Ioannis Zizioulas, riferimento per l’ecumenismo

Il 2 febbraio scorso è morto ad Atene Ioannis Zizioulas, vescovo metropolita ortodosso di Pergamo del Patriarcato di Costantinopoli. Aveva appena compiuto 92 anni. In un post a lui dedicato su Vatican News la sua biografia viene così sintetizzata: «Nato il 10 gennaio 1931, ha studiato presso le università di Salonicco e Atene, poi all’Istituto ecumenico di Bossey.  Ha conseguito il dottorato con una tesi su «L’unità della Chiesa nella divina eucaristia e nel vescovo durante i primi tre secoli». Ha completato gli studi teologici presso l’Università di Harvard. È stato professore di teologia dogmatica all’Università di Edimburgo e di teologia sistematica alle università di Glasgow (1973-1987), Salonicco (1984-1998), King’s College London, Gregoriana a Roma e Ginevra. Nel 1986 è stato eletto metropolita di Pergamo. Ha rappresentato il Patriarcato di Costantinopoli nella Commissione mista internazionale per il dialogo teologico tra la Chiesa cattolica e la Chiesa ortodossa».

 

Nell’archivio de Il Regno

Per la nostra rivista Il Regno è stato un punto di riferimento costante nel racconto del dialogo teologico tra cattolicesimo e ortodossia e più in generale in quello del cammino delle Chiese ortodosse a cavallo tra la fine del Novecento e i primi decenni del Duemila. L’archivio – che è online sul sito www.ilregno.it – mostra sei contributi a sua firma e molte decine di pagine in cui compare il suo nome: nella rubrica «Diario ecumenico» risulta una presenza pressoché costante. Per ricordarlo rinviamo agli suoi ultimi due saggi che abbiamo pubblicato. Su Il Regno – Attualità n. 8 del 2016 si può leggere integralmente, nella sezione «Libri del mese», l’introduzione del suo volume Comunione e alterità (LIPA, Roma 2016), di cui riportiamo qui un brano.

 

Dalla differenza al conflitto

«Quando la paura dell’altro si manifesta come paura dell’alterità, giungiamo al punto d’identificare la differenza con la divisione. Ciò complica e oscura il pensiero e il comportamento degli uomini a un grado allarmante. Le conseguenze morali, in questo caso, sono molto serie. Dividiamo la nostra vita e gli esseri umani secondo le differenze. Organizziamo i clubs, le associazioni, persino le Chiese sulla base della differenza.

Quando la differenza diventa divisione, la comunione non è altro che un accordo per una coesistenza pacifica. Dura finché durano gli interessi comuni e si può facilmente trasformare in conflitto e scontro non appena tali interessi smettono di coincidere. Le nostre società e la nostra situazione mondiale in genere oggi lo attestano largamente.

Ora, se questa confusione tra differenza e divisione fosse semplicemente un problema morale, l’etica sarebbe sufficiente a risolverla. Ma non è così. San Massimo il Confessore ha riconosciuto in questo non solo delle dimensioni universali, ma addirittura cosmiche. Il cosmo intero è diviso a motivo della differenza, ed è differente nelle sue parti sulla base delle sue divisioni. Ciò rende il problema della comunione e dell’alterità una questione legata organicamente al problema della morte».

 

Da dove viene la morte

«La morte – prosegue Zizioulas nell’introduzione a Comunione e alterità – esiste perché nella creazione la comunione e l’alterità non possono coincidere. Esseri diversi divengono esseri distanti: poiché la differenza si trasforma in divisione, la distinzione diventa distanza. San Massimo ha fatto uso di questi termini per esprimere tale situazione universale e cosmica. La diaphora (differenza) deve essere mantenuta, perché è buona. La diairesis (divisione) è una perversione della diaphora, ed è cattiva. La stessa cosa è vera della diaspasis (decomposizione), da cui viene la morte. Tutto ciò è dovuto, come san Gregorio di Nissa aveva già osservato, al diastema (spazio, nel senso sia di spazio che di tempo) che caratterizza la creazione ex nihilo.

La mortalità è legata alla creazione dal nulla, ed è questo che significa il rigetto dell’Altro – Dio – e dell’altro in ogni senso. Trasformando la differenza in divisione attraverso il rigetto dell’altro, noi moriamo. L’inferno, morte eterna, non è nient’altro che l’isolamento dall’altro, come si esprimono i padri del deserto.

Non possiamo risolvere questo problema con l’etica. Abbiamo bisogno di una nuova nascita. Questo ci porta all’ecclesiologia. Come si realizza la relazione tra comunione ed alterità? Qual è il posto dell’altro nella comunione ecclesiale?».

 

La Trinità e la persona

Si trova invece in Regno – Documenti n. 10 del 2015 la lectio magistralis «La santa Trinità e la persona umana» pronunciata da Zizioulas il 25 gennaio 2015 all’atto di ricevere dalla Facoltà teologica dell’Italia settentrionale (FTIS) il dottorato in Teologia honoris causa. Egli la introdusse con queste parole: «Per circa mille anni i due “polmoni” dell’antica Chiesa, le tradizioni teologiche orientali e occidentali, hanno cessato di respirare insieme. L’Oriente e l’Occidente hanno seguito strade separate e indipendenti, molto spesso in contrapposizione tra loro, a scapito di ciò che il defunto padre Georges Florovsky chiamò “l’antico ethos cattolico”. Questo periodo è terminato quando i coraggiosi leader della Chiesa d’Oriente e della Chiesa d’Occidente, quali i defunti papa Giovanni XXIII e Paolo VI dalla parte cattolica, e l’ecumenico patriarca Athenagoras dalla parte ortodossa, aprirono un nuovo capitolo nella storia della Chiesa introducendo il dialogo di amore e verità tra le due antiche Chiese, la cattolica romana e l’ortodossa, con la prospettiva di restaurare piena comunione tra di esse in obbedienza al volere di nostro Signore, “perché tutti siano una sola cosa; come tu, Padre, sei in me e io in te, siano anch’essi in noi, perché il mondo creda che tu mi hai mandato” (Gv 17,21)».

 

Diversi livelli del «ravvicinamento» ecumenico

«Questo ravvicinamento ecumenico sta avendo luogo a diversi livelli. C’è in primo luogo un ecumenismo di spazio che riunisce le Chiese cristiane e le confessioni da tutto il mondo sotto forma di incontri e organizzazioni. Allo stesso tempo c’è anche ciò che padre Georges Florovsky chiamava ecumenismo del tempo, cioè il tentativo di mettere in relazione la ricerca dell’unità cristiana al nostro passato comune, la Scrittura cristiana e la Tradizione della Chiesa, compreso il patrimonio patristico, che è di importanza decisiva soprattutto per gli ortodossi e i cattolici romani. E ci deve anche essere ciò che possiamo chiamare un ecumenismo spirituale, cioè lo sforzo di riunire i cristiani divisi in termini di spiritualità, in quanto questo è espresso nella vita ascetica, di preghiera ecc.».

 

Ecumenismo esistenziale e del martirio

«A queste forme di ravvicinamento ecumenico – proseguiva Zizoulas parlando alla FTIS – vorrei aggiungere una quarta che chiamerei ecumenismo esistenziale. Con ciò intendo lo sforzo di relazionare la ricerca dell’unità cristiana alle più profonde preoccupazioni esistenziali dell’essere umano, quali le questioni della vita, dell’amore, della libertà ecc., che preoccupano ogni uomo in ogni tempo e in ogni luogo.

Questo tipo di ecumenismo, che abbiamo tentato di ignorare o bypassare in passato, sembra essere di cruciale importanza soprattutto nel nostro tempo. Se guardiamo la situazione in cui i cristiani vivono oggi in luoghi quali il Medio Oriente, ci renderemo conto che tutte le differenze dogmatiche e altre che li hanno divisi per secoli sono sostituite da problemi esistenziali fondamentali comuni a tutti loro in quanto esseri umani, quali la libertà e la dignità personale, o addirittura la vita e la morte. Coloro che perseguitano e uccidono i cristiani in queste aree non chiedono loro a quale Chiesa o confessione appartengono. Un ecumenismo del martirio sta avendo luogo lì, unendo tutti i cristiani al livello di fondamentali situazioni esistenziali, quali la vita, la morte, la libertà e la dignità. In questa situazione ciò che emerge come il problema più importante è il valore della persona umana e il suo fondamentale significato esistenziale».

 

Il fondamento nel personalismo

«Questo problema non è affatto limitato alle situazioni di conflitto e di guerra. È presente in tutte le società e culture; è il problema che permea la nostra vita quotidiana, non importa dove viviamo. La domanda che sta alla base e caratterizza il nostro atteggiamento e comportamento sempre e in ogni cultura è questo: diamo alla persona umana un fondamentale significato esistenziale, o la consideriamo e la trattiamo come un mezzo che può essere sacrificato per un valore più alto? Come la fede cristiana e la teologia considerano la persona umana?

Qui vorrei darvi alcune modeste riflessioni sul significato dell’idea di persona nella teologia cristiana, prendendo spunto dalla nostra tradizione comune in Oriente e Occidente. Il mio scopo è quello di mostrare che il personalismo è centrale alla nostra comune fede cristiana e può servire come fondamento di un ecumenismo esistenziale che può rendere la nostra unità pertinente ai bisogni fondamentali dell’umanità».

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