La sinodalità «è prima di tutto una preghiera al Signore per conoscere le sue vie. Questo esclude altre vie, si tratta di processi di discernimento fatto insieme»: in questa lunga intervista che l’arcivescovo di Vienna, card. Christoph Schönborn, ha rilasciato a Jan-Heiner Tück per l’edizione tedesca della rivista Communio, vengono sistematizzati i fondamenti del processo sinodale aperto e voluto da Francesco in tutte le Chiese. Il primo è quello biblico-spirituale. Il secondo è quello della taxis, la gerarchia. In analogia alla comunione trinitaria, che non appiattisce le tre persone, anche nella sinodalità agisce un principio simile. Senza che tuttavia vi sia «competizione» ma «complementarietà e sinergia» in vista del «massimo consenso possibile». Il terzo è che un Sinodo di una Chiesa (tedesca) non può prescindere dal depositum fidei (quando si parla di futuro del ministero ordinato). Il cardinale muove poi una critica al Cammino sinodale tedesco: e cioè il nesso – a suo avviso discutibile – tra «questione degli abusi e quella della costituzione della Chiesa, perché le prove di questo legame sono ben lungi dall’essere riflesse e dimostrate». L’intervista integrale è a disposizione degli abbonati sul sito de Il Regno; qui ne riportiamo una pagina (MEG).

La sinodalità non è un parlamento

– È possibile applicare concretamente quella che Nowak chiama «intelligenza cooperativa» ai processi sociali ed ecclesiali?

«Per quanto riguarda la società vorrei citare il partenariato sociale come esempio che appartiene alla storia austriaca. Dopo la Seconda guerra mondiale l’Austria è tornata a essere economicamente forte, con uno standard sociale elevato, perché il modello di base è stato il partenariato sociale. Quelli cioè che, per così dire, avevano interessi contrapposti, cioè gli imprenditori e i lavoratori, hanno trovato una via d’uscita dalle dolorose esperienze del periodo tra le due guerre, della guerra civile, del nazismo e della Seconda guerra mondiale, quando dopo il 1948 hanno detto: dobbiamo intraprendere una strada diversa, quella del partenariato sociale.

Questo ha fatto sì che nei 75 anni trascorsi dalla Seconda guerra mondiale non ci siano stati praticamente scioperi in Austria, e che in ogni caso si sia trovato un modo comune per affrontare insieme le tensioni sociali fino a raggiungere il punto più avanzato possibile di unanimità. E questo mi sembra significativo per comprendere la sinodalità da parte della Chiesa. La sinodalità come modello riuscito della creazione e della società e sostanzialmente come realtà radicata in Dio stesso, che mira al consenso, all’unanimitas.

Quando papa Francesco ripete che la sinodalità non è un parlamento ecclesiastico, dove si tratta soprattutto di formare maggioranze, di confrontarsi tra partiti, si basa su ragioni profonde. Qui invece si tratta del massimo consenso possibile».

 

Il punto di partenza del Cammino sinodale tedesco

– La critica sulla confusione tra sinodalità e parlamentarismo ci offre lo spunto per guardare al Cammino sinodale tedesco dopo queste riflessioni di fondo. Molti probabilmente direbbero che questi fondamenti sono buoni e giusti, ma tendono a enfatizzare teologicamente i conflitti o a immunizzarli spiritualmente. In effetti il cuore della questione è un doppio scandalo: da un lato il fatto che il clero abbia commesso abusi sessuali e spirituali, e dall’altro l’insabbiamento sistematico di questi reati da parte della leadership ecclesiale. Questo è il punto di partenza del Cammino sinodale in Germania, che certamente cerca soluzioni attraverso un’«intelligenza cooperativa». Come valuta questo punto di partenza? Riprende sufficientemente l’orientamento ec-centrico, la ricerca delle vie del Signore nel senso di un rinnovamento della Chiesa?

«La ricerca dei fondamenti biblici, teologici, ma anche sociali della sinodalità, tutto questo non è un eccesso di analisi. Le questioni fondamentali sono decisive per il successo di un processo sinodale, e qui penso che innanzitutto vadano chiarite le questioni ecclesiologiche preliminari.

Per papa Francesco il tema della sinodalità è molto legato al tema della comunione e del sensus fidelium, il senso della fede del popolo di Dio. Si tratta di temi che sono stati elaborati in modo imponente dal concilio Vaticano II.

 

La Chiesa come sacramento di salvezza

Ecco perché si può parlare di sinodalità in modo significativo solo se si guarda a questi fondamenti teologici. La Commissione teologica internazionale lo ha fatto esaustivamente nel documento su La sinodalità nella vita e nella missione della Chiesa. Non ha senso parlare della discussione tedesca o addirittura internazionale senza discutere di queste basi.

La costituzione Lumen gentium sulla Chiesa è la magna charta per il cammino della Chiesa nel nuovo millennio. Si tratta innanzitutto del mistero della Chiesa. E devo dire chiaramente che un tentativo meramente pragmatico o sociologico di risolvere i problemi sinodali fallirà, in modo puro e semplice. L’orientamento verso il concilio Vaticano II sposta al centro la questione della forma fondamentale della Chiesa, e cioè la Chiesa come sacramento di salvezza, che è segno e strumento – signum et instrumentum – dell’unione con Dio e degli uomini tra loro (Lumen gentium, n. 1; EV 1/284).

Derivano da qui il popolo di Dio, con la pari dignità di tutti i battezzati (cf. Lumen gentium, c. 2), e la comune chiamata alla santità, un tema che è stato un po’ trascurato nella recezione del Concilio negli ultimi anni (cf. Lumen gentium, c. 5). E per me rimane sempre molto importante il c. 7 della Lumen gentium, sull’indole escatologica del popolo di Dio…».

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Share via
Copy link
Powered by Social Snap