Commento alle letture per la liturgia della VI Domenica di Pasqua

At 8,5-8.14-17; Sal 65 (66); 1Pt 3,15-18; Gv 14,15-21

dalla Rubrica de Il Regno La Parola in cammino

Continua il discorso di congedo che Gesù fa ai suoi discepoli. Questa volta il centro è l’amore, l’amore come comandamento nuovo – «Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri. Come io ho amato voi, così amatevi anche voi gli uni gli altri» (Gv 13,34) –, che fonda e sintetizza l’osservanza dei comandamenti: «Chi accoglie i miei comandamenti e li osserva, questi è colui che mi ama» (Gv 14,21). Ma perché tale osservanza si realizzi in pieno Gesù chiede al Padre di dare ai suoi discepoli un «aiutante» («un altro Paràclito»), «lo Spirito di verità», perché rimanga sempre con loro. 

Se però i «comandamenti» sono quelli già racchiusi nelle Scritture di Israele e che uno scriba (Mc 12,28) o un dottore della Torah (Lc 10,25) aveva già ben sintetizzato – «Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima, con tutta la tua forza e con tutta la tua mente, e il tuo prossimo come te stesso» –, in che cosa consiste il «comandamento nuovo»? 

Per capirlo forse c’è proprio bisogno di questo «Spirito di verità». L’elemento nuovo è senz’altro la posizione di Gesù in questa relazione di amore: «Chi accoglie i miei comandamenti e li osserva, questi è colui che mi ama. Chi ama me sarà amato dal Padre mio e anch’io lo amerò e mi manifesterò a lui». L’amore verso Gesù non solo si pone in mezzo all’amore verso il Padre, ma è radice e sorgente di una comunione di amore «circolare». Osservare il comandamento dell’amare Dio e il prossimo è l’unico modo per amare Gesù e, a sua volta, tale comandamento/i è garanzia e risposta dell’amore da parte del Padre e da parte di Gesù stesso: «Sarà amato dal Padre mio e anch’io lo amerò». 

Perché tutto questo sia autentico, sia realmente vissuto, c’è bisogno dell’«aiuto» dello «Spirito di verità». In altre parole, l’amore ha bisogno di «verità», e qui siamo, forse, nel punto più difficile e cruciale della realizzazione di questo «comandamento». Che cosa significa «amare nella verità»? Tutti noi abbiamo esperienza dell’amore, tutti noi amiamo o abbiamo amato qualcuno, e nel farlo ci siamo probabilmente accorti di quanto l’amore sia «cieco» o, come direbbe Paolo, di quanto l’amore «tutto scusa, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta» (1Cor 13,7). Forse «amare nella verità» è proprio questo: amare non «ciecamente», ma nella consapevolezza dei limiti propri e altrui, amare al di là e al di dentro di questi limiti. Ma non solo questo.

«Amare nella verità» significa anche porre al vaglio l’autenticità della nostra relazione di amore, purificarla da ogni altro tipo di legame che possa esservi di mezzo. A volte nell’amare l’altro vi può essere interesse, autocompiacimento, desiderio di un appagamento personale, ricerca di un’assicurazione, di una protezione, persino acquisizione di un ruolo, di un potere, e questo sia che il nostro amore sia verso altre persone che verso Dio stesso.

È qui che entra in gioco l’aiuto del «paraclito», dello «Spirito di verità», ovvero la forza e il coraggio, ma anche la sapienza di saper fare verità nel nostro cuore, di mettere a nudo la verità di ciò che ci anima e alimenta la nostra/le nostre relazioni di amore. E se da una parte è facile «ingannarci» nell’amare gli altri, illusorio e «mortale» è, in realtà, vivere una relazione d’amore con Dio che non sia «vera». Si può di fatto indossare un abito, ricoprire un ruolo, scegliere e acquisire uno «stato di vita» all’insegna di Dio, e in tutto questo non vivere la propria relazione d’amore con il Padre, in Gesù, nella «verità». Il risultato è una sempre più profonda aridità interiore che genera distacco, alienazione, che invece di comunicare vita produce deserto, vuoto, morte.

Un’ultima riflessione: che cosa mi garantisce di avere lo «Spirito di verità»? Un’azione sacramentale? Sicuramente lo Spirito ricevuto nel battesimo, base e fondamento di ogni altro sacramento, è un dono indelebile per ogni credente ma, come qualsiasi altro dono, richiede una costante disposizione all’accoglienza, alla cura e all’adesione a tale dono. Se di fatto il dono permane per la fedeltà del donatore, ciò non garantisce la permanenza dei suoi effetti sul ricevente senza una libera, costante e consapevole apertura di questi ad accoglierli e seguirli.

La presenza attiva ed efficace dello «Spirito di verità», se da una parte è data, dall’altra è sempre legata alla nostra libertà nell’accoglierla, nell’ascoltarla e nel lasciare che produca vita alimentando in noi autentiche relazioni d’amore.

Ester Abbattista

Biblista

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