Anticipiamo qui su Re-blog l’editoriale del direttore Gianfranco Brunelli che apre il prossimo numero 18 de Il Regno Attualità.

Le elezioni politiche del 25 settembre mostrano (cf. Regno-att. 18,2022,547) un risultato inedito. Fratelli d’Italia (FdI), che nel 2018 aveva circa il 4%, diventa la prima forza politica con il 26%.

Se guardiamo la sequenza dei vincitori, dalle elezioni europee del 2014, il panorama politico italiano risulta impressionante. A ogni passaggio risulta vincente un partito diverso e di segno politico opposto. Alle europee del 2014, il primo partito risulta essere il Partito democratico col 41% e ora, assieme ad Articolo 1, consegue il suo peggior risultato, il 19,1%. La Lega, che aveva ottenuto 17,3% nelle politiche del 2018, alle europee dell’anno dopo era arrivata fino al picco del 34,3% e ora scende vertiginosamente all’8,8%. Il Movimento 5 Stelle (M5S) nel 2018 aveva ottenuto il 32,7%, l’anno dopo era crollato al 17,7%, quando buona parte dei suoi ex-elettori avevano favorito il successo leghista e ora, dopo ripetute performance del 5% nelle amministrative, s’attesta al 15,3%.

Nel volgere di pochi anni e persino da un anno all’altro, moltissimi elettori hanno modificato le scelte di voto. Anche se questi spostamenti sono avvenuti in gran parte all’interno dei rispettivi campi di centro-destra e di centro-sinistra, tra soggetti limitrofi, fatta salva la dinamica trasversale degli elettori del M5S, si tratta di spostamenti che descrivono i cambiamenti sociali profondi (cf. «Il cataclisma e l’apocalisse. Intervista ad Arturo Parisi», in Regno-att. 8,2018,193), che hanno un carattere antropologico, e che si sono prodotti prima e forse più delle scelte politiche ideologiche. Anche se essi hanno, come in questo caso, determinato una vera e propria svolta politica.

 

Populismi e sovranismi

La vittoria del centro-destra, che oggi usufruisce di una significativa maggioranza parlamentare e si avvia a governare, è in gran parte il frutto dell’affermazione di Fratelli d’Italia di Giorgia Meloni. Di un partito che è il risultato del combinato tra una destra nostalgica e una radicale, tra una cultura autoritaria e un nazionalismo che si è ridefinito come sovranismo. Diversa fu infatti la configurazione politica del centro-destra a guida berlusconiana, che aveva un’impronta politica prevalentemente conservatrice e velleitariamente liberale. Oggi è la destra radicale che domina nella coalizione di centro-destra.

Il successo di FdI è il risultato della composizione e della scomposizione dei populismi e dei sovranismi (cioè della Lega salviniana e del M5S), che risultarono vincenti nel 2018 e che provarono, senza riuscirci, a governare. E tuttavia tra il suo iniziale 4% e l’attuale 26% c’è uno spazio politico che Giorgia Meloni cercherà d’interpretare attraverso l’azione di governo.

Le difficoltà di un governo politicamente centrato su Fratelli d’Italia non nascono solo dall’evidenza oggettiva della situazione drammatica nella quale il paese si trova (crisi energetica e delle materie prime, guerra in Ucraina, permanere del COVID, inflazione, tendenza alla stagnazione e incipiente crisi sociale), ma anche dalla soggettività di chi governa. La sua legittimità democratica è fuori discussione, ed è da tempo una moneta fuori corso la cosiddetta «differenza morale» della sinistra, così come risulta storicamente e politicamente fuorviante la lettura gobettiano-dossettiana del «fascismo come autobiografia della nazione». Non si potrà più contrapporre la Costituzione, intesa come ideologia politica, alla democrazia e al suo esercizio. Le due cose stanno assieme.

 

Meloni: la sfida è culturale

E tuttavia i conti col passato sono da fare a destra come a sinistra. Perché il fallimento della transizione dei trent’anni, quella avviata dagli eventi del 1989, sta proprio in questo: nella mancata soluzione della questione post-fascista e di quella post-comunista. Il passato lontano (in capo ai soggetti politici ereditari) e il passato prossimo (in capo alla loro autodefinizione recente).

A Giorgia Meloni la vittoria assegna il compito e la responsabilità d’affrontare la questione post-fascista. Non basterà la scelta del fare come ideologia politica sostitutiva, non basterà il pur necessario pragmatismo di governo, o spendersi qualche elemento di continuità con l’agenda Draghi. Le questioni politico-culturali cui Meloni deve dare risposta valgono e determinano più di qualche punto di PIL.

La prima di queste è la concezione liberale della democrazia. Il modello Orbán di una «democrazia illiberale» è una contraddizione in termini: non esistono democrazie illiberali. O sono liberali o non sono democrazie, bensì forme con gradi diversi d’autoritarismo.

Il secondo punto si chiama atlantismo. Non basta professarsi amici degli Stati Uniti e legati all’Alleanza atlantica. La guerra in Ucraina ha evidenziato le molte ambiguità e i distinguo interessati di molte affermate convinzioni. L’atlantismo della nostra storia repubblicana, la cui decisione si deve a De Gasperi e che da ultimo, coerentemente, Draghi ha ribadito nel momento dell’insediamento del suo governo, è interpretato e inteso in chiave europea ed europeista. Per l’Unione Europea non si dà un atlantismo senza la costruzione dell’Europa. Senza è un’altra cosa. Quella che piace ai polacchi. Dopo il secolo americano, l’Europa è parte fondamentale, necessaria agli stessi USA, nella ridefinizione di un nuovo equilibrio mondiale.

 

Andare oltre Fiuggi 1995

Il terzo punto riguarda la relazione tra nazioni, nazionalismi e futuro dell’Unione Europea. L’appartenenza all’UE e all’eurozona richiede la condivisione e lo sviluppo di regole che, se chiamano l’Europa a una maggiore solidarietà interna, esigono che i singoli paesi non pensino a velleitarie fughe nazionalistiche. L’antieuropeismo, la cultura autoritaria, i nazionalismi ancorché mascherati da sovranismo, sono incompatibili col nostro futuro in Europa e col futuro dell’Europa di cui l’Italia è un paese decisivo. I nostri interessi nazionali e prima ancora i nostri ideali guardano verso la coesione con paesi come la Germania, la Francia e la Spagna, non alle scelte dei governi dei paesi del gruppo di Visegrad. Quelle scelte contraddicono le radici culturali della civiltà europea.

Credo che questa vittoria imponga a Giorgia Meloni d’andare avanti, oltre Fiuggi 1995, quando Fini chiuse con l’ispirazione al fascismo e impose al MSI-DN di farsi promotore di una diversa «Alleanza nazionale». Il futuro governo Meloni parte nei giorni vicini al 28 ottobre, centenario della «Marcia su Roma». È un’occasione propizia per parole inequivocabili. Così anche il riferimento del neoeletto presidente del Senato, Ignazio La Russa, al 25 aprile come festa nazionale di tutti, condivisa anche dagli eredi di chi allora stava dalla parte sconfitta dalla storia, deve diventare reale. Il discorso di Liliana Segre al Senato è un testo da sottoscrivere.

Giorgia Meloni ha bisogno di un progetto coerente che corrisponda alla ridefinizione dell’identità culturale del proprio partito nella definizione dell’orizzonte del paese. Nel futuro di questa vittoria politica dell’attuale destra radicale, c’è la possibilità di una sua trasformazione in chiave liberale, o il ripiombare e il farci ripiombare in un futuro-passato.

 

Il problema del PD: la «Cosa»

Dall’incognita di un centro-destra a egemonia radicale alla sconfitta politica del Partito democratico (PD) e al deserto del centro-sinistra. La sconfitta del PD, elettorale perché politica, mette capo a serie preoccupazioni per la tenuta del sistema democratico. Quella del 25 settembre 2022 non è una sconfitta tutta addebitabile al segretario Letta. Un segretario non basta. Certo la sua recente parabola politica, degna di totale rispetto, impressiona. Dapprima dimissionario dalla politica, in seguito alla costituzione del governo Renzi vissuta come una umiliazione (febbraio 2014), e poi rientrato dall’esilio parigino, su chiamata di Orlando e Franceschini (senza congresso, senza confronto politico) a reggere la Segreteria del partito, artefice di una politica dimissionaria di fatto. Iscrittosi imprudentemente al mito dell’Ulivo, Letta non è stato in grado di sciogliere (e non poteva) il nodo dell’identità del partito, necessario per superare il residuo egemonista dei post-comunisti e la tentazione dei post-democristiani di stare comunque al governo.

Il problema del PD è il PD. Non il nome, ma la «cosa», come lo fu la fallita trasformazione del PCI. Il problema del PD è ciò che non è mai diventato, la sua mancata novità democratica, soprattutto per responsabilità del suo gruppo dirigente, che non è stato in grado di fare una «cosa nuova», ma che ha fatto sempre la stessa cosa, sistemare gli organigrammi della «ditta», senza discuterne la forma democratica e il progetto politico per il paese.

 

Un vuoto politico pericoloso

Il PD è stato lo spazio per un’oligarchia unicamente preoccupata della propria continuità. Dalla «vocazione maggioritaria» al trasformismo, senza alcun esercizio di democrazia interna, senza apertura alla società. Immaginando che la scelta di farsi partito radicale di massa, legato esclusivamente ai diritti individuali, alla loro rincorsa più che alla loro tematizzazione, potesse celare lo scollamento con una società ben più articolata. Oggi il PD non riesce né a rappresentare la parte dinamica e innovativa del paese, né a riconoscere e a soccorre quella precaria. Una scelta minoritaria, non una «vocazione maggioritaria».

Difficile immaginare che di fronte alla sciagurata interruzione della legislatura (per mano del M5S) e con questo sistema elettorale, si potessero ricomporre in due mesi di campagna elettorale le forze massimaliste e quelle riformiste del centro-sinistra. Non vi è stata né la ricomposizione, né la scelta tra loro, visto il pregiudiziale no a Renzi e il successivo pasticciato no di Calenda. Ma solo il rientro alla chetichella del gruppo ex comunista di Bersani e D’Alema.

La sera della sconfitta, Letta avrebbe dovuto dimettersi, sarebbe stato politicamente necessario farlo, per difendere le proprie scelte e chiamare tutti alla propria responsabilità, avviando un confronto vero e rapido. E non rinviare a mesi di dibattito confuso sul cambio del nome, che servono solo a coprire accordi reali sull’assestamento di potere che avrà l’oligarchia interna.

Il populismo del M5S, di fatto alternativo e conflittuale col PD, è pronto a prendere il suo posto quale perno centrale del centro-sinistra. Ma la fine del PD aprirebbe un vuoto politico pericoloso nel sistema politico.

Gianfranco Brunelli

Direttore de “Il Regno”

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