Nella notte della vittoria elettorale Giorgia Meloni aveva sintetizzato il percorso seguito dal partito da lei guidato con una frase che attribuiva a san Francesco. Ben presto diversi interventi – anche del direttore di Avvenire Marco Tarquinio – avevano ricordato che quella frase non era mai stata pronunciata dall’Assisiate. Lo dimostrava in maniera inequivocabile l’edizione critica dei suoi scritti da tempo in circolazione. Anche se è buona regola dei responsabili politici circondarsi di consiglieri in grado di evitare loro inutili scivoloni, non si può certo pretendere che essi abbiano una puntuale conoscenza sullo sviluppo degli studi. Giustamente si era quindi parlato di «peccato veniale».

Tuttavia, in occasione della festa del 4 ottobre la candidata alla guida del governo è ritornata sul Poverello.

 

Una nota per il 4 ottobre

Meloni ha infatti emanato una nota in cui, ricordando che quest’anno il presidente della Repubblica e il presidente della CEI celebravano la tradizionale cerimonia dell’accensione della lampada votiva dei comuni d’Italia sulla tomba del santo d’Assisi, ha affermato che l’evento assumeva una «valenza simbolica straordinaria».  Ne ha chiaramente spiegato la ragione. Un rito che «rinnova il legame che unisce il nostro popolo e le sue istituzioni a uno dei padri della nostra civiltà» viene dedicato a omaggiare gli italiani che durante la pandemia si sono impegnati a dedicare la loro vita al servizio degli altri. Fare memoria del patrono d’Italia celebra quindi «quel forte senso di comunità che unisce la nazione».

È evidente che Meloni ha voluto indirizzare ai responsabili apicali delle istituzioni politiche ed ecclesiastiche italiane, convenuti ad Assisi, un messaggio di condivisione dei loro indirizzi. In effetti negli interventi del presidente Mattarella e del card. Matteo Zuppi il riferimento a Francesco è stato caratterizzato dalla presentazione di un nesso tra la sua figura e il senso comunitario risvegliato dalla pandemia. La nota della presidente di Fratelli d’Italia s’inserisce insomma all’interno delle molteplici dichiarazioni con cui, nei giorni di attesa del conferimento dell’incarico, sta cercando di appianare il suo cammino verso Palazzo Chigi.

 

San Francesco e l’identità nazionale

Ci si può tuttavia chiedere se le sue parole siano pienamente idonee allo scopo di tranquillizzare l’opinione pubblica sulla cultura che è alla base delle sue posizioni. Sembrano rivelare che Meloni non ha ancora adeguatamente fatto i conti con la storia del Novecento.
La nota della candidata premier ha infatti stabilito uno stretto nesso tra san Francesco e l’identità nazionale italiana. Non è certo giunta a rievocare lo slogan «il più italiano dei santi, il più santo degli italiani», che dalla seconda metà dell’Ottocento ha accompagnato la lettura nazionalista prima e fascista poi del Poverello. Tuttavia è su quel nesso che ha giocato tutta la sua interpretazione. La differenza con i discorsi del presidente Mattarella e del card. Zuppi è lampante. Qui infatti non solo il richiamo al tema comunitario non viene esplicitamente collegato alla dimensione nazionale, ma soprattutto l’accento è posto sulla riproposizione dell’icona del santo pacifista e del santo ambientalista.

 

I richiami alla storia

Dal punto di vista storico, tutte queste letture hanno ben scarso fondamento. La proposta cristiana dell’Assisiate avviene nel contesto di una società medievale che non ha nulla a che fare con i problemi che affannano il nostro mondo: si tratti della catastrofe ecologica, o dell’incapacità degli organismi internazionali di costruire una pacifica convivenza a livello planetario, o del bisogno di consenso identitario del moderno Stato nazionale. Ma il presidente della Repubblica – in piena sintonia con un noto intervento di papa Bergoglio – ha pur sempre fatto un preciso e fondato richiamo alla storia. Rievocando l’episodio di Damietta, ha delineato uno dei tratti effettivi del progetto di Francesco di rendere testimonianza di un ritorno al Vangelo sine glossa. Recandosi dal sultano senza armi, durante la quarta crociata, il Poverello ha inequivocabilmente indicato la prospettiva di basare il rapporto con l’altro sul fraterno dialogo anziché sulla guerra santa.

 

Un santo italiano?

Nella nota di Meloni ritorna invece un pur sommessa eredità della strumentalizzazione della figura di Francesco in chiave nazionale. Solo nel contesto ottocentesco del Risorgimento, quando la penisola cominciava a pensarsi come un indipendente Stato unitario, si iniziò a collegare la figura del Poverello a un’identità nazionale che, ovviamente, in quei termini era del tutto impensabile nell’età medievale. La mitica costruzione dell’italianità del santo era allora funzionale a mobilitare le masse, in particolare quelle cattoliche, al sostegno della costruzione dello Stato nazionale. Di questa immagine il fascismo – sulla scia di un intervento del Duce pubblicato in vista del settimo centenario della morte, nel 1926 – si appropriò in chiave bellicista: Francesco diventava il modello per «l’italiano nuovo» proiettato a conquistare lo spazio vitale di una razza superiore.

 

Patrono tra pace e guerra

Non c’è dubbio che l’Assisiate è poi stato ufficialmente proclamato patrono d’Italia. Ma questa operazione, compiuta nel giugno 1939 da papa Pacelli, aveva un significato preciso, che la distingueva chiaramente dalle voci nazional-cattoliche che avevano avanzato la richiesta. Nel momento in cui l’intera Europa stava per essere travolta dalla Seconda guerra mondiale, il papato asseriva di voler dare all’Italia un patrono perché i suoi governanti, seguendo l’esempio di mitezza e pace di san Francesco, facessero opera di riconciliazione tra le parti contendenti. Nell’ottobre 1939 a questa prospettiva si uniformarono i discorsi tenuti dai cardinali, e in qualche modo anche dal governatore di Roma, alla prima cerimonia di accensione della lampada votiva dei Comuni d’Italia. Come è noto, Mussolini, cui Pio XII con tutta evidenza si era rivolto, seguì un’altra strada. Allora l’uso nazional-imperialista del richiamo a Francesco divenne un tratto della celebrazione del suo patrocinio sulla penisola, per ripiegare poi nel primo dopoguerra nuovamente sulla linea nazional-cattolica.

 

Residui di una cultura nazionalista

Come non si può imputare a Meloni di non conoscere le edizioni critiche di Francesco, non si può certo nemmeno rimproverarle una scarsa conoscenza delle distorsioni cui è stata sottoposta l’interpretazione di Francesco nella storia d’Italia. Ma la sua nota è rivelatrice. Indipendentemente dalle manipolazioni propagandistiche del Ventennio, quella cultura nazionalista che ha coltivato la mitica immagine di un Poverello emblema dell’identità italiana sembra pur sempre costituire il terreno da cui traggono alimento le sue dichiarazioni pubbliche. Anche se dirette alla tranquilla integrazione della presidente di Fratelli d’Italia nelle istituzioni della Repubblica, esse mostrano il vischioso residuo di quell’anacronistica esaltazione della nazione, in un mondo sulla via della globalizzazione, che è all’origine di alcuni dei problemi novecenteschi di cui a tutt’oggi si può osservare la tragica persistenza.

Daniele Menozzi

Storico

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