Il tema centrale che ha caratterizzato la lunga esistenza di Joseph Ratzinger – Benedetto XVI, da teologo, da vescovo, da prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, da papa, da emerito, è il primato della fede. Il primato della fede come dato esistenziale, ecclesiale, culturale. Nella fede in Gesù di Nazareth nasce la Chiesa. In quella fede s’addipana l’esistenza. In quella stessa dimensione di fede si conservava e si sviluppava per Ratzinger la cultura occidentale. La crisi profonda del cristianesimo in occidente aveva posto in evidenza fin dagli anni ’70 del Novecento la grande dissonanza tra fede e storia. In questo la sua riflessione, ma vorrei dire la sua stessa figura di papa fino alle sue dimissioni è stata segnata dal dramma della modernità. «Allargare gli spazi della razionalità»: questa la formula adottata da Benedetto nell’impostare il dialogo tra fede e ragione, questa la formula tentata per andare oltre una dimensione puramente conservatrice della fede. Un dialogo che tuttavia è restato all’interno della dimensione dottrinale per la fede e non ha modificato l’autocomprensione della ragione.

 

Il primato della fede e la riforma della Chiesa

Due riflessioni svolte da Ratzinger nel 2005, l’anno della morte di Giovanni Paolo II e della sua elezione a papa, avevano lascito chiaramente intendere quale sarebbe stato il compito che egli avvertiva per la Chiesa: la via spirituale, non istituzionale, alla riforma della Chiesa e il dialogo tra fede e cultura come risposta al tramonto dell’Occidente. E su quel mandato egli fu eletto papa in uno dei conclavi più rapidi della storia.

Nella conduzione della Via crucis del venerdì santo del 2005 al Colosseo, la prima che Giovanni Paolo II, oramai alla vigilia della morte, non poté guidare, il card. Ratzinger evocava  una Chiesa moralmente colpevole. Le sue parole furono  come un grido. La caduta della Chiesa trascina a terra Cristo. «Quanta sporcizia c’è nella Chiesa, e proprio anche tra coloro che nel sacerdozio dovrebbero appartenere completamente a lui. Quanta superbia! Quanta autosufficienza!».

 Il 18 aprile 2005, nell’omelia prima di entrare in conclave, Ratzinger stigmatizzava gli «ismi» del mondo contemporaneo e fra tutti quella «dittatura del relativismo», nuovo totalitarismo, che sembra pervadere ogni cosa. Al centro della sua personale e magisteriale riflessione vi è stata costantemente la questione della pretesa autosufficienza della modernità, espressa da quella formula: «dittatura del relativismo». Benedetto ha cercato di attraversare il dramma della modernità, caratterizzata da una forma di nuovo nichilismo che è da un lato il derivato di una ipertrofia dell’io, di una dimensione “dongiovannea”  della vita, e dall’altro, la conseguenza della separazione della dimensione della libertà dell’uomo dalla sua natura trascendente. Solo la fede può aprire a un’autentica umanizzazione. Nella separazione tra le due dimensioni, per Ratzinger veniva meno ogni fondamento della dignità della persona umana. Questa impostazione è stata seguita in ogni intervento che egli ha fatto nelle principali capitali europee, divenute capitali laiche. Immaginando proprio l’Europa il centro di questa sfida.

Il progetto di rinnovamento della Chiesa attraverso la riforma spirituale, Benedetto XVI lo ha perseguito nella trilogia di encicliche dedicate alla fede, alla speranza e alla carità. Del progetto egli realizzerà direttamente soltanto i primi due passaggi: carità e speranza. La trilogia fu interrotta dalla crisi mondiale del 2008, che richiedeva una risposta sul piano morale, attraverso una nuova enciclica. Le sue dimissioni  renderanno poi il progetto incompiuto. L’ultima enciclica, quella sulla fede, verrà firmata a due mani e pubblicata dal suo successore, papa Francesco, nel 2013. In questo progetto vanno compresi i volumi di cristologia: i due volumi su Gesù di Nazaret (2007, 2011) e quello  sull’infanzia di Gesù (2012). Tutti e tre a doppia firma: Joseph Ratzinger e Benedetto XVI.

Più complesso il giudizio sul governo della Chiesa, nel quale non sono mancate incomprensioni e incidenti di percorso, anche a motivo della gestione della curia. Del rapporto tra Concilio Vaticano II, di cui egli era stato tra i teologi protagonisti, e la tradizione precedente della Chiesa, Benedetto scelse di dare un’interpretazione nel segno della continuità piana, non del rinnovamento profondo. Il tentativo di riammissione dei lefebvriani, la concessione della doppia liturgia furono il contesto nel quale si consumò il caso più doloroso. Il perdono di Benedetto XVI (2009), che toglieva ai vescovi la scomunica inflitta loro da Giovanni Paolo II nel 1988, riguardò anche il britannico Richard Williamson, un convinto negazionisti della Shoah. In Vaticano nessuno sembrava essersi accorto del suo antisemitismo.

 

Pedofilia, contro tolleranza e silenzio

Deciso e decisivo invece fu il suo intervento sul tema della pedofilia.  Senza la ferma volontà di Benedetto, la grave crisi che si era prodotta nella Chiesa e che ancora prosegue a livello mondiale non sarebbe stata affrontata così drasticamente. Lo schema della tolleranza e del silenzio non sarebbe stato definitivamente interrotto. E per la prima volta l’istituzione si schierava con le vittime.

Il gesto magisteriale più carico di conseguenze istituzionali ed ecclesiali rimangono le sue dimissioni nel 2013.  Quelle dimissioni presero corpo di fronte alla  profonda e perdurante crisi di autorità prodottasi nella Chiesa, allo scandalo Vatileaks e al venir meno delle forze del papa. Con quelle dimissioni Benedetto XVI riconosceva la necessità di una riforma profonda della Chiesa accanto e oltre il suo tentativo spirituale e di non poter essere lui a condurla.

Egli ha gridato contro il peccato di divisione interno alla Chiesa, contro l’uso distorto del potere da parte di uomini di Chiesa, contro strumentalizzazioni, arrivismi e carrierismi, ha stigmatizzato la crisi della modernità. E nella mite fermezza della sua fede ha avuto il coraggio, con le dimissioni, di rendere possibile l’apertura di un nuovo corso. Quel gesto consente oggi a papa Francesco di provare a rispondere in maniera innovativa, alla crisi del cristianesimo e della Chiesa. Le grandi riforme attese sono state lasciate in eredità a papa Francesco che da dieci anni regge la Chiesa: dalla riforma della curia, a una gestione più sinodale del ministero petrino, dal ruolo della donna nella Chiesa, alla questione del celibato, alla gestione del denaro.

Dopo otto anni di pontificato, per dieci anni Benedetto ha accompagnato con la preghiera e nel silenzio il tentativo del suo successore. Un tentativo non ancora compiuto.

 

 

Da Il Quotidiano del Sud

Gianfranco Brunelli

Direttore de “Il Regno”

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