Il dono più grande di Papa Benedetto è nella sua teologia dell’amore

In questi giorni di commiato da Papa Benedetto ho scelto di riproporre ai visitatori alcuni miei piccoli studi sulla sua figura pubblicati negli anni dalla rivista Il Regno. Ne ho già richiamati due: uno scritto al momento dell’elezione, un secondo all’uscita del libro intervista Luce del mondo (2010). Oggi ne ripropongo un terzo, che scrissi all’indomani della rinuncia e che fu pubblicato dalla rivista nel numero 6/2013, alle pp. 191s, con il titolo «Due o tre idee avventate sulla traumatica e salutifera rinuncia di Papa Benedetto».

In esso mi dicevo convinto che il cuore della sua azione di Papa andasse cercato nella teologia dell’amore: ne sono ancora convinto e trovo una conferma della validità epocale di quella scelta nel fatto che Francesco l’abbia prolungata – o fatta propria – ponendo al centro della propria predicazione la misericordia divina. Amore e misericordia sono sinonimi come nomi di Dio.

 

Rinuncia al Pontificato come fatto di Vangelo

Sconcerto, tristezza, lenta intelligenza del fatto. Ho bisogno di tempo per fare i conti con l’uscita dalla storia di papa Benedetto, che ho subito avvertito come un traumatico e salutifero fatto di Vangelo. Stavo rileggendo il terzo volume su Gesù di Nazaret, attendevo l’enciclica sulla fede che non avremo. «Penso che basti ciò che ho fatto» aveva detto a Peter Seewald l’agosto scorso. Forse ha fatto più di quanto abbiamo capito, anche quelli che gli abbiamo voluto bene.
Sono tra quelli che l’hanno amato da subito. Me lo facevano amico – come argomentai in questa rubrica: «Non prevedevo l’elezione di Ratzinger ma sono contento che sia papa», Il Regno 10/2005 – la sua avvertenza del mistero del male e della difficoltà di credere, l’invocazione al Signore perché torni a manifestarsi.

 

Teologia dell’amore il lascito più grande 

Considero il suo lascito più grande la teologia dell’amore che è venuto svolgendo con umile costanza, e spero che venga studiata da chi ne ha gli strumenti finchè è ancora viva tra noi la sua lezione. Per seconda metto la chiamata alla penitenza per il peccato che è nella Chiesa. Per terza la concentrazione sulla figura di Gesù.
Avevo conosciuto il teologo Joseph Ratzinger leggendo a 27 anni – nel 1971 – Introduzione al cristianesimo tradotto dalla Queriniana nel 1969. Era stato Franco Rodano a dirmi “leggi Ratzinger”. Ma non fu amore a prima vista. Negli spazi bianchi di quelle pagine ci sono le mie proteste e le approvazioni, che all’incirca si equivalgono.
Allora – ma anche oggi – mi trovavo meglio con Von Balthasar e con De Lubac e per fortuna li ho letti insieme, altrimenti sarei caduto nel gorgo dell’incomprensione che ha risucchiato tanti miei coetanei e che si è espressa a destra con l’esaltazione di chi ne ha fatto il campione della “reazione” al Concilio e a sinistra nella speculare avversione di chi l’ha considerato – a partire dalla fondazione della rivista Communio – come uno dei responsabili dell’applicazione frenata del Vaticano II che ha caratterizzato la seconda parte del pontificato di Paolo VI e tutti gli anni di Giovanni Paolo II.
Attenzione alle date e alle compagnie: Communio viene fondata da Von Balthasar, Henri De Lubac e Joseph Ratzinger nel 1972, un anno dopo il mio incontro librario con Ratzinger. Chi li aveva letti tutti e tre prima della loro fuoriuscita dalla rivista Concilium, e ha continuato a leggere questa anche dopo la nascita di Communio, mescolando le acque dell’uno e dell’altro ruscello, è stato poi avvantaggiato nella comprensione dei pontificati di Giovanni Paolo II e di Benedetto XVI. Importanza delle letture giovanili.
Ho sviluppato da giornalista una lunga dimestichezza con la figura del cardinale Ratzinger, a partire dalle giornate della visita in Germania del Papa polacco nel novembre del 1980, che proprio nella Monaco dell’arcivescovo Ratzinger fu apertamente contestato da una giovane donna di nome Barbara Engl incaricata di salutarlo a nome dei giovani.
Ho intervistato il prefetto della Dottrina della Fede per il Corriere della Sera e ho studiato ogni sua pubblicazione lungo i 23 anni del suo lavoro nella curia romana. Nell’intervista che fu pubblicata il 22 maggio 1985 una delle domande era: «Si ricorda di Barbara Engl?» e nella risposta c’erano le parole «Certo, la conosco bene». Ho parlato con lui solo una ventina di volte, da cardinale e da Papa, ma c’era una buona intensità in quei colloqui.

 

Quel sogno di andare in pensione

Uno avviene incontrandoci per le vie di Borgo Pio, dove usava fare la passeggiata del dopo pranzo tutto solo, in abito nero e con il baschetto in testa. Era il settembre del 2001, quand’era vicino al compimento dei 75 anni e gli chiesi che pensasse del cardinale Martini che una settimana prima aveva parlato del suo “desiderio” di tornare agli studi, compiendo anch’egli quell’età: “Capisco bene quel suo desiderio, che è anche il mio. Aspetto con impazienza il momento in cui potrò ancora scrivere qualche libro”.
Nove anni più tardi fui tra i presentatori – in Sala Stampa Vaticana – del volume intervista Luce del Mondo (Libreria Editrice Vaticana, novembre 2010) e don Georg dopo l’appuntamento pubblico ci portò da Papa Benedetto. Mentre gli stringevo la mano è avvenuto questo scambio di battute: «- Buon giorno signor Accattoli, la ringrazio dell’impegno con cui ha letto il libro…; – ringrazio io dell’opportunità che ho avuto di leggerlo in anticipo…; – ora lei è in pensione…; – e così ho la possibilità di leggere lentamente…; – era questo il mio sogno, di andare in pensione e di poter leggere lentamente ma non è stato possibile».
Accennavo sopra alla teologia dell’amore che Benedetto è venuto svolgendo in questi otto anni: nel mio blog ho segnalato via via le proposte più vive che mi è stato dato di cogliere e ora ne richiamo alcune perché mi paiono – nell’insieme – un vero dono che non è stato colto neanche all’interno della Chiesa.
«In questo santuario di Lourdes (…) dove ai malati, ai poveri e ai piccoli è dato il primo posto, siamo invitati a scoprire la semplicità della nostra vocazione [cristiana]: in realtà, basta amare»: così parla dopo la processione aux flambeaux il 13 settembre 2008. Mi paiono parole equivalenti alle agostiniane «ama e fa ciò che vuoi».

 

Esultai quando disse che Dio «è tutto e solo amore»

Due settimane più tardi, all’udienza generale del 1° ottobre 2008 afferma che «l’amore per i poveri è liturgia»: aggiunge questa frase improvvisata al testo che sta leggendo e con il quale commenta quanto scriveva Paolo della colletta per i poveri di Gerusalemme: che cioè essa costituiva «un servizio sacro» nei confronti dei «fratelli» che si trovavano nel bisogno (2 Corinti 9, 12).
«La forza della carità è irresistibile: è l’amore che veramente manda avanti il mondo» argomenta poco dopo, il 19 ottobre 2008 a metà dell’omelia davanti alla Basilica di Pompei, dove sono anch’io al caldo sole. Ma ancora più calde mi paiono quelle parole.
Tre giorni più tardi, all’udienza generale del 22 ottobre 2008 esclama che «l’amore è divino», proponendo un rivelatore rovesciamento linguistico dell’affermazione biblica «Dio è amore», Deus caritas est.
Nell’ansia di farsi capire – in tali affermazioni portanti della sua predicazione – si appella a Dante: «È l’amore divino, incarnato in Cristo, la legge fondamentale e universale del creato. Ciò va inteso in senso non poetico ma reale. Così lo intende Dante quando definisce Dio “L’amor che muove il sole e l’altre stelle”, nel verso sublime che conclude il Paradiso e l’intera Divina Commedia» (10 gennaio 2009).
Una delle affermazioni più forti la propone il 7 giugno 2009, festa della Trinità, all’angelus: «Tre Persone che sono un solo Dio perché il Padre è amore, il Figlio è amore, lo Spirito è amore. Dio è tutto e solo amore, amore purissimo, infinito ed eterno. Non vive in una splendida solitudine, ma è piuttosto fonte inesauribile di vita che incessantemente si dona e si comunica». Un papa dice che «Dio è tutto e solo amore» e nessuno batte ciglio. Mia sorpresa.

 

«Un solo compito: imparare a voler bene»

Il 6 settembre 2009, in visita a Viterbo, segnala una conseguenza di quell’idea centrale cristiana di Dio Amore: «Il più immediato dei segni di Dio è certamente l’attenzione al prossimo, secondo quanto Gesù ha detto: “Tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me”».
Con maggiore dettaglio espone la stessa conseguenza un mese più tardi, il 5 ottobre 2009, dettando una meditazione a braccio ad apertura della prima congregazione generale del Sinodo africano: «È importante che il cristianesimo non sia una somma di idee, una filosofia, una teologia, ma un modo di vivere, il cristianesimo è carità, è amore. Solo così diventiamo cristiani: se la fede si trasforma in carità, se è carità».
Termino la rassegna con una parola detta all’udienza generale del 3 dicembre 2009, per qualificare l’amore come energia, natura e compito dell’essere umano: «L’energia principale che muove l’animo umano è l’amore. La natura umana, nella sua essenza più profonda, consiste nell’amare. In definitiva, un solo compito è affidato a ogni essere umano: imparare a voler bene, ad amare, sinceramente, autenticamente, gratuitamente».

 

Dal Blog 

Luigi Accattoli

Vaticanista

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