Sul numero 8 di Regno – Attualità, che è appena andato in stampa, la nuova puntata della rubrica di Luigi Accattoli «Io non mi vergogno del Vangelo» verte su papa Francesco e la diplomazia. Per una trattazione più distesa si può andare, sul blog dell’autore, ai post del 26, 28 e 30 marzo e del 4 e 10 aprile. Per le citate interviste di papa Francesco al Corriere della Sera, alla Radiotelevisione svizzera italiana e a Infobae si può andare, qui su Re-blog, alle corrispondenti puntate della rubrica «PapaNewsLink». (G. Mc.)

In ordine decrescente di importanza

Se sia bene che il papa lasci la diplomazia e dica «pane al pane»: una questione che ha piroettato notte e giorno nel mio blog lungo i 10 anni di Bergoglio. Nel decennale ho provato a prenderla di petto, scuotendo da ogni lato 5 fuoriuscite di Francesco dalla tradizione diplomatica intervenute tutte – tranne la prima – negli ultimi tempi. Volevo indagare, attraverso di esse, la possibilità di tenere come positiva quell’uscita.

Queste le affermazioni di Francesco che ho preso in esame e che elenco per importanza decrescente: conflitto ucraino come scandalo di una guerra tra cristiani; il patriarca di Mosca non può trasformarsi nel chierichetto di Putin; responsabilità della NATO che abbaia alle porte della Russia; questa è una guerra mondiale perché tutte le grandi potenze vi sono coinvolte; dittatura grossolana del Nicaragua guidata da uno squilibrato.

 

Parole sante sgradite a tutti

Questa la prima delle 5 affermazioni «pane al pane», che risale al 4 febbraio 2015, quand’era già guerra tra Russia e Ucraina: «Io penso a voi, fratelli e sorelle ucraini: pensate, questa è una guerra fra cristiani! Voi tutti avete lo stesso battesimo! State lottando fra cristiani. Pensate a questo scandalo».

Parole sante, le più utili che possano venire da un papa nel mezzo di una guerra tra battezzati. Ma totalmente aliene dalla diplomazia, tant’è che provocarono proteste dalle due sponde, dove nessuno voleva riconoscere l’altro come cristiano. E lo scandalo si è riproposto quando Francesco ha consacrato i due popoli a Maria (25.3.2022) e quando ha chiamato due donne, una ucraina e una russa, a portare insieme la croce nell’ultima stazione della Via crucis dell’anno scorso al Colosseo.

 

«Chierichetto», «abbaiare»

Ed ecco le parole provocatorie sul patriarca di Mosca: «Fratello [ho detto al patriarca Kirill; nda], noi non siamo chierici di stato, non possiamo utilizzare il linguaggio della politica, ma quello di Gesù. Il patriarca non può trasformarsi nel chierichetto di Putin» (intervista al Corriere della sera del 3.5.2022; cf. Regno-att. 10,2022,273s). Sappiamo la tempesta che queste parole hanno provocato.

Sulla NATO: «Forse l’abbaiare della NATO alla porta della Russia ha indotto il capo del Cremlino a reagire male e a scatenare il conflitto. Un’ira che non so dire se sia stata provocata ma facilitata forse sì» (ivi). Un coro di esecrazioni antipapali si è levato in Occidente, da Washington a Varsavia.

Sulla guerra di Ucraina come guerra di tutti: «Questa è una guerra mondiale. È cominciata in pezzetti e adesso nessuno può dire che non è mondiale. Perché le grandi potenze sono tutte invischiate» (intervista del 12.3.2023 alla Radiotelevisione svizzera italiana ).

 

Imperi e dittature

Qui il papa dice per la prima volta una cosa importantissima, per tante ragioni scomoda a tutti i protagonisti del conflitto: che cioè su di esso puntano alte somme tutti gli imperi che dominano il mondo: l’impero russo e quello americano, quello dell’Unione Europea, quello della Cina che si proietta sul Pacifico e sull’Africa, quello dell’India che signoreggia tra l’Asia e l’Africa.

Sul Nicaragua: «Non ho altra scelta che pensare a uno squilibrio nella persona che guida [Daniel Ortega]. È come portare la dittatura comunista del 1917 o hitleriana del 1935, riportarle qui oggi, no? Sono una sorta di dittature rozze, grossolane» (intervista a Infobae del 10.3.2023). Mai nessun papa ha parlato così di una qualsiasi dittatura: ha fatto bene Francesco a farlo? Io credo abbia fatto bene.

A mio parere oggi, a 10 anni dall’elezione di Francesco, ci appare chiaro che il suo progetto di «conversione del papato» comporta anche una fuoriuscita – un progetto di fuoriuscita – dalla tradizione statuale e diplomatica: «Anche il papato e le strutture centrali della Chiesa universale hanno bisogno di ascoltare l’appello a una conversione pastorale» (Evangelii gaudium, n. 32).

 

Non ama e non vuole
il titolo di capo di stato

Francesco non ama e non vuole il titolo di «capo dello Stato della Città del Vaticano». Non lo può abolire ma non lo usa. Lo ha fatto mettere tra i «titoli storici». E tanti sono i suoi gesti e le sue parole ispirati a quel disamore: i 5 spunti da me escussi possono valere come modello interpretativo applicabile a cento altri.

La fuoriuscita personale dalla tradizione diplomatica la possiamo vedere come particella del progetto di Chiesa in uscita che Francesco ha posto a motto del pontificato. I primi passi non possono che essere fatti a tentoni e l’uomo Bergoglio vi aggiunge i suoi malestri, ma a mio parere è comunque un bene che l’impresa sia tentata. Sarà opera di più pontificati.

Siamo al preludio e forse questo primo atto può riuscire meglio, chissà, a un papa improvvisatore piuttosto che a uno calcolatore. Perché vi sono muraglie sulle quali il calcolo non ha presa.

Luigi Accattoli

Vaticanista

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