Dalla convivenza all’eredità

Ora che Benedetto XVI ci ha lasciati, dopo dieci anni di convivenza da emerito con papa Francesco, convivenza vissuta lealmente da Benedetto, nel silenzio e nella preghiera, evitando di farsi strumentalizzare da componenti della Chiesa rimaste orfane per le sue dimissioni e che nella crisi di autorità della Chiesa ancora irrisolta hanno più volte provato a strumentalizzarlo per indebolire il suo successore; ora che la lunga convivenza è terminata si pone per papa Francesco il tema dell’eredità del pontificato di Benedetto. Perché anche questo è un tema inedito. Come inedita, del resto, è l’immagine di un papa che celebra le esequie di un altro papa. 

Per secoli, il rapporto tra un papa e il suo predecessore, nella continuità o nella discontinuità, si poneva immediatamente all’inizio del nuovo pontificato. Per papa Francesco non è stato così. Le scelte fondamentali del suo pontificato, papa Francesco le ha compiute ugualmente. La lealtà di Benedetto è stata in questo una garanzia. Ma il problema dell’eredità di Benedetto si pone pienamente adesso. E, paradossalmente, questo accade in un tempo nel quale il pontificato stesso di Francesco risulta avanzato. Se le dimissioni papali diventeranno una prassi e non una eccezione, questo tema si porrà formalmente.

 

L’enciclica a quattro mani

Papa Francesco, accettando di firmare come sua prima enciclica, all’inizio del suo pontificato, la Lumen Fidei, l’ultima di papa Benedetto, aveva già stabilità il segno di una non discontinuità, che andava oltre il gesto di un omaggio, di una cortesia. Ma quella enciclica non era il programma del suo pontificato, che va invece colto pienamente nella esortazione apostolica Evangelii Gaudium. 

In quel documento, e questa è la vera essenza del suo pontificato, papa Francesco ha offerto un nuovo paradigma alla vita della Chiesa. Da un approccio cumulativo, unilateralmente preoccupato di dare ragione sempre, in ogni punto dell’enunciazione e della comunicazione, del contenuto dogmatico della fede cristiana, egli è passato a una concezione processuale e relazionale, incentrata sull’offerta del Vangelo di Dio, che implica il riconoscimento della libertà di apprendere  di coloro che ricevono l’annuncio. 

 

La virtuosa diversità di Bergoglio

Da una visione sistematica a una processuale. Da una teologica a una pastorale. Aprire processi e coinvolgere in questo l’intero popolo di Dio: questo è il movimento sinodale voluto da papa Francesco. 

In questo sta la virtuosa diversità e la novità del pontificato attuale. Il forte impulso del magistero di Francesco all’uscita della Chiesa in campo aperto equivale a dire che occorre uscire dalla tentazione di immaginare che la scelta istituzionale della Chiesa e la semplice conservazione dottrinale costituiscano di per sé una pratica virtuosa di resistenza alla corruzione di questo tempo. Quella tentazione è una forma di narcisismo che ripete in sé i vizi del tempo.

Non c’è nulla da togliere all’approccio che fu di Benedetto XVI, e che rimane una forma alta della tradizione. Benedetto ha percepito la stessa urgenza dell’ora, ha letto lucidamente (forse come pochi altri) la situazione critica del cristianesimo nella radicale crisi dell’Occidente. La percezione culturale della tragedia del post-moderno tuttavia non basta, essa in fondo rimane tutta all’interno del dio muto dei filosofi, non fuoriesce dalla dimensione intramondana del mondo. 

Il problema era ed è la risposta. Di questo era consapevole lo stesso Benedetto, che aveva avviato il suo pontificato con un’enciclica intitolata Deus caritas est. Ma è poi restato come imbozzolato nel groviglio del canone culturale ellenistico, ed è finito provato dalle contraddizioni e dalla crisi d’autorità dell’istituzione ecclesiastica, esplosa dopo il 2009. Il problema era ed è la risposta. La parola della Chiesa sembra venire dal passato, da un’epoca cui non apparteniamo e da una vita che non viviamo. Come ridare vita alle sue profonde parole?

 

Una diversa interpretazione della tradizione

Francesco, forte anche della «desacralizzazione» della figura del pontefice, istituita nelle dimissioni di Benedetto, ha impostato una diversa interpretazione della tradizione. Dal nuovo paradigma di Francesco non si può oramai tornare indietro. Esso ha qualcosa di profetico per la Chiesa. Ma le domande poste da Ratzinger-Benedetto, circa la crisi della fede nel mondo contemporaneo, rimangono.  Sia sul versante della critica della ragione: quel suo giudizio sul «relativismo» che nasconde un «totalitarismo», quando la cultura attuale immagina che tutto il fattibile sia anche tutto il possibile, negando in questa sovrapposizione l’idea stessa di libertà. Sia sul versante della teologia: la tentazione di superare la ricerca di Dio con il nichilismo dolce dell’indifferenza.

Una eredità aperta, perché l’ordine del giorno lo detta la storia. Si pensi solo per un istante all’arretramento tragico, derivato della guerra di Putin, sul piano del diritto, della concezione della pace, del dialogo con la Chiesa Ortodossa. Una eredità necessaria, anche se essa va ricompresa all’interno del nuovo paradigma di Francesco. Sarà Francesco a dirci dove vuole (e dove può) condurre la Chiesa.

 

Da Il Quotidiano del Sud

Gianfranco Brunelli

Direttore de “Il Regno”

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