riconosciuto ritardo nell’avvio del Cammino sinodale, la Chiesa italiana ha avviato percorsi che si sono rivelati fruttuosi ed espresso una sintesi consapevole dei limiti ma anche in grado – se le sfide verranno raccolte – di aprire un nuovo cammino. È su questo obbiettivo che occorrerà valutare il percorso che il prossimo anno si aprirà nei Cantieri di Betania, dedicati a «Il cantiere della strada e del villaggio», «Il cantiere dell’ospitalità e della casa», «Il cantiere delle diaconie e della formazione spirituale».

Maria Elisabetta Gandolfi

Maria Elisabetta Gandolfi

Caporedattrice Attualità per “Il Regno”

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