Che cosa si sono detti vescovi, papa e curia romana sul Cammino sinodale locale e su quello della Chiesa universale. Non ci sarà nessuna moratoria. Ma occorre fare i conti con la pressione che, in Germania, proviene dai fedeli e in particolare dalle donne.

Un’intervista di mons. Matteo

Nessuno più del papa «ha sollecitato i credenti a immaginare e lavorare per una Chiesa diversa, capace di accogliere tutti e ciascuno con la loro storia unica e spesso travagliata»: è l’affermazione conclusiva dell’intervista rilasciata da mons. Armando Matteo, segretario della Sezione dottrinale del Dicastero per la dottrina della fede dal 5 giugno scorso, alla testata spagnola Alfa y Omega (13.11.2022).

L’affermazione, all’apparenza scontata, cambia di segno se la si colloca nel suo contesto: il parere di un autorevole esponente del dicastero teologico per eccellenza sull’esperienza del Cammino sinodale tedesco, oggetto principale della visita ad limina che la Conferenza episcopale di Germania ha condotto in Vaticano dal 14 di questo mese.

E non è un segreto per nessuno il fatto che il corposo e rigoroso lavoro del Synodale Weg sia stato oggetto di aspre critiche sul fronte cosiddetto conservatore, ma soprattutto sia guardato con sospetto dagli ambienti della curia romana.

 

Esperienza che può aiutare tutti

Critiche e sospetti aumentati dopo che il papa ha scritto la Lettera al popolo di Dio in Germania (2019), dopo che la promessa di un «tavolo congiunto» per il dialogo tra Roma e il Cammino sinodale non è stata mantenuta, e dopo la doccia fredda della piccola ma irrituale nota della Sala stampa della Santa Sede del 21 luglio scorso… 

Invece Matteo, pur premettendo che occorre che i vescovi tedeschi escano «dal loro mondo» e si aprano «all’incontro con altre posizioni», perché «lo scambio può essere molto benefico e ricco», apre uno spiraglio e dichiara che la Chiesa tedesca è «una Chiesa con molte sfide, come la questione degli abusi sessuali e la mancanza di vocazioni», la cui «esperienza può essere di aiuto a tutti». D’altra parte anche il Sinodo «è un esperimento totalmente nuovo».

 

Rischio di «riforme della Chiesa e non nella Chiesa»

A partire da questo clima, i 62 presuli giunti a Roma hanno incontrato a porte chiuse sia il papa (per un paio di ore) sia, il 18, alcuni capi di dicasteri della curia romana. Due i resoconti ufficiali: un Comunicato congiunto della Santa Sede e della Conferenza episcopale di Germania e una conferenza stampa con i giornalisti di un’ora e mezza, di cui ha ampiamente riferito Vatican News.

Il primo afferma che «l’incontro era programmato da tempo come un’opportunità per riflettere insieme sul Cammino sinodale in corso in Germania, convocato per reagire ai casi di abuso sessuale su minori da parte di ecclesiastici».

L’ha presieduto il cardinale segretario di stato, Pietro Parolin, che nella sua introduzione «ha ricordato il vincolo di comunione e di amore che unisce i vescovi tra di loro e con il successore di Pietro e, sottolineando l’importanza dell’incontro come momento di condivisione e di grazia, di unità nelle differenze, ha accennato alle preoccupazioni che il Cammino sinodale suscita, indicando il rischio di “riforme della Chiesa e non nella Chiesa”».

 

Dalla curia «con franchezza e chiarezza»

La parola è quindi passata a mons. Georg Bätzing, vescovo di Limburg e presidente della Conferenza episcopale. Sul Cammino sinodale tedesco «ha evidenziato lo spirito, fondato sull’ascolto del popolo di Dio e sul dolore per gli abusi commessi da membri del clero», elencando i temi delle diverse assemblee: «Potere e divisione dei poteri nella Chiesa – Partecipazione comune e progettazione missionaria; Vita sacerdotale oggi; Donne nei ministeri e negli uffici della Chiesa; Vivere in rapporti che funzionano – Vivere l’amore nella sessualità e nel rapporto di coppia».

Poi ci sono state le relazioni dei cardd. Luis Francisco Ladaria, prefetto del Dicastero per la dottrina della fede, e Marc Ouellet, prefetto del Dicastero per i vescovi (sue le Osservazioni al Cammino sinodale tedesco del 4.9.2019), «i quali sono entrati con franchezza e chiarezza in merito alle preoccupazioni e alle riserve relative alla metodologia, ai contenuti e alle proposte del Cammino sinodale, proponendo, a beneficio dell’unità della Chiesa e della sua missione evangelizzatrice, che le istanze sin qui emerse s’inseriscano nel Sinodo della Chiesa universale».

 

Il paziente popolo di Dio

Poi si è aperto il dibattito, dal quale è «emersa l’importanza e anche l’urgenza di definire e approfondire alcune delle tematiche evidenziate, ad esempio quelle riferite alle strutture della Chiesa, al ministero sacro e all’accesso a esso, all’antropologia cristiana ecc. Al contempo si è manifestata la piena consapevolezza, da parte di tutti, di essere in cammino con l’intero santo e paziente popolo di Dio, anche nel confronto tra posizioni diverse. Proprio in questo senso, molti interventi hanno indicato la centralità dell’evangelizzazione e della missione come fine ultimo dei processi in corso, come pure la consapevolezza dell’indisponibilità di alcuni temi.

In questa prospettiva di condivisione aperta e fraterna, sono state avanzate alcune proposte, come quella di applicare una moratoria al Cammino sinodale tedesco, che non ha trovato spazio, e quella di favorire un supplemento di riflessione e di ascolto reciproco alla luce delle perplessità emerse».

In conclusione, Parolin ha detto che «non si potrà non tenere conto» in futuro di questo necessario confronto.

 

Respinta la proposta di moratoria

In conferenza stampa Bätzing ha dichiarato nettamente: «Siamo cattolici e quello vogliamo rimanere»; e se da un lato si è detto «soddisfatto», per il fatto che si è dimostrato che «il dialogo è possibile», mettendo sul tavolo critiche, irritazioni, istanze, proposte, riserve ecc., dall’altro si è detto «preoccupato», perché le «divergenze» rimangono.

Forse – aggiungiamo noi – sarà anche stato irritato per la proposta della moratoria che, come afferma il comunicato, è stata respinta al mittente.

Vero è che quello che è emerso in Germania corre il rischio di propagarsi come «un incendio», ma – ha detto il presule – «non è possibile bloccare delle cose. Non fa parte della cultura della sinodalità intimidire, intimorire. Se fosse mai stato un metodo, non è stato il metodo giusto».

Davanti ai giornalisti, il presidente dei vescovi ha comunque detto che il «popolo di Dio» è santo, ma non «paziente», come il «linguaggio romano» ha voluto scrivere: in particolare le donne, da un lato «la cosa più urgente», ma dall’altro quella «che ci separa di più».

Maria Elisabetta Gandolfi

Maria Elisabetta Gandolfi

Caporedattrice Attualità per “Il Regno”

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