Il giornalista e il teologo. Un ricordo di David Seeber

«David Seeber è convinto che [sia i giornalisti, sia i teologi] siano stati centrali nella dinamica del concilio Vaticano II. Gli uni come fornitori di idee, collaboratori, formatori, gli altri come mediatori nella sfera pubblica dei media». Inizia così l’articolo in memoria del giornalista David Seeber pubblicato da Stefan Orth sul sito di Herder Korrespondenz, il mensile di attualità religiosa di cui è stato a lungo caporedattore. David Seeber, morto il 15 gennaio 2023 all’età di 88 anni, era un amico della nostra rivista Il Regno, per la quale ha firmato parecchi articoli oltre a partecipare, anche in veste di relatore, agli incontri di studio da noi organizzati a Camaldoli negli anni 1998-2005. Lo ricordiamo qui con alcuni stralci dell’intervista che egli fece al teologo Karl Rahner nel 1984, al compimento dell’ottantesimo compleanno e a pochi giorni dalla morte. Venne tradotta su Il Regno – Documenti n. 9 del 1984, alle pp. 286ss, e poi ripresa, per la parte finale, su Il Regno – Attualità n. 8 del 2014, a p. 229. (G. Mc.)

La teologia si occupa troppo poco di Dio?

– Esiste per la teologia come per la Chiesa una scala delle verità. Lei stesso ha ammonito continuamente di porre il problema di Dio al centro di tutta la teologia, in modo radicale e serio. E per molti la sua teologia risulta caratterizzata particolarmente dalla trasposizione teologico esistenziale dì questa preminenza nella predicazione e nella pietà. Attualmente però si ha l’impressione che la teologia in generale si occupi troppo delle questioni della Chiesa e della società e lasci i suoi contemporanei soli sui principali problemi del cristianesimo…

«Io direi che la Chiesa e la teologia oggi dovrebbero preoccuparsi molto di più di spiegare in maniera concreta agli uomini che, nonostante la coscienza contemporanea si trovi di fronte a problemi vasti e non sintetizzabili, tuttavia possono vivere con fiducia e coraggio da autentici cristiani. Dimostrare che il cristianesimo in fondo può coesistere bene con la sintesi dell’umano, dello scientifico e del sociologico, anche se oggi questa sintesi non è raggiungibile in maniera totale. Penso inoltre che si dovrebbe dimostrare in modo più chiaro che il cristianesimo nella sua essenza, anche se ecclesialmente può esprimersi nel reale in molti modi, non è un aspetto particolare della realtà che sia in concorrenza con tanti altri e che si presenti come difficile da integrare in una unità globale. Esso è l’accettazione per fede dell’unità di tutte le realtà, nonostante l’impossibilità di integrarne molti aspetti; un’unità che non è fatta da uomo, ma è fondata sulla stessa rivelazione di Dio. La fede nella rivelazione fatta da Dio stesso sta al di là di ogni altra Weltanschauung, la quale fa di una verità qualsiasi il suo “dio”».

 

Il più radicale agnosticismo

– Perdoni la franchezza della domanda: è vero che la teologia e la Chiesa parlano troppo poco o non in modo abbastanza radicale di Dio, per cui proprio per questo c’è l’inverno della Chiesa?

«Non ho il diritto di negare né di dubitare che un uomo concreto, a qualunque posto o livello si trovi nella Chiesa, abbia un suo sentire cristiano profondamente serio e radicale. È diverso invece vedere se questa radicalità viene espressa con forza sufficiente nell’azione concreta della Chiesa, così che quelli che stanno al di fuori possano mettersi in ascolto. Più di una volta ho chiesto perché non c’è nessuna enciclica su Dio e contro l’ateismo. Su questo ci sarebbe alquanto da fare. Mi si può rispondere: “Medice cura te ipsum”; ma se io ho agito male, non devono fare altrettanto anche gli altri. Ho spiegato, anche di recente, chiaramente che il cristianesimo è senz’altro il più radicale agnosticismo, poiché crede nell’agnostos theos, e molti atteggiamenti che si dicono agnostici non sono, in confronto, altro che bazzecole, perché non toccano veramente e radicalmente l’incomprensione della nostra esistenza. In questo senso si potrebbe annunciare la verità del cristianesimo in modo molto più radicale e vivo di quanto normalmente si faccia. Con ciò io mi metto nella mia casa di vetro, ma dove sono i vescovi che da semplici preti hanno convertito al cristianesimo un paio di uomini che professavano il relativismo agnostico? Mi auguro che ci siano, ma a quanto è dato di vedere, non sembrano molti».

 

La Chiesa e l’essenza del messaggio cristiano

– Ma, al di là del caso singolo, come può la Chiesa non solo sopportare ma anche gestire nel senso dell’annuncio cristiano una simile situazione [di relativismo agnostico] quando sia divenuta esempio imitabile da tutti?

«Non si può mai applicare, come dei monomani, al particolare un principio o una regola di vita. Inoltre vorrei dire che la Chiesa, oggi più che mai, ha il dovere di presentare decisamente l’essenza del messaggio cristiano e deve assolutamente evitare di cedere a un umanesimo slavato, come sempre questo appare nel particolare. Anche il teologo, pur dovendo evitare di far delle prediche durante le lezioni, deve dimostrare con la sua vita che crede veramente e che agisce secondo la fede; che ha a che fare con la realtà incredibilmente grande di Dio che è vicino e che si è rivelato; che per lui, almeno fino a un certo punto, è naturale pregare; e che riesce a dare significato alla sua vita facendo riferimento al Cristo crocifisso e risorto. Non si può oscurare la radicalità unica e originale del messaggio cristiano. Se questo messaggio fosse mostrato in modo vivo e chiaro, tante sicurezze clericali fondate sulla burocrazia e sul diritto canonico, risulterebbero non più necessarie».

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