Joseph Ratzinger-Benedetto XVI, morte di un emerito

Difficile fare un bilancio all’atto della morte di Joseph Ratzinger-Benedetto XVI.

È infatti la prima volta, da secoli, che si rilegge il pontificato di un papa che ha trascorso dieci anni da «dimissionario». Il caso Ratzinger-Benedetto XVI è nuovo. All’atto della morte non è più papa. Per questo la sua vicenda va ri-compresa in una interpretazione che tiene conto di entrambi gli aspetti del suo nome: Joseph Ratzinger-Benedetto XVI. C’è il prima, c’è il durante e c’è il dopo. Il teologo, il vescovo di Monaco di Baviera dal 1977 al 1981, il prefetto della Congregazione per la dottrina della fede che ha accompagnato pressoché l’intero pontificato di Giovanni Paolo II, papa Benedetto XVI dal 19 aprile 2005 al 28 febbraio 2013, infine il vescovo di Roma emerito. Del tutto inedite saranno anche le esequie. È, infatti, una novità storica che un papa regnante celebri le esequie del suo predecessore. 

Riteniamo utile in questo senso offrire nuovamente ai nostri lettori il primo provvisorio bilancio che come rivista Il Regno-Attualità facemmo all’atto delle sue dimissioni da papa. Riprendiamo gli articoli di Thomas Söding e Hervé Legrand op, anticipandoli dall’assetto che ha caratterizzato più di ogni altro il pontificato di Benedetto XVI, la declaratio della sua rinuncia. (G.B.)

DECLARATIO

 

Fratres carissimi

Non solum propter tres canonizationes ad hoc Consistorium vos convocavi, sed etiam ut vobis decisionem magni momenti pro Ecclesiae vita communicem. Conscientia mea iterum atque iterum coram Deo explorata ad cognitionem certam perveni vires meas ingravescente aetate non iam aptas esse ad munus Petrinum aeque administrandum.

Bene conscius sum hoc munus secundum suam essentiam spiritualem non solum agendo et loquendo exsequi debere, sed non minus patiendo et orando. Attamen in mundo nostri temporis rapidis mutationibus subiecto et quaestionibus magni ponderis pro vita fidei perturbato ad navem Sancti Petri gubernandam et ad annuntiandum Evangelium etiam vigor quidam corporis et animae necessarius est, qui ultimis mensibus in me modo tali minuitur, ut incapacitatem meam ad ministerium mihi commissum bene administrandum agnoscere debeam. Quapropter bene conscius ponderis huius actus plena libertate declaro me ministerio Episcopi Romae, Successoris Sancti Petri, mihi per manus Cardinalium die 19 aprilis MMV commisso renuntiare ita ut a die 28 februarii MMXIII, hora 20, sedes Romae, sedes Sancti Petri vacet et Conclave ad eligendum novum Summum Pontificem ab his quibus competit convocandum esse.

Fratres carissimi, ex toto corde gratias ago vobis pro omni amore et labore, quo mecum pondus ministerii mei portastis et veniam peto pro omnibus defectibus meis. Nunc autem Sanctam Dei Ecclesiam curae Summi eius Pastoris, Domini nostri Iesu Christi confidimus sanctamque eius Matrem Mariam imploramus, ut patribus Cardinalibus in eligendo novo Summo Pontifice materna sua bonitate assistat. Quod ad me attinet etiam in futuro vita orationi dedicata Sanctae Ecclesiae Dei toto ex corde servire velim.

Ex Aedibus Vaticanis, die 10 mensis februarii MMXIII 

 

BENEDICTUS PP. XVI

 

 

Carissimi Fratelli,

vi ho convocati a questo Concistoro non solo per le tre canonizzazioni, ma anche per comunicarvi una decisione di grande importanza per la vita della Chiesa. Dopo aver ripetutamente esaminato la mia coscienza davanti a Dio, sono pervenuto alla certezza che le mie forze, per l’età avanzata, non sono più adatte per esercitare in modo adeguato il ministero petrino. Sono ben consapevole che questo ministero, per la sua essenza spirituale, deve essere compiuto non solo con le opere e con le parole, ma non meno soffrendo e pregando. Tuttavia, nel mondo di oggi, soggetto a rapidi mutamenti e agitato da questioni di grande rilevanza per la vita della fede, per governare la barca di san Pietro e annunciare il Vangelo, è necessario anche il vigore sia del corpo, sia dell’animo, vigore che, negli ultimi mesi, in me è diminuito in modo tale da dover riconoscere la mia incapacità di amministrare bene il ministero a me affidato. Per questo, ben consapevole della gravità di questo atto, con piena libertà, dichiaro di rinunciare al ministero di Vescovo di Roma, Successore di San Pietro, a me affidato per mano dei Cardinali il 19 aprile 2005, in modo che, dal 28 febbraio 2013, alle ore 20,00, la sede di Roma, la sede di San Pietro, sarà vacante e dovrà essere convocato, da coloro a cui compete, il Conclave per l’elezione del nuovo Sommo Pontefice.

Carissimi Fratelli, vi ringrazio di vero cuore per tutto l’amore e il lavoro con cui avete portato con me il peso del mio ministero, e chiedo perdono per tutti i miei difetti. Ora, affidiamo la Santa Chiesa alla cura del suo Sommo Pastore, Nostro Signore Gesù Cristo, e imploriamo la sua santa Madre Maria, affinché assista con la sua bontà materna i Padri Cardinali nell’eleggere il nuovo Sommo Pontefice. Per quanto mi riguarda, anche in futuro, vorrò servire di tutto cuore, con una vita dedicata alla preghiera, la Santa Chiesa di Dio.

Dal Vaticano, 10 febbraio 2013

 

BENEDICTUS PP XVI

 

 

Un papato paolino

Riflessione esegetica: «Quando sono debole, è allora che sono forte» (2Cor 12,10)

Il papa è il successore di Pietro. Questo è il suo titolo ufficiale. Al suo ingresso nella basilica vaticana si canta: «tu es Petrus». Come vescovo di Roma detiene però anche la successione di Paolo. Pietro e Paolo formano un’unità. Pietro è colui che con le chiavi ha la potestà ecclesiale di sciogliere e legare, d’esercitare il diritto e il potere. Paolo è invece colui che con il libro e la spada simboleggia l’autorevolezza della Parola, la critica e l’intelletto, la verità del Vangelo e la libertà della fe- de, la mistica dell’amore di Dio e il sacramento della salvezza.

Diversamente dai suoi tre predecessori, Benedetto XVI non ha preso il no- me dell’apostolo delle genti. Ha però esercitato il suo ministero con un’impronta paolina più spiccata di quanto non sia stata la loro. È emblematico che nel 2008 abbia indetto un anno paolino. Più importante è però lo stile paolino del suo pontificato. L’intuizione di fondo di Paolo è quella di guidare grazie all’insegnamento. È l’orientamento di fondo che Benedetto ha fatto proprio. Non ha battuto il pugno sul tavolo, ma ha retto la Chiesa con i guanti di velluto. Non ha mai del tutto dismesso le vesti di colui che insegna. Ci ha tenuto a sottolineare che il vescovo è anzitutto un maestro.

Ed è difficile trovare tra i suoi predecessori uno che abbia tanto amato la sacra Scrittura come l’ha fatto lui. Solo pochi tra loro hanno raggiunto il livello della sua predicazione. Non ve n’è nessuno che durante il suo pontificato abbia scritto libri di teologia, tanto meno su Gesù di Nazaret. La sua idea è stata e rimane quella di guidare la Chiesa grazie all’annuncio e alla catechesi, all’esegesi e alla riflessione. Il suo è un approccio paolino.

Non si potrà peraltro affermare che questo tentativo sia sempre stato coro- nato dal successo. Non lo fu nel caso di Paolo, non lo è stato in quello di papa Benedetto. A quanto risulta, egli ha sopravvalutato l’integrità e l’intelligenza della Fraternità sacerdotale San Pio X. Ha chiesto ai media più di quanto potessero dare: recepire ad esempio il testo di un suo intervento senza rilevarne allarmati, dopo cinque minuti, la sua difficoltà – invece di ascoltarlo per l’intera mezzora e afferrarne il senso. Ciò è avvenuto nel caso del discorso di Regensburg in cui egli trattò del rapporto tra fede e ragione, tra religione e violenza.

Quella di puntare sulla possibilità di convincere grazie all’argomentazione e alla riflessione è una prospettiva che paga solo col tempo. Troppo pochi hanno capito che papa Benedetto è andato in- contro ai lefebvriani non per distaccarsi dal concilio Vaticano II, ma perché certo della capacità di orientamento derivante da un Concilio riformatore. Solo pochi giornalisti occidentali hanno com- preso che non ha denunciato l’islam come religione volta ad esaltare la violenza; numerosi sono invece i teologi islamici che hanno inteso il suo appello alla ragione come invito all’esercizio di un’effettiva libertà religiosa; l’hanno fatto soprattutto quei 38 teologi islamici che dopo Regensburg gli hanno scritto una lettera per condividere con lui un autentico dialogo sulle cause e sulle prospettive di superamento della violenza religiosa.

 

Il tema è la fede

Il grande tema di papa Benedetto è e resta la fede. La circostanza che egli dia le dimissioni nel 2013, in quell’Anno della fede che egli stesso ha indetto, presenta al contempo un aspetto tragico e una prospettiva colma di futuro. Concentrandosi sulla fede non ha inteso imprimere sulla Chiesa un suo sigillo. La fede della Chiesa non dipende da lui. Sin dai suoi albori il cristianesimo è una religione della fede. Paolo l’ha capito più degli altri. Grazie alla fede vengono superate le barriere tra ebrei e pagani, tra uomini e donne, tra schiavi e liberi – tra nazioni e lingue, tra ceti e classi. Nella fede nasce la Chiesa.

La fede forgia la chiarezza del proprio linguaggio: è questo il credo che viene pronunciato non solo a parole, ma che viene parlato con il cuore. È una fiducia che ha radici profonde e che conosce le proprie ragioni. È una conoscenza che comporta conseguenze: in quell’amore verso il prossimo che dà un volto all’amo- re verso Dio. Paolo sapeva d’altronde perché la fede è necessaria: all’inizio vi è quell’incredibile scandalo che è la morte di Gesù sulla croce. Secondo la legge un crocifisso è uno che è maledetto da Dio. Com’è possibile che Dio lo permetta? Che può fare Dio basandosi su questo risultato disastroso?

Paolo non intende rimuovere lo scandalo. Lo vuole invece porre in risalto. Cerca di scoprire sul volto di Gesù martoriato l’immagine di Dio. E la trova perché ritiene che tra Dio e la sofferenza non vi sia una distanza insuperabile, ma piuttosto un reciproco rapporto di scambio. È il segreto dell’amore. Se però è così, allora va ripensato il potere di Dio: «La forza infatti si manifesta pienamente nella debolezza» (2Cor 12,9). Ciò che conta è l’impegno per gli altri, la dedizione che si traduce nel vivere e morire per loro. Dio percorre il cammino dell’umanità. Che ciò sia possibile e che questa sia la via scelta da Dio per inter- venire nel mondo – questo è un dato che può essere solo creduto. E vi si può credere perché vi è l’esperienza dell’amore disinteressato che alla fine ricolma soprattutto chi dona.

Chi crede può vivere diversamente. Paolo tocca l’essenziale ricorrendo a un riferimento personale: «Quando sono debole, è allora che sono forte» (2Cor 12,10). È irrilevante voler accertare se abbia sempre agito in conformità a questa massima. Decisivo è che vi abbia trovato una prospettiva cui rapportare costantemente la sua attività apostolica, la sua preghiera e il suo lavoro, il suo modo di vedere, di giudicare e di agire: «Noi infatti non annunciamo noi stessi, ma Cristo Gesù Signore; quanto a noi, sia- mo i vostri servitori a causa di Gesù» (2Cor 4,5).

Questa massima paolina aiuta a comprendere sia il pontificato di Bene- detto XVI, sia le inattese dimissioni che egli, a quanto pare, aveva programmato da tempo. Benedetto è una persona che vaglia accuratamente le cose. Il fonda- mento della Chiesa è Gesù di Nazaret, il Cristo, il Figlio di Dio, il fratello di tutti gli uomini, il loro maestro e salvatore. Benedetto ha scritto il suo libro su Gesù appunto perché con lui ha instaurato un rapporto di amicizia. Proprio prima di Natale l’ha concluso con il Prologo. Non è casuale che le dimissioni siano state date quasi contemporaneamente alla conclusione della sua trilogia su Gesù di Nazaret.

 

Il ritiro è parte del ministero

È troppo presto per poter abbozzare una valutazione del suo pontificato. Molti dei giudizi oggi espressi sui media hanno il tono del necrologio, anche mentre Benedetto XVI è ancora papa – e le sue dimissioni, destinate a condizionare la storia della Chiesa, sono parte integrale del suo ministero. Non è ancora arrivato il momento di fornire un giudizio complessivo sulla sua impressionante biografia; urge invece una riflessione teologica sulle sue dimissioni, sulle loro dimensioni. Chi faccia sua la prospettiva paolina ne può cogliere due. Va fatto un primo rilievo: ogni ministero è condizionato dalla persona che lo esercita. Nonostante le molte critiche che le vengono fatte, la Chiesa cattolica viene ammirata per le sue istituzioni. Non di rado però viene sopravvalutata l’importanza di questa sua componente. Le istituzioni sono rilevanti se sono vitali le persone che danno loro un senso. Quella di un papato inteso come gesto vuoto, come semplice involucro o come mera forma sarebbe una prospettiva orripilante. Benedetto ha avvertito il rischio che quest’ipotesi si traducesse in realtà – e ha risparmiato a sé stesso e alla Chiesa tale catastrophé. È vero, il Medioevo ha conosciuto la dottrina dei due corpi del re e dei due corpi del papa – quello materiale e quello spirituale. Con le sue dimissioni – probabilmente le uniche date spontaneamente nella storia della Chiesa – Benedetto XVI ha superato questa prospettiva e ha modernizzato radicalmente l’istituzione del papato. Questo ministero vive delle persone che lo esercitano: sono loro a dovergli fornire un volto, una voce e un contenuto.

 

Il ministero supera la persona

In secondo luogo va tenuto presente che il ministero supera la persona. Il miglior termine per indicare il «ministero» è «servizio». Il ministero del papa è un servizio alla fede della Chiesa. Questo servizio aiuta la Chiesa nel suo cammino attraverso il tempo; se fosse mancato questo servizio, la Chiesa cattolica si sarebbe dissolta da tempo a causa delle crisi che l’hanno colpita. Il papa che si di- mette apre la strada al suo successore. Il ministero pontificio non è parte della crisi. In seguito alle dimissioni di un papa, tale ministero ha anzi acquistato una maggiore qualità morale e teologica. Necessario è ora un successore che imbocchi il proprio, individuale sentiero – senza peraltro dimenticare le lezioni di chi l’ha preceduto.

Le dimissioni si collocano in una prospettiva di coerenza. Se uno fa affidamento – come ha fatto Benedetto – sulla potenza della Parola e sulla riflessione sulla fede, deve poter disporre della forza fisica necessaria per guidare la Chiesa con la sua presenza spirituale e la sua capacità di corroborarla. È pertanto universale il rispetto che gli viene attestato per averlo compreso e per aver agito di conseguenza. Chi ha avuto la forza di compiere un gesto paragonabile a quello da lui compiuto? Quali sono però le conseguenze delle dimissioni? Il primo interrogativo verte sul nome del successore. Esso avrà ben presto una risposta. Più importante è un’altra questione: comprenderà il nuovo papa che il suo ministero è a tempo determinato? Esso non è vincolato al periodo di una legislatura politica oppure all’arco circoscritto nel tempo in cui viene maturato il diritto alla pensione. È invece vincolato alla potenza della Parola, alla capacità di fornire alla fede un linguaggio, un segno e una forma – al carisma di entusiasmare gli altri per Dio.

Il fatto che sia soprattutto questo l’interrogativo che ora investe e attanaglia la Chiesa costituisce un elemento di modernizzazione unico. Anche il papato è solo un ministero. Non costituisce né l’apice di una carriera, né la sacralizzazione di una biografia – e neppure l’impersonificazione di Gesù Cristo. Il papato è un servizio episcopale, non solo per Roma, ma per il mondo intero. È un contributo modesto, ma centrale alla verità del Vangelo e alla libertà della fede. Benedetto ha ammesso la sua debolezza. Questo è un segno di forza. Giovanni Paolo II ha vissuto sino in fondo nel suo corpo la sua debolezza. È un fatto che ha impressionato non pochi. Benedetto – o, come presto si tornerà forse a dire, Joseph Ratzinger – non è invece la persona dei gesti clamorosi, bensì della parola detta sottovoce. Per questo ha dato le sue dimissioni: l’ha fatto in latino, una lingua che è ispirata da Paolo.

 

Thomas Söding

 

 

A servizio della Chiesa

Conseguenze teologiche: «È lui (il Cristo) che ha dato alcuni come apostoli…» (cf. Ef 4,11)

La rinuncia di Benedetto XVI al suo ministero ha suscitato molta emozione nell’opinione pubblica e fra i cattolici. In coro i media rendono omaggio al coraggio, all’umiltà, alla lucidità e alla libertà del papa: a loro avviso, un esempio per i politici che si aggrappano al potere, come Fidel Castro, Chavez e altri.

Da parte cattolica, la dimensione etica della decisione è fuori discussione. Si esprimono invece reticenze sul piano spirituale. Un cardinale polacco sottolinea che «Giovanni Paolo II [era] rimasto; aveva compreso che dalla croce non si scende».1 Per altri, «questa dimissione del papa – un ponte che collega terra e cielo – è una catastrofe». Facendo eco, a loro giudizio, allo «sgomento di una parte non trascurabile di cattolici», i due professori di filosofia concludono la riflessione comune con un grido disperato: «Nostro papa, perché ci hai abbandona- ti?».2 Infine, un arcivescovo francese ha dichiarato che Giovanni Paolo II ci aveva dato «l’esempio di cos’è una fedeltà fino alla fine. (…) Quando si è papa, lo si resta fino alla morte. È stato sempre così» e la Chiesa – sembrerebbe pensare il presule – se l’è cavata bene. 3

In breve, questa rinuncia non è ovvia per taluni cattolici. Perciò, senza ritorna- re sulle dichiarazioni già citate, vale la pena riflettere sul fondamento teologico di questo passo e sulle sue eventuali conseguenze. 

 

Passo legittimo, razionale e spirituale 

Ecco il paragrafo del Codice di diritto canonico che il papa ha seguito alla lettera: «Nel caso che il romano pontefice rinunci al suo ufficio, si richiede per la validità che la rinuncia sia fatta liberamente e che venga debitamente manifestata, non si richiede invece che qualcuno la accetti» (can. 332, § 2).

Questo passo, perfettamente legittimo, non ha quindi nulla a che vedere con le deposizioni dei papi, molto nume- rose fino al XII secolo. È come quello di Celestino V , che rinuncia al papato dopo aver constatato la propria incapacità; nel 1313 viene fatto santo. E anche come quelli di Giovanni XXIII e di Gregorio XII che, dando le dimissioni, pongono il bene della Chiesa al di sopra della loro persona nel momento in cui tre papi si contendono la tiara.4

Il bene della Chiesa: è esattamente questa la motivazione espressa da Benedetto XVI nel comunicare la sua decisione ai cardinali: «Dopo aver ripetutamente esaminato la mia coscienza davanti a Dio, sono pervenuto alla certezza che le mie forze, per l’età avanzata, non sono più adatte per esercitare il modo adeguato il ministero petrino. (…) Nel mondo di oggi, soggetto a rapidi mutamenti e agitato da questioni di grande rilevanza per la vita della fede, per governare la barca di Pietro e annunciare il Vangelo è necessario anche il vigore, sia del corpo sia dell’animo, vigore che, negli ultimi mesi, in me è diminuito in modo tale da dover riconoscere la mia incapacità di amministrare bene il ministero a me affidato».

Per il papa, l’assoluta priorità spetta al contenuto del suo ministero. Divenuto incapace di assumerlo, ritiene in coscienza di non poter restare al suo posto. È un atteggiamento razionale e spirituale al tempo stesso di una persona che ha insistito tanto sull’articolazione tra fede e ragione.

Dovrebbe prendere in fretta decisioni complesse e in vista del futuro; cosa che la sua età, nella nostra società, non gli permette più. Sulla stessa convinzione era basato il limite di età imposto ai vescovi nel 1966.5 Ratzinger ha personalmente constatato cos’era divenuto il ministero papale negli ultimi anni di Giovanni Paolo II. La curia non poteva esercitare il suo ministero per delega e non poteva «trattare nessuna questione importante senza che i suoi capi ne avessero prima parlato con il pontefice romano».6 Ne ha tratto le conseguenze.

La decisione di Benedetto XVI esprime una concezione altamente spirituale del ministero petrino. Non è una scelta solo razionale: nell’Annuario pontificio il titolo «servo dei servi di Dio» chiude la lista di tutti i suoi titoli. Al momento dell’elezione aveva affermato di essere un «umile servo nella vigna del Signore», prendendo certamente a modello Cristo «venuto non per essere servito, ma per servire» (Mt 20,28 e par.).

 

Una diversa concezione del ministero

Un servo non determina né configura il suo compito a piacimento. Vi si conforma e se non riesce più ad assolverlo lo lascia a un altro servo. Parlare di abbandono del posto significa dimenticare i testi evangelici o avere una strana idea di Dio.7

Non esiste un sacramento del papato, per cui la rinuncia di Benedetto XVI rientra nel quadro generale della rinuncia all’episcopato.8 Non è una novità dogmatica. Tuttavia potrebbe consenti- re la correzione di alcune traiettorie discutibili nella teologia del ministero petrino e dei ministeri in genere, senza escludere alcune possibili ricadute istituzionali.

La decisione di Benedetto XVI fa comprendere che il papa non è la Chiesa ma è al servizio della Chiesa. Tirandone le conseguenze per tutti i ministeri si correggerebbe una traiettoria teologica del cattolicesimo contemporaneo, nella quale l’accentuazione sulla persona dei ministri potrebbe compromettere il loro ministero. Tale tendenza è illustrata da una singolare constatazione. Le Bibbie cattoliche francofone – quelle di Crampon, del cardinale Liénart, di Maredsous, di Osty – traducono Ef 4,11-12 in questo modo: «È lui (il Cristo) che ha dato agli uni di essere apostoli o ancora evangelisti, oppure pastori e dottori, organizzando così i santi per l’opera del ministero, in vista della costruzione del corpo di Cristo». La Bibbia di Gerusalemme, opera indiscutibilmente scientifica e collettiva, ripete lo stesso errore, nonostante il greco sia assolutamente chiaro: «Edoken tous men».*

Non è casuale il fatto che tutte queste traduzioni, misconoscendo che nulla è dato ai ministri, parlino di un dono che sarebbe fatto a loro, mentre il testo greco afferma espressamente che sono loro a essere donati agli altri! Le stesse traduzioni sottolineano anche l’ontologia dei ministri (è stato dato loro di essere). In breve, mentre Paolo centrava i ministri sul loro compito e sugli altri, la mentalità dei traduttori cattolici, riflettendo posizioni falsamente pie, li centra su sé stessi e sul loro essere, in modo spiritualmente e pastoralmente sterile.9 Presa sul serio, la correzione teologica testimoniata dalla decisione di Benedetto XVI non permetterebbe di rinnovare molte questioni relative sia alla vocazione sia allo statuto dei ministri?10

Leggendo alcuni blog relativi alle di- missioni del pontefice, si resta colpiti dalla persistenza della «devozione al papa» sorta al tempo di Pio IX.11 Si tratta di una mescolanza di culto della personalità (decisamente rifiutato da Benedetto XVI) e di errata sacralizzazione della persona del papa, che si vede messo sul piano di Dio: egli è il vicario di Cristo,12 l’eletto di Dio.13

 

Ricadute istituzionali?

In modo caricaturale, alcuni vescovi sul finire del XIX secolo hanno visto nel- la persona del papa una forma di incarnazione,14 dotata di una santità per così dire funzionale.15 Senza alcun fonda- mento nel Vaticano I, l’infallibilità ministeriale del papa viene estesa alla sua persona, attribuendogli la conoscenza del pensiero di Dio.16 La sua giurisdizione universale viene estesa al governo quotidiano della Chiesa.17 Alla fine, il papa sperimenta un’estrema solitudine, diversa dalla solitudine di chi decide in ultima istanza. Paolo VI ne ha molto sofferto;18 con una vita separata da quella dei suoi fratelli vescovi, egli ha sperimentato una solitudine decisamente para- dossale per chi presiede alla comunione delle Chiese.

Col suo gesto, Benedetto XVI ha preso le distanze da tali escrescenze stravaganti, che sono un ostacolo, tra gli al- tri, alla comunione delle altre Chiese con la Sede romana, finché la falsa aura di sacralità che è propria della «devozione al papa» conserverà una qualche legittimità.

Le ricadute istituzionali sono difficili da prevedere, a parte la libertà acquisita dal Collegio cardinalizio per l’elezione del vescovo di Roma. Ormai il conclave non è più costretto a scegliere un papa «di mezza età». Nulla è cambiato riguardo al potere, tecnicamente assoluto, del nuovo papa, che tuttavia erediterà la curia non riformata del suo predecessore. I suoi elettori gli chiederanno certamente di rinnovare l’evangelizzazione e forse, per questo, di convocare un concilio Vaticano III con obiettivi limitati, o di introdurre quelle forme di collegialità auspicate dal Vaticano II di cui non si sono occupati né Giovanni Paolo II né Benedetto XVI. Sarà pienamente libero,19 ma avrà vincoli eccezionali.

 

Hervé Legrand op

 

 

NOTE

1 L’arcivescovo di Cracovia Stanislaw Dziwisz, segretario personale di Giovanni Paolo II fino alla sua morte nell’aprile 2005.
2 P. Dulau, M. Steffens, «L’abandon du pape est une catastrophe», in La Croix 19.2.2013, 25.
3 Così mons. Roland Minnerath, arcivescovo di Digione, in un’intervista a La Croix (www. lacroix.org 17.2.2013).
4 Il terzo papa, Benedetto XIII, restò al suo posto dopo la deposizione decretata dal concilio di Costanza nel 1417: egli morì in solitudine dopo aver scomunicato il mondo intero.
5 Già 50 anni fa, il «Rapporto Laroque» notava: «L’invecchiamento comporta conservatorismo, attaccamento alle abitudini, mancanza di mobilità, disadattamento al mondo attuale» (Haut comité consultatif de  la population et de la famille, «Politique de la vieillesse. Rapport de la commission d’études des problèmes de la vieillesse présidée par monsieur Pierre Laroque», in La Documentation française, Paris 1962, 33-34).
6 Si cita fra parentesi il can. 244, § 1 del Codice di diritto canonico in vigore fino al 1983, il cui spirito non è cambiato.
7 Questo equivale a ignorare le cause seconde e ad attribuire a uno specifico decreto divino, ad esempio, il prolungamento dell’agonia di Pio XII o la morte di Giovanni Paolo I, tre settimane dopo la sua elezione.
8 «Il sommo pontefice ottiene la potestà piena e suprema sulla Chiesa con l’elezione legittima, da lui accettata, insieme con la consacrazione episcopale. (…) Se l’eletto fosse privo del carattere episcopale, sia immediatamente ordinato vescovo» (CIC can. 332, § 1). Ciò significa che il papa non è il pastore della Chiesa universale, al quale sarebbe affidata inoltre la cura della diocesi di Roma, ma che il papa è il vescovo di Roma al quale spetta questo titolo. Cf. a riguardo H. Legrand, «Ministero romano e ministero universale del papa: il problema della sua elezione», in Concilium 11(1975) 8, 59-74.
* Anche la traduzione italiana CEI del 2008 sceglie: «Egli ha dato ad alcuni di essere…» (ndt).
9 Questo potrebbe indurre, ad esempio, un vescovo che ha problemi con il suo consiglio presbiterale a dire ai suoi preti: «Io ho bisogno di voi per portare il pesante fardello che grava sulle mie spalle», invece di dire loro, in base alla logica paolina: «Che cosa posso fare, io vostro vescovo, per aiutare voi preti a svolgere meglio il vostro ministero?». Questo vale anche per il papa nelle relazioni con i suoi vescovi.
10 Cf. H. Legrand, Initiation à la pratique de la théologie, Dogmatique vol. II, Cerf, Paris 31993, 243ss.
11 Cf. B. HoraIst, La dévotion au pape et les catholiques français sous le pontificat de Pie IX (1846-1878), Collection de l’École française de Rome 212, Roma 1995.
12 Questo singolare è già stato corretto dalla costituzione dogmatica Lumen gentium sulla Chiesa: «I vescovi reggono le Chiese particolari a loro affidate, come vicari e delegati di Cristo (…). Non devono essere considerati i vicari dei sommi pontefici» (n. 27; EV 1/351-352).
13 Un catechismo canadese del 1980 definisce il papa «successore di Dio in terra». Cf. la citazione in J.-M.R. Tillard, L’évêque de Rome, Cerf, Paris 1982, 32.
14 Cf. le citazioni raccolte da R. Aubert, Le pontificat de Pie IX, Cerf, Paris 1952, 303.
15 Siamo lontani dalla fede vissuta medievale: molti timpani del giudizio finale delle nostre cattedrali mettevano il papa all’inferno. Dopo il concilio Vaticano I, Pio X è stato dichiarato santo; i papi Pio IX, Giovanni XXIII, Giovanni Paolo II sono stati beatificati e i processi di beatificazione di Pio XII, Paolo VI e Giovanni Paolo I sono in corso.
16 La Civiltà cattolica scrive all’epoca: «Quando il papa riflette, è Dio a pensare in lui»; citato da R. Aubert, Le pontificat de Pie IX, 303.
17 Lo insinua il can. 349 del Codice di diritto canonico del 1983, secondo il quale «i cardinali assistono il romano pontefice (…) nella cura soprattutto quotidiana (cura cotidiana) della Chiesa universale».
18 Paolo VI annota nel suo Diario: «Già prima ero solitario, ma ora la mia solitudine diventa totale e terribile»; citato in P. Hebblethwaite, Paul VI: the First Modern Pope, Paulist Press, Mahwah (New York) 1993, 339.
19 Perché concentra nelle sue mani tutti i poteri; essi sono limitati solo dal diritto naturale e dal diritto divino (anche l’esistenza di un episcopato è di diritto divino); egli esercita questi poteri in base al proprio giudizio che si deve ritenere prudente. Cf. A. Acerbi, «Per una nuova forma del ministero petrino», in ID. (a cura di), Il ministero del papa in prospettiva ecumenica. Atti del Colloquio, Milano 16-18 aprile 1998, Vita e pensiero, Milano 1999, 303-309.

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