L’appello alla nazione, l’idea di nazione

Da tempo l’appello alla nazione è la cifra della comunicazione di Fratelli d’Italia (FdI) e lo sarà ora di quella del nuovo governo, amplificandone la risonanza simbolica. È un fatto positivo.

Anzitutto, non è chiaro perché appellarsi alla nazione dovrebbe essere di per sé fonte di preoccupazione, visto che il richiamo alla nazione è parte delle fondamenta morali dell’Italia repubblicana.

Nelle lettere dei condannati a morte della Resistenza il richiamo alla nazione è costante. Era presente nella scelta di quei tre ufficiali, catturati dai tedeschi dopo l’8 settembre 1943, di custodire per tutto il periodo di prigionia i tre lembi della bandiera del reggimento.

Ai lavori dell’Assemblea costituente il deputato comunista Arturo Colombi (condannato nel 1933 a 18 anni di prigione dal Tribunale speciale fascista) così definiva il servizio militare obbligatorio: «(Non si tratta) solo di un’educazione militare: si tratta anche di educazione morale; non si tratta solo di fare dei soldati, ma anche di fare degli uomini, dei patrioti. Il servizio militare obbligatorio fa dell’esercito una scuola di unità nazionale: lo è stato in una certa misura nel passato; noi vogliamo che esso lo sia sempre di più nella nuova Italia democratica».

 

C’è sempre un dibattito sull’identità

Ma è vero che di difesa della nazione parlavano pure quegli ufficiali che visitavano i campi di prigionia tedeschi per convincere i loro commilitoni internati ad aderire alle formazioni repubblichine, senza peraltro con successo. Si richiamavano a una certa idea di nazione anche i militi delle brigate nere che collaboravano con i nazisti nel rastrellare e avviare ai campi di sterminio i cittadini italiani di religione o tradizione ebraica.

Quindi quello che conta non è mai l’appello alla nazione, ma cosa si pensa la nazione sia o debba essere. In ogni stato territoriale nel quale in vari modi si è realizzata tra i suoi cittadini una certa unità linguistica e culturale, c’è sempre stato e c’è un conflitto, o almeno un dibattito, sui contenuti che sostanziano la coscienza di condividere una lingua e una cultura, un passato e un futuro. De Gaulle parlava sempre di una certa idea di Francia che evidentemente era molto diversa da quella che aveva il maresciallo Pétain. L’appello al fronte repubblicano contro la sig.ra Le Pen non è altro che uno dei lati del conflitto sull’identità francese.

 

Sul sentimento nazionale degli italiani

Sarebbe dunque il caso di riconoscere che limitarsi a criticare l’appello alla nazione della destra al governo, come pare si accingono a fare in molti, è un modo per eludere il problema di dire quale sia la propria idea di nazione. Invece il richiamo alla nazione dovrebbe essere preso per quello che è. Una sfida sui significati da attribuire alla nostra identità nazionale.

Un tema questo pressante da tempo. Ma sempre eluso. Per ragioni complesse da spiegare in poche righe, il dibattito sull’identità nazionale in questi anni si è sempre focalizzato sul presunto scarso sentimento nazionale degli italiani, divisi da forti polarizzazioni ideologiche, localistiche e calcistiche. Una questione di temperatura sentimentale.

Un dibattito stravagante perché è palese che gli italiani non manchino di orgoglio nazionale. Un dibattito fuorviante perché non ha aiutato a mettere a fuoco quali sono i significati che gli italiani, non solo le loro classi dirigenti, attribuiscono al loro essere italiani. Nella visione della nazione degli italiani non prevalgono i contenuti etnici. Ma neanche quelli civici, per richiamare alla memoria una distinzione tanto frequente nelle discussioni colte quanto priva di riscontri empirici.

 

Una risorsa culturale sufficiente?

Quando pensa a ciò che fa di un italiano un italiano, la maggioranza di noi condivide l’idea che l’italianità sia fatta di tradizioni, del patrimonio culturale stereotipizzato nell’insegnamento scolastico, degli stili di vita della quotidianità, anche di quelli alimentari. Per alcuni, ma sono minoranza, la religione cattolica. Lo stesso accade per altri popoli europei, con la parziale eccezione dell’aspetto religioso, marcato a Oriente. Tali contenuti di per sé possono anche condividere una identificazione a un’Europa intesa come un insieme di nazioni consapevoli però di essere interdipendenti.

Non mi è chiaro quali contenuti la destra attribuisca alla nazione quando parla di nazione, ma è possibile che siano vicini a quelli condivisi dalla maggioranza degli italiani: ciò che siamo nel presente e le memorie inevitabilmente selettive del passato. L’interrogativo è se questa idea di nazione sia una risorsa culturale sufficiente per affrontare un futuro nel quale entro i confini geografici del paese vi sono molti che vengono da storie diverse da quelle degli italiani, e fuori dai confini la nostra sovranità nazionale non può fare a meno dell’Europa.

 

Serve un’idea di nazione all’altezza dei tempi

Diversi decenni fa Eisenstadt e Giesen ricordavano come che le identità nazionali si erano costruite fondendo assieme le diverse identità locali presenti negli stati territoriali attraverso un’opera di conversione in un unico credo. Le tradizioni locali rappresentavano il passato che divideva. La nazione era il futuro che univa. Furono le destre dei vari paesi a compiere questa operazione. Alcune in un quadro democratico e liberale. Altre in modo autoritario.

Siamo di fronte a un tornante della storia nazionale ed europea nel quale è necessaria un’idea di nazione che non si limiti a essere solo la memoria museificata del passato o rappresenti trasfigurati i riti della nostra quotidianità.  Una idea di nazione all’altezza dei tempi perché crede nel suo futuro. Sarebbe utile almeno parlarle.

Paolo Segatti

Sociologo

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