Commento alle letture per la liturgia della II domenica di Avvento

Is 11,1-10; Sal 71 (72); Rm 15,4-9; Mt 3,1-12

dalla Rubrica de Il Regno La Parola in cammino

Il Vangelo di questa domenica ci presenta la figura di Giovanni il Battista, che nel deserto di Giuda invita alla conversione e annuncia che «il Regno dei cieli è vicino». Giovanni si presenta come un profeta che incarna il messaggio del Signore con la sua stessa vita. Vestito di peli di cammello, cibandosi di cavallette e miele selvatico, è l’emblema dell’essenzialità ridotta all’osso e che può sembrare quasi esagerata. Anche le sue parole non sono né dolci, né gentili, dato che inveisce nei confronti di coloro che si accostano a lui: «Razza di vipere! Chi vi ha fatto credere di poter sfuggire all’ira imminente? Fate dunque un frutto degno della conversione».

A questo proposito è interessante notare che tale invettiva, in Matteo è rivolta principalmente ai farisei e sadducei; mentre in Luca è generalizzata e in Marco non compare per nulla. Il fatto che Matteo la indirizzi verso questi due gruppi religiosi è segno non di una distanza o di una condanna, ma semplicemente di un dialogo, anche con toni forti e contrapposti, tra realtà che appartenevano e si riconoscevano all’interno dell’unica fede giudaica.

Il suo è un annuncio rivolto a tutti, indipendentemente dal gruppo religioso di appartenenza, dato che, dopo il battesimo di conversione, non veniva richiesto né a un fariseo né a un sadduceo di smettere di essere tale. Il fatto, però, che questi ultimi due gruppi fossero i più coinvolti nelle relazioni istituzionali con il potere romano, sia in positivo sia in negativo, e che promuovessero una loro diversa visione di salvezza, giustificava dal suo punto di vista l’asperità con cui si rivolgeva loro.

L’altra considerazione da tenere presente è che tali persone, appartenenti al gruppo farisaico o sadduceo, erano lì, ovvero erano desiderose di conversione e di purificazione, e quindi cercavano in qualche modo di accogliere e far loro il messaggio di Giovanni, altrimenti se ne sarebbero state ben alla larga. Segno questo che tali gruppi non erano monolitici, ma avevano al loro interno anche posizioni differenti. Che Giovanni quindi inveisca in questo modo fa parte un po’ del personaggio, molto simile, per trovare un esempio più vicino a noi, a un padre Pio che, stando alle testimonianze, non aveva spesso parole dolci o accoglienti con chi andava a trovarlo.

Inoltre è anche bene sottolineare qualcosa che forse non è così scontato o conosciuto, ovvero che il movimento che Giovanni il Battista promuove è forse stato, nella sua novità, uno dei movimenti più importanti del tempo; contava infatti numerosi discepoli, anche dopo la morte del suo capo spirituale, ed era certamente molto più conosciuto di quel piccolo gruppo di persone che formeranno il seguito di Gesù. 

Giovanni dunque predica e battezza nel deserto di Giuda, ovvero in un luogo distante dalle istituzioni religiose, annuncia la prossimità del Regno, l’importanza della conversione personale e, cosa interessante, è consapevole di essere solo un «preparatore» del Messia che sta per venire.

L’annuncio dell’avvento messianico era per lui strettamente legato alla teshuvà (lett. ritorno) dei credenti, alla conversione di vita, alla confessione pubblica dei peccati e all’immersione in acqua, in segno di purificazione, come unica possibilità da una parte di sottrarsi a un’imminente punizione divina, e dall’altra di ricevere salvezza. Dal seguito delle parole del Battista è chiaro che la conversione personale era la cosa più importante: non bastava una confessione pubblica e il farsi battezzare, ovvero accedere a una purificazione dei propri peccati, ancora più importante era il cambiar vita, il cambiare direzione, il fare «ritorno» a Dio. E se da una parte l’essere figli di Abramo era garanzia di salvezza, dall’altra occorreva che, per essere parte di questa salvezza, ognuno facesse «un frutto degno di conversione». 

Certo non si può fare a meno di constatare che l’idea del Messia che egli descrive, pronto a tagliare con la scure in mano gli alberi che non hanno frutto o a bruciare la paglia separata dal grano, si rivelerà molto diversa dal volto messianico di Gesù, ma non per questo è meno valido, ancora oggi, il suo messaggio: la venuta del Messia è qualcosa che implica la responsabilità personale di ciascuno nei confronti di Dio, che non può solo esaurirsi o identificarsi in un atto di purificazione o di ammenda, ancorché pubblica, se non è seguita da un vero cambiamento di vita.

Ester Abbattista

Biblista

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