C’è da gridare al miracolo: quello che ha fatto Giovanni Scifoni – almeno nella data bolognese dell’11 marzo.

A vedere il suo spettacolo che si teneva al teatro Dehon, Santo piacere. Dio è contento quando godo, era infatti tutto l’arco delle sensibilità cattoliche: dall’Azione cattolica a Comunione e liberazione, dai focolarini all’Opus Dei, dai semplici parrocchiani ai parroci, per non dire dei frati e delle suore e dei giovani, tanti giovani, e tanti meno giovani. Tutto pieno, due repliche, tutto sold out.

Quelli che per molto meno di un Filioque se le suonerebbero di santa ragione; quelli che il Sinodo pensano sia una questione elettrochimica; quelli che agli eventi diocesani ci vado solo sotto la mia bandierina; quelli che in chiesa una volta ci sono stato ma «Cristo sì, Chiesa no»… c’erano tutti. E con reciproco stupore si ritrovavano d’accordo almeno su una cosa: le gag di Scifoni «ci piacciono».

E non è poco. Di questi tempi d’imperante ascolto sinodale salvo avere poche idee sul che farsene, è un grande risultato e all’attore romano glielo si deve riconoscere. Grazie davvero: per un momento siamo stati veramente cattolici!

 

Perdonabile

Colmi, quindi, di questa gratitudine, siamo anche disposti a perdonare qualche piccola scivolata – detto fraternamente, s’intende – che Giovanni, molto one man band alla Proietti, ha fatto. Come quando ha scambiato la CEI col Vaticano sulla facile battuta dell’8 per mille in calo se i confessori indagano troppo sul VI comandamento; o come quando ha liquidato troppo velocemente la genesi di Humanae vitae e il ruolo in essa della commissione di studio voluta da Paolo VI che arrivò a conclusioni… da lui non volute.

E anche il tono di un racconto talmente personale da lasciare come unica protagonista incontrastata la sessualità vista, vissuta, interpretata al maschile, con qualche punta di mitizzazione del ruolo delle donne, le sue donne. Molto espressiva la danzatrice Anissa Bertacchini; ma la sua è e rimane una parte di secondo piano.

 

Perché piace (anche) ai giovani

Detto tutto questo, sarebbe un interessante oggetto d’indagine capire perché anche ai giovani, come ai più attempati, sia piaciuto tanto lo spettacolo, loro che sicuramente non si sono ritrovati in forme catechetiche di «condanna», loro che non sono cresciuti con i fumetti di «Lupo Alberto» – testimonial delle campagne anni Ottanta per il «sesso sicuro» –; loro che hanno vissuto la liberazione sessuale non nel Sessantotto, ma da figli di quella rivoluzione.

Qualche ipotesi si potrebbe avanzare.

Innanzitutto per i momenti in cui Scifoni fustiga alcuni luogocomunismi di lunga data dell’ambiente cattolico: come il fatto che la parrocchia organizza solo camminate in montagna e non al mare, ambiente di possibili tentazioni; come il terrore delle «mamme cattoliche» per il gender a scuola (che è cosa seria, eh!, ma non si può affrontare solo con dei «no»); come le repliche stereotipate del bonario cappellano dall’accento veneto (forse è solo da quelle parti che ne sono rimasti ancora) alle domande sul sesso del giovane Giovanni: «La prossima settimana faremo in parrocchia una catechesi su…».

 

Da Rashid alla lampadina

Vi sono anche alcuni colpi di genio che hanno sicuramente unito il pubblico d’ogni età.

Il primo è quando, nella ricerca del senso del sesso come forza primordiale che certa morale ha pensato di normalizzare con una serie infinita e sfinente di regole, s’incontra il saggio pizzaiolo musulmano Rashid. Rashid, tra un impasto e un condimento tira fuori l’Origene afflitto dalle pulsioni sessuali, che infine risolve a suo modo il dilemma ma – dice – sbaglia, perché la sessualità non può essere eliminata dalla vita umana, e la parola di Dio non è «antidoto» alla pulsione, ma «spezia».

Il secondo e più efficace è quello relativo alla descrizione del rapporto amoroso fatta attraverso la metafora della lampadina: la luce che promana e la cura che di essa occorre avere sono i due ingredienti segreti di lunga vita. Ma non spoileriamo nulla per chi ancora non avesse visto lo spettacolo, che per altro è parecchio tempo che gira, dopo che venne presentato a «I teatri del sacro» nel 2017. Solo per dire che questo è un brano che si dovrebbe proporre in quanto tale per la cosiddetta «educazione sentimentale» degli adolescenti odierni.

 

«Andare a letto» insieme tutta la vita

Il terzo e ultimo, il più commovente, è quello del sesso raccontato e vissuto attraverso la vita e l’esempio dei propri genitori, che sono sempre «andati a letto» insieme: in gioventù, nella mezza età e nella vecchiaia, mentre la bravissima Bertacchini impersona il corpo della madre ormai prigioniero della demenza senile.

È a partire da qui, dal desiderio profondo di un darsi in-finito oltre il finito, che lo spettacolo dell’istrionico Scifoni colpisce e lascia il segno. Il sesso e la sessualità in generale possono essere via verso il trascendente e non solamente carnalità da censurare e disprezzare.

Ricordiamocene per il prossimo incontro sinodale.

Maria Elisabetta Gandolfi

Maria Elisabetta Gandolfi

Caporedattrice Attualità per “Il Regno”

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