Che cosa c’entra la sinodalità con le dimissioni di mons. Hans Zollner dalla Pontificia commissione per la protezione dei minori? Al netto di ciò che non si può sapere, le motivazioni date dal gesuita stesso e la stessa storia recente dei molti membri della Commissione che con più o meno clamore si sono via via dimessi sono la prova provata che sì, tali dimissioni hanno molto a che fare con la sinodalità come stile ecclesiale.

Non solo. Possiamo guardare la questione anche da un altro punto di vista. Ai tanti detrattori del Cammino sinodale tedesco, che ne mal digeriscono sia il metodo sia le conclusioni, occorre ricordare il punto di partenza: il Synodaler Weg, il cui percorso assembleare iniziato nel 2018 si è appena concluso, muoveva esattamente da una crisi innescata dalla scoperta che non solo le violenze sessuali o gli abusi spirituali compiuti da membri della Chiesa erano numerosi, ma anche che era stato consentito a tali atti di prosperare per una serie concomitante di fattori strutturali.

 

Eccezionalità tedesca?

Per mettere in luce tali fattori (clericalismo, scarso ruolo dei laici e segnatamente delle donne, formazione del clero, visione sulla sessualità) sono stati compiuti approfondimenti teologici poi scaturiti nei documenti dei forum e infine discussi e approvati. Il Regno ne ha già parlato e si tratta del tema dei temi: il potere e la sua gestione. Lo ha affrontato anche il teologo Peter Hünermann, da noi ripreso su questo blog

Non basta? Chi pensa a una sorta di «eccezionalità tedesca» può volgere lo sguardo verso un’altra area, quella francese. Proprio in questi giorni – ne parlavamo qui  – all’Assemblea dell’episcopato che si è tenuta a Lourdes hanno partecipato anche i laici delle 9 commissioni che avevano avuto il mandato d’analizzare le raccomandazioni del Rapporto Sauvé e di renderle operative (tra l’altro, dopo l’uscita di tale documento vi sono state numerose rivelazioni su vescovi colpevoli di comportamenti sessuali scorretti). I gruppi hanno poi steso e presentato un rapporto in 60 punti per un totale di 280 pagine.

 

A livello ecclesiologico

I temi emersi? Una maggiore trasparenza e una migliore comunicazione con i fedeli sulla gestione degli abusi, una maggiore condivisione del processo decisionale tra clero e laici e una maggiore professionalizzazione nella gestione degli organismi ecclesiali.

C’è anche chi ha messo in luce un altro fatto: al di là dei contenuti delle proposte (che – guarda caso – riecheggiano molto da vicino quelle emerse in Germania) e del tema in oggetto, la recente Assemblea di Lourdes ha visto per la prima volta co-protagonisti chierici e laici, accomunati da una medesima preoccupazione: come intervenire a livello sistemico, dice il lessico sociologico, ovvero ecclesiologico, dice quello teologico, per rispondere a una crisi di fiducia nei confronti dell’istituzione Chiesa, per un rilancio della sua missione evangelizzatrice.

 

Il momento decisionale

Ma il tema di come e se associare i laici nel decision making e nel decision taking della Chiesa non a tutti è gradito: non ad esempio al prefetto emerito del Dicastero per i vescovi, card. Marc Ouellet, che ha appunto accusato la Chiesa tedesca di aver equiparato laici e chierici nei momenti decisionali della Chiesa.

Non è forse questo il tema generale del Sinodo della Chiesa universale che stiamo preparando in vista delle due assemblee del 2023 e del 2024?

Torniamo quindi alle dimissioni di Zollner. Nel comunicato a sua firma si parla della sua «preoccupazione (…) nell’area della responsabilità, della conformità, dell’accountability e della trasparenza» della Commissione stessa. Poca «chiarezza», dice il gesuita punto di riferimento dell’organismo sin dalla sua fondazione nel 2014, «riguardo al processo di selezione dei membri e del personale e dei rispettivi ruoli e responsabilità».

 

La responsabilità finanziaria

Inoltre, Zollner ritiene «inadeguata» la «responsabilità finanziaria» della stessa È fondamentale, prosegue, che «la Commissione mostri chiaramente come vengono utilizzati i fondi nel suo lavoro». Inoltre – concludendo così l’elenco delle criticità – «dovrebbe esserci trasparenza su come vengono prese le decisioni in seno alla Commissione. Troppo spesso c’erano informazioni insufficienti e comunicazioni vaghe con i membri su come venivano prese determinate decisioni».

Questione di conflitti personali? Certamente non si possono escludere – in effetti il cardinale presidente Patrick O’Malley ha espresso «sorpresa, delusione e disaccordo» per le parole di Zollner –, ma, come insegna la storia recente della Commissione, ricostruita nei particolari da The Tablet, ormai i punti sono troppi perché non si tracci una linea.

 

Le critiche degli altri ex membri

Infatti, come ricordavamo sopra, già altri membri si erano dimessi dalla Commissione: nel 2016 Peter Saunders, voluto da Francesco in rappresentanza delle vittime, in maniera apertamente conflittuale, perché immaginava l’organismo come un luogo di denuncia (ne abbiamo scritto in Regno-att. 2,2016,11; Regno-doc. 7,2016,217); nel 2017 Marie Collins, anch’ella membro in quanto rappresentante delle vittime, molto critica dei rapporti tra Commissione e curia romana, segnatamente l’ex Congregazione per la dottrina della fede (sulle sue dimissioni e il conflitto con l’allora prefetto card. G. Müller, cf. Regno-att. 6,2017,132).

Anche la psicoterapeuta francese Catherine Bonnet si è dimessa nel giugno 2017 perché – riferiva il National Catholic Reporter – non era stato possibile invitare gruppi di vittime o loro rappresentanti prima di una delle plenarie e  perché il papa non era stato chiaro nell’imporre l’obbligo di denuncia alle autorità civile da parte di quelle ecclesiastiche.

Critiche sono arrivate anche da ex membri cui non è stato rinnovato l’incarico dopo un primo mandato. Come da Sheila Hollins, la psichiatra infantile e baronessa inglese membro della medesima sin dalla prima ora fino al 2017, che lo scorso dicembre ha pubblicamente parlato di «mancanza di trasparenza» nella gestione della Commissione. Così anche da suor Jane Bertelsen, nominata nel 2018 ma che non figura nell’attuale organigramma e che ha accusato la mancanza di «uno stile di lavoro collaborativo e sinodale».

 

La Commissione e il Dicastero per la dottrina

Da ultimo la questione della riforma (poco chiara) della Commissione alla luce della costituzione Praedicate Evangelium, che di fatto la sottopone al Dicastero per la dottrina della fede, col quale già in passato aveva faticato a collaborare,  anche perché, come aveva dichiarato Hollins, ogni sforzo da parte della Commissione «sembrava bloccarsi a ogni passo».

Al di là del sospetto (non dichiarato ma praticato) del Dicastero nei confronti di una Commissione prevalentemente laica, gli obiettivi del primo, le sanzioni disciplinari nei confronti dei chierici colpevoli, non collimavano con quelli della seconda, che si occupa della prevenzione, della cura e della guarigione delle vittime.

Ma – come ha concluso Zollner nella sua dichiarazione – le «norme che regolano i rapporti tra la Commissione e il Dicastero per la dottrina della fede» ancora mancano, nonostante la costituzione porti la data del 19 marzo 2022.

La sinodalità, insomma, necessita di essere praticata anche all’interno della curia romana.

Maria Elisabetta Gandolfi

Maria Elisabetta Gandolfi

Caporedattrice Attualità per “Il Regno”

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