La fede non come reliquia ma come apertura all’altro

“Dalla memoria della reclusione è fiorita la cura per l’inclusione”: è uno dei passaggi del primo discorso di papa Francesco nel suo viaggio apostolico in Kazakhstan, quello alle autorità, in cui si condensa il nocciolo del messaggio che il pontefice ha voluto lasciare in questa terra sterminata dell’Asia centrale. È qui che sono tornati a riunirsi i leader delle religioni mondiali per rilanciare l’urgenza del dialogo tra le fedi come base di costruzione della pace e della convivenza tra i popoli. Parole risuonate assai confortanti al padre Claudio Monge, che ne commenta la portata parlandoci dalla sua Turchia, dove è responsabile del Centro domenicano per il Dialogo interreligioso e culturale.

Tradizione, non preservazione

Abbiamo interpellato p. Monge non solo come esperto del tema, ma proprio in virtù di una vita in missione spesa in un paese dove parimenti i cristiani sono un «piccolo resto» – non gli piace il termine «minoranza» – ed è costante la tentazione di appiattire le questioni esclusivamente su aspetti di rilevanza statistica. La gestione di tradizione e contemporaneità è la sfida più ardua e Francesco, con la sua presenza nella capitale kazaka, ha ribadito i modi attraverso cui essa è possibile, auspicabile, necessaria, nell’ottica di un vivere fraterno che non sia solo un modo di dire ma concreta e onesta aspirazione. «La tendenza a contarsi indica un modo identitario di vivere l’appartenenza, così che scatta un atteggiamento di preservazione per cui la memoria è spesso il ricordo di un passato mitizzato e intoccabile», osserva Monge, che sottolinea come la fede non sia una reliquia che si spolvera o un contenuto intangibile che bisogna semplicemente far passare di generazione in generazione.

 

Testimonianza, non proselitismo

Due le parole chiave usate da Francesco nell’incontro con i religiosi: «eredità» e «promessa». Il passato diventa promessa del Vangelo, futuro di Dio. Si gioca tutto qui, nel rifiutare quello che il papa chiama «indrietrismo» e nell’affidarsi invece docilmente a uno Spirito che spinge oltre i nostri particolarismi difensivi. «Ci dice che il Vangelo o è esperienza del Cristo vivente incarnato nell’oggi, o altrimenti diventa semplicemente riferimento identitario», precisa il domenicano, in sintonia con Francesco il quale – ricorda – diffonde «una testimonianza che non è mai proselitismo» verso l’adesione a un patrimonio imbalsamato. Del resto, dinanzi ai capi religiosi del Congresso cui ha partecipato a Nur-Sultan – appena ridenominata Astana – aveva precisato quanto si debbano evitare «facili sincretismi concilianti».

 

Memoria che non incatena

Che il papa si sia seduto a quel tavolo come un leader tra tanti non ha significato dunque svendere il cristianesimo in una sorta di supermercato delle fedi, né rimuovere il dolente ricordo delle ferite della storia – laddove un ateismo imposto ha procurato tanti martiri per la fede – bensì vuol dire aver a che fare con «una memoria che non incatena«, spiega ancora p. Monge, ma che sia slancio per un libero e autentico incontro con l’altro. E «questo non è relativismo», ha scandito il pontefice all’udienza del mercoledì, occasione in cui è tornato a parlare del suo viaggio. In questa prospettiva, evocare la perdita dell’Occidente a causa del suo degrado morale – aggiunge il religioso – o pretendere di avere l’esclusività delle sofferenze della storia rischia di farci incamminare su crinali pericolosi che non aprono davvero al confronto e al sincero dialogo.

 

Libertà religiosa, non riconquista

Si tratta allora di modificare un vocabolario, di assumere un atteggiamento antropologico rinnovato che invita a connettersi con un mondo abitato da esseri umani dove la creaturalità è la dimensione che condividiamo con tutti: quella fratellanza che nasce dall’essere «figli e figlie dello stesso Cielo». Ne scaturisce che anche il tema della libertà religiosa «non è solo una questione “politica” di riconquista di un proprio spazio sovrano, di un territorio dove l’altro non mette il naso», conclude Monge. Non è questione, insomma, di conquistare nuovi mercati per portare il Verbo ai confini del mondo. Ma di riscommettere su quella libertà connaturata alla creatura che offre il presupposto fondamentale perché si eserciti una vera adesione di fede e, con quella, ci si adoperi come artigiani di comunione. 

Antonella Palermo

Giornalista

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