La Chiesa si è «autoimposta un alto standard di rispetto e di collaborazione con le autorità e leggi statali» perché «consapevole di voler agire nella stessa direzione della società sulla tutela e la protezione dei minori e delle persone vulnerabili». Con tali misure «si esprime nella Chiesa anche la volontà di far combaciare il diritto dei cittadini e dei fedeli a un’informazione verace, con il diritto alla riservatezza e alla tutela della buona fama». Le riforme adoperate nella Chiesa in questi ultimi anni «hanno permesso di avviare nuove norme per i processi canonici. Ma non solo. Tale legislazione richiede anche veri e propri “cambiamenti organizzativi e di governo”».

Dalla sempre ricca sezione «Libri del mese» del Regno – Attualità, riprendo integralmente la postfazione di mons. Charles Scicluna, arcivescovo di Malta e segretario aggiunto del Dicastero per la dottrina della fede, al volume Trasparenza e segreto nella Chiesa cattolica (di J. Pujol Soler e R. Montes de Oca, Marcianum Press, Venezia 2022), dove l’autore offre importanti sottolineature in merito alle recenti modifiche introdotte nell’ordinamento canonico penale per «far fronte al dramma degli abusi sessuali commessi dai sacerdoti e alla negligenza da parte delle autorità». (M.E. G.)

Trasparenza e accountability

La tempestività e l’immediatezza della comunicazione digitale spinge la Chiesa a muoversi verso un modo di comunicare più proattivo, consapevole che deve accompagnare, entrare in dialogo ed essere vicina ai fedeli. Il diritto all’informazione ha cambiato marcia con l’era digitale. Concetti come trasparenza, accountability, accesso all’informazione, rapporto bidirezionale tra fedeli e autorità della Chiesa sono dei traguardi culturali sui quali non si può tornare indietro.

Come mostrano Pujol e Montes de Oca, questi cambiamenti introducono nuove esigenze; richiedono maggiori responsabilità in termini di trasparenza e accountability e mettono in discussione aspetti giuridici del sistema canonico, soprattutto nell’ambito degli abusi sessuali su minori da parte di ministri della Chiesa.

Tuttavia, non è meramente una questione mediatica, non si tratta solo di fare i conti con l’opinione pubblica: siamo di fronte a una nuova chiamata, quella di confrontarci con la verità e la giustizia in un senso più profondo.

La ricerca della verità, non solo dal punto di vista formale ma soprattutto dal punto di vista materiale, è il primo compito di ogni ordinamento giuridico, il quale traduce lo scopo di far splendere la verità (veritatis splendor) sia nel legiferare (splendor legis) sia nell’attuazione della giustizia (splendor iustitiae). Le recenti riforme dell’ordinamento canonico penale – che intendono far fronte al dramma degli abusi sessuali commessi dai sacerdoti e alla negligenza da parte delle autorità – si inquadrano in questo desiderio di verità e giustizia all’interno della Chiesa (…)

 

Le riforme legislative

La riforma del libro VI del Codice di diritto canonico, proposta da papa Francesco a seguito di un lungo periodo di discernimento a diversi livelli ecclesiali e resa pubblica con la costituzione apostolica Pascite gregem Dei del 23 maggio 2021, è espressione della decisa volontà della Chiesa come comunità di discernere nella ragionevolezza e nella bontà. È segno che intende dotarsi di una norma efficace per punire i comportamenti più gravi (…)

La ricezione effettiva e affettiva di questa legge penale ecclesiale, ordinatio rationis (regola della ragione) dotata di rationabilitas (ragionevolezza) e di obbedienza all’ethos del Vangelo, si esprime anche in un insieme di altre norme e, soprattutto, di consensi ecclesiali. Per tale motivo, la summenzionata riforma non si capirebbe nella sua giusta portata senza conoscere le precedenti riforme legislative e senza prendere atto della benevola accoglienza da parte del popolo di Dio.

In particolare, emerge la lettera apostolica in forma di motu proprio Vos estis lux mundi (VELM), del 7 maggio 2019, che ha imposto un insieme di obblighi per un’indagine rigorosa, seria e veloce, che consentisse un eventuale processo penale. La comunità intera ecclesiale ha capito che è impossibile far giustizia alle vittime senza segnalare con prontezza alle autorità ecclesiastiche eventuali abusi o negligenze (…)

 

Verso processi giusti

Una Chiesa che fino a poco fa è stata troppo corporativista e anche autoreferenziale, impaurita dallo scandalo che avrebbero potuto suscitare tali casi, piena di vergogna e negazionista. Oggi siamo testimoni della nascita di una comunità ecclesiale più consapevole della necessità di ascoltare con dignità e rispetto tutti, ma soprattutto le vittime, condividendo la loro sofferenza.

Dall’altro lato, vediamo una Chiesa che si impegna a garantire processi giusti sui principi più elementari di difesa, di imparzialità e di legalità, con un atteggiamento di risveglio e di maggiore tempestività tanto nell’iniziare l’indagine quanto nel completarla (iustitia delata, iustitia negata).

A mio avviso, bisognerebbe stabilire praeter legem un addetto alla tutela delle vittime dell’art. 5 VELM, mantenendo un contatto pastorale con loro e, cosa fondamentale, informando i denuncianti su ciò che accade lungo tutto il processo. In tal modo, si segue la linea stabilita dal santo padre, che ha promulgato il 6 dicembre 2019 un rescriptum ex audientia ss.mi sulla riservatezza delle cause per abolire il segreto pontificio in tre momenti processuali (accuse, processi e decisioni) che riguardano casi di abusi sessuali, a seguito di VELM e dell’art. 6 delle Normae de gravioribus delictis riservati alla Congregazione per la dottrina della fede.

 

Rispetto e collaborazione con le autorità civili

La comunicazione con gli interessati sull’andamento del processo penale canonico, senza precludere il principio della presunzione d’innocenza dell’accusato, specialmente quando il denunciante è la presunta vittima, non dovrebbe essere più una difficoltà a motivo di un’interpretazione semplicemente formalista di un acerbo sistema giuridico-canonico.

L’obbligo d’informare l’ordinario o il superiore religioso non cancella l’eventuale obbligo di denuncia presso le autorità civili se così è stabilito dal proprio ordinamento civile. A questo proposito, l’art. 19 VELM ha stabilito, per la prima volta, l’obbligo di sottomissione e di collaborazione della Chiesa con le autorità civili competenti, trasformando in un obbligo sul piano legale ciò che fino a ora lo era solo dal punto di vista morale (art. 3 VELM).

La Chiesa si è così autoimposta un alto standard di rispetto e di collaborazione con le autorità e leggi statali, accogliendo molte delle raccomandazioni dalla Royal Commission dell’Australia, o del John Jay Report ecc., perché consapevole di voler agire nella stessa direzione della società sulla tutela e la protezione dei minori e delle persone vulnerabili.

Con tali misure, non solo si consolida l’idea che vi è un obbligo di collaborare con le diverse istanze della società e quindi con i media, come mediatori culturali, ma si esprime nella Chiesa anche la volontà di far combaciare il diritto dei cittadini e dei fedeli a un’informazione verace, con il diritto alla riservatezza e alla tutela della buona fama. Considerare quest’ultimo un diritto non assoluto consentirà una migliore protezione della privacy nella Chiesa e una procedibilità più agevole, distinguendo le vere accuse dalle calunnie, le insinuazioni, le dicerie e le diffamazioni.

 

L’aiuto di esperti laici: imprescindibile

Come ho ribadito altre volte, alla Chiesa non piace quando la «giustizia diventa spettacolo». La normativa sugli abusi sessuali non è stata mai intesa come divieto di denuncia alle autorità civili, ma come fondamento per una gestione rigorosa e garantista dei diritti di tutte le persone coinvolte in tali procedure.

Le riforme adoperate nella Chiesa in questi ultimi anni hanno permesso di avviare nuove norme per i processi canonici. Ma non solo. Tale legislazione richiede anche veri e propri «cambiamenti organizzativi e di governo».

La Chiesa come corpo mistico e vivo di Cristo sulla terra è sempre reformanda, in processo costante di aggiornamento e rinnovamento (…)

A livello personale, per quanto riguarda il lavoro nella mia diocesi maltese, ho imparato che non è possibile una gestione efficace della crisi degli abusi nella Chiesa senza lo spirito di comunione affettiva ed effettiva collegiale e, soprattutto, senza la collaborazione e l’aiuto imprescindibile di esperti laici. Pastori e fedeli, insieme, per costruire una «cultura della verità» che possa opporsi all’attuale «cultura degli abusi» denunciata da Francesco durante la crisi degli abusi in Cile, nel 2018 (…)

Il Signore sta aprendo di fronte a noi una strada difficile da percorrere, ma anche molto stimolante. Ci chiede quella con-versione del cuore sufficiente da consentire una receptio legis che non sia solo un assentire obbediente alle disposizioni del supremo legislatore, ma un’esperienza psicologico-spirituale e di fede.

Charles J. Scicluna

segretario aggiunto Dicastero per la dottrina della fede

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