Approfondire con un cf. Regno: maternità surrogata

In Italia la legge n. 40/2004 contiene un divieto esplicito, penalmente sanzionato, alla surrogazione di maternità: «Chiunque, in qualsiasi forma, realizza, organizza o pubblicizza la commercializzazione di gameti o di embrioni o la surrogazione di maternità è punito con la reclusione da tre mesi a due anni e con la multa da 600.000 a un milione di euro». Ma né la legge 40 né altre leggi, finora, disciplinano il riconoscimento giuridico del rapporto che s’instaura tra genitori «di intenzione» e figli nati mediante surrogazione di maternità in un paese in cui tale pratica sia consentita. Di qui l’intensificarsi, nelle ultime settimane, del dibattito politico e culturale sull’intera materia; per questo richiamiamo i principali articoli e documenti che Il Regno ha dedicato, negli scorsi anni, a questo tema.

 

Il Parere della COMECE

Risale al 2015 il «Parere sulla gestazione surrogata» che il Gruppo di lavoro sulla bioetica della Commissione degli episcopati dell’Unione Europea (COMECE) consegnò al Parlamento Europeo. Vi si argomenta come tutte le forme di gestazione surrogata costituiscano un serio rischio per la dignità umana di tutti i soggetti coinvolti, in quanto strumentalizzano sia la gestante (spesso costretta dalla povertà e sfruttata), sia il bambino, trattato come un oggetto. Il «Parere» suggerisce che «la ricerca di regole e di prassi giuridiche comuni potrebbe iniziare (…) dalla valutazione della fattibilità del rifiuto della trascrizione degli atti di nascita o del riconoscimento delle decisioni giudiziarie di paesi di nascita nel caso siano corrisposti “compensi”». Si può leggere su Il Regno-Documenti 16,2015,15

 

La situazione in Italia

Un anno dopo Emanuele Rossi, su Il Regno-Attualità 6,2016,142, descrive dettagliatamente i profili giuridici della surrogazione di maternità in Italia, concludendo con queste parole: «I problemi che si pongono sono molti e difficilmente risolvibili. Il nodo di fondo mi pare costituito dalla necessità, da un lato, di evitare nella misura massima possibile il ricorso a tali pratiche, e al contempo di salvaguardare il best interest dei bambini nati [all’estero] in base a esse.

Che infatti, e da un lato, la pratica della maternità surrogata debba avversarsi mi pare facilmente dimostrabile, anche in relazione ai documenti internazionali in materia di diritti delle persone. (…) A ciò si aggiunga il valore della dignità umana, in alcuni ordinamenti espressamente sancito (…), e comunque principio cardine del patrimonio costituzionale comune (europeo e non solo). Tale principio dovrebbe impedire che alcune donne siano costrette, soprattutto per ragioni economiche, a partorire un figlio con cui non avrebbero alcun legame, e a mettere il proprio corpo a disposizione per soddisfare un’esigenza di altri».

 

Alternative difficili e drammatiche

Al contempo, prosegue Rossi, «i documenti internazionali vincolanti anche il nostro paese impongono di ricercare, sempre e comunque, il best interest of the child (…). La necessità di far valere il divieto sopra indicato posta di fronte all’esigenza di far prevalere sempre e comunque il principio del superiore interesse del minore comporta l’estrema difficoltà nel trovare soluzioni adeguate per regolare i rapporti familiari dei figli nati sulla base del ricorso alla maternità surrogata: e al riguardo la vera alternativa non è, come sembra emergere dal dibattito pubblico, tra adozione sì e adozione no, ma tra mantenimento di essi all’interno del nucleo familiare che li ha “ordinati” o allontanamento da esso e conseguente adozione a vantaggio di altre famiglie. Un’alternativa davvero difficile e talvolta drammatica». Ancora Emanuele Rossi, quattro anni dopo, riprende la sua argomentazione, aggiornandola alla luce di una sentenza della Corte di cassazione francese, del parere da questa richiesto alla Corte europea dei diritti dell’uomo (CEDU) e di una sentenza della Corte di cassazione italiana. L’articolo è su Il Regno-Attualità 4,2020,80ss.

 

Il caso BioTexCom di Kiev

Da ultimo un caso concreto, raccontato su Il Regno-Attualità 14,2020,428ss da Maria Elisabetta Gandolfi: quello del centro BioTexCom per la riproduzione umana di Kiev, divenuto famoso perché, a causa delle limitazioni alla circolazione in Europa dovute alla pandemia da COVID-19, vi si erano accumulati 46 neonati in attesa di essere «ritirati» dai genitori intenzionali. L’articolo indaga, documentazione alla mano, sui molti diritti e sui pochi doveri che il «Contratto sulla maternità surrogata» pone a carico di questi ultimi, che si riassumono nel pagamento di un importo che va dai 20.000 ai 40.000 euro a seconda dei casi in cambio dei «diritti parentali sul bambino partorito dalla madre surrogata».

Quanto ai doveri e ai vincoli che pesano sulla madre surrogata sono ingenti e comprendono, spiega l’autrice: «Attenersi alle regole dettate dal medico, (…) relazioni settimanali obbligatorie all’agenzia, segnalando “qualsiasi cambiamento, anche insignificante, dello stato fisico o emotivo, e della salute”; l’obbligo d’incontrare i genitori potenziali “quando essi lo esigono”; il divieto di avere rapporti sessuali fino al parto, di fumare, di viaggiare, di fare il bagno nei laghi o nel mare, di prendere il sole, di tingersi i capelli, di bere più di un caffè al giorno, di tenere animali domestici, di poter stare accanto ai propri figli se contraggono malattie infettive…».

E, naturalmente, la parte clou: «La madre surrogata è tenuta a “consegnare il bambino ai genitori potenziali o al dottore o all’ostetrica immediatamente dopo la nascita”, a non cercare i genitori potenziali “eccetto quando le parti lo desiderano”, a “passare il certificato di nascita del bambino (…) ai rappresentanti dell’Agenzia o ai genitori potenziali” (§ 2.4.12) e a “firmare il consenso notarile per l’iscrizione dei genitori potenziali in qualità di genitori (madre e padre) del bambino, nato secondo questo contratto, nel certificato di nascita del bambino e consegnare tale consenso ai genitori potenziali» (§ 2.4.13)”». Insomma (conclude Gandolfi): «Coppie ricche come clienti, pronte a pagare per avere un figlio grazie a donne che per comprarsi la casa o mantenere la famiglia accettano una forma di schiavitù temporanea (forse). Firma e taci. Tutto regolare».

Mocellin

Guido Mocellin

Giornalista

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