Caso Rupnik: nella lettera di un confratello al gesuita denunciato per violenze psicologiche e sessuali c’è un modo sminuente e colpevolizzante di riferirsi alle vittime. La testimonianza di Luisa Alioto da “Il Regno delle donne”

«Mi chiedo anche, con tutto il rispetto, che tipo di suora fosse e quale formazione avesse quella povera ragazza che ha mandato giù così facilmente le regole del suo presunto direttore spirituale. Questo può aggravare il tuo abuso, ma punta il dito anche contro alcune congregazioni femminili per la mancanza di formazione dei loro membri» (padre José Gonzáles Faus sj a padre Marko Rupnik sj).

Sono Luisa, una donna di 35 anni, sono stata consacrata e suora di una comunità religiosa nella quale ho passato 8 anni e mezzo della mia giovane esperienza, ho lasciato la congregazione 6 anni fa e oggi provo ancora a cercare il mio volto di donna dentro questa vita, questa Chiesa, questo mondo, provando a fidarmi della voce che pronuncia il mio nome. 

Ho letto la traduzione della «Carta a Marko Rupnik» del gesuita José Gonzáles Faus pubblicata su SettimanaNews il 29 dicembre 2022 e ho provato una serie di sentimenti contrastanti, iracondi e di profondo desiderio di reagire alla minaccia. Ad una prima lettura vedo un uomo gesuita, nel tentativo goffo di farsi garante della giustizia e della verità, che incoraggia un confratello alla penitenza, ma come lo fa? Sentendo il bisogno di chiedersi, «con tutto il rispetto, che tipo di suora fosse e quale formazione avesse quella povera ragazza». Vedo, ancora, un uomo che indica una vittima, donna, e si chiede quale colpa le si possa imputare.

Un uomo che «punta il dito» contro congregazioni femminili e non osa parlare di formazione al ministero sacerdotale e alla direzione spirituale. Si chiede addirittura che tipo di suora fosse quella donna senza definirla tale, come se desse per scontato che esistano suore di diverso rango e che una volta diventate tali non abbiano più neppure la dignità di essere invocate quali donne, come se i voti e il velo elidessero la loro stessa identità di donna. Vedo, ancora, un uomo che prova a disquisire sulla formazione di una povera ragazza come a dire che una donna abusata deve per giocoforza essere “povera” di formazione per «mandar giù», quasi con gioia, gli abusi[1].

 

Siamo donne, non «povere ragazze»

Sono una donna, forse sono stata anche io una povera ragazza, sono stata una suora e di quel tipo che hanno amato lo studio teologico, la formazione e una spiritualità sana e umanizzante. Ho ricercato con tutte le forze la mia identità di donna, alla luce del Vangelo e alla scuola di ogni esperienza, anche quando i sistemi ecclesiali e congregazionali in cui ho vissuto non l’hanno favorito e, a volte, lo hanno anche duramente proibito. Sono una donna che ha vissuto in ambienti abusanti di potere e sono qui in ginocchio, esausta, stanca e senza fiato, ma con in cuore ancora la forza per condividere un grido di donna al mondo degli uomini e della Chiesa fatta di uomini.

Noi donne siamo di un solo tipo, «l’aiuto che vi sta dinanzi/contro, di fronte» (cfr. Gen 2,18). Non siamo colpevoli degli abusi – e di nessun tipo di abuso – di cui siamo vittime e vorrei tanto che voi uomini poteste riuscire a guardarci non come povere ragazze, ma come donne e basta. Non desidero nessun aggettivo, non desidero nessun abbozzo di tutela che senta il bisogno di sminuirmi, desidero la verità, la misericordia e la redenzione che pretende il ristabilimento di ogni giustizia. Segnalo il lavoro della Rete L’ABUSO nata in Italia nel 2010, sperando che molti ancora trovino il coraggio di denunciare per amor di verità e per desiderio di redenzione.

 

La misericordia esige giustizia

Non ho gli elementi necessari per dare una piena valutazione sul caso Rupnik, non è mio compito e ci saranno luoghi e persone – lo spero vivamente – che avranno competenza in merito, ma sento il bisogno di guardare alle realtà che mi circondano, e mi hanno circondato, invocando una misericordia seria, adulta, giusta, per nulla smielata, che abbracci tanto il carnefice quanto la vittima. La misericordia, per esser tale, deve desiderare la giustizia ristabilita e la guarigione di tutte le dimensioni di realtà, di tutta l’integralità delle persone senza essere privazione di dignità o sminuimento né della vittima, né tantomeno del carnefice per sentirsene più “vicini”. Non mi sembra che Gesù si rendesse prossimo con questo stile, anzi la sua redenzione è sempre stata accompagnata da verità e piena presa di responsabilità. 

Ho passato questi ultimi anni a rileggere, con delicatissima cura, la mia esperienza di “Chiesa”, i sistemi nei quali ho sofferto a causa di persone in ruoli di servizio trasformati in occasione di controllo e abuso di potere; mi sono chiesta quanto mi sia “procurata” o sia stata addirittura causa della mia sofferenza, ma sono, oggi, la donna che sono. La sofferenza vissuta non è mia colpa e questi sistemi di potere esistono nella Chiesa! Sono troppe volte nascosti, camuffati e giustificati con spicciola spiritualità del sacrificio; la loro origine non è legata al genere sessuale. Il rischio di imbruttirsi e deformare la propria umanità può colpire tutti, nessun escluso, uomo e donna che sia. Mi chiedo solo quali domande possano porsi la Chiesa e tutti i cristiani e quali azioni siano necessarie, non più derogabili o negoziabili perché ci siano sempre meno vittime e persino sempre meno carnefici.

 

Domande per il cambiamento

Quale immagine di donna viene accolta nei sistemi formativi di ogni livello sociale ed ecclesiale? Quando sarà davvero data voce alle donne perché parlino di donne? Quando potrà la donna sentirsi davvero “ecclesiale” e non strumento di una pastorale solo apparentemente più inclusiva? Quando si potrà parlare pubblicamente di teologia di genere senza equivocare e travisare? Quando la si potrà insegnare negli istituti e nelle facoltà pontificie? Quando si rivedrà la formazione del clero maschile e di ogni uomo ordinato? Quando la si renderà davvero integrata e umanizzata? Perché non pensare a un accompagnamento serio dei sacerdoti anche dopo l’ordinazione? Ogni figura, nel contesto reale, è chiamata ad un costante aggiornamento e verifica periodica. Siamo donne e uomini in continua evoluzione, cadiamo e ci rialziamo, abbiamo tutti bisogno di una “sorveglianza buona” per non essere lasciati esistere solo perché ricopriamo un ruolo. Quando si vincerà la fobia per un mondo affettivo condiviso e costruito da uomini e donne, sani, che non hanno paura di esser tali? Perché le vere sedi decisionali della Chiesa faticano ancora troppo a dar autorità autorizzante anche alle donne in processi deliberativi?

Siamo chiamati a denunciare la sofferenza, a cercare la verità, a farci prossimi di chi ha il coraggio di denunciare ogni abuso, ma questo non basta! Siamo responsabili, tutti, del tentativo di cercare e trovare soluzioni, via alternative perché la misericordia sani e la giustizia venga ristabilita anche a caro prezzo. Sentiamo l’urgenza e l’improcrastinabilità di processi in cui siamo gli autori e le autrici di possibili “spettri di esistenza”, nei quali la vita – di tutti e di ognuno – possa fluire e possa farlo sempre meglio.

 

 


[1] L’impressione non cambia, anzi si rafforza, leggendo la risposta di padre Gonzáles Faus alle critiche della carmelitana Teodora Corral, a cui si sono associati, con un loro testo, due collettivi di femministe cristiane.
(foto Francesco Caizzone, Pezzi)

Luisa Alioto

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