La crisi degli abusi nella Chiesa, di una gravità tale che «ha in gran parte causato le dimissioni di Benedetto XVI», è un problema ancora aperto, ma il processo sinodale in corso può dare un grande contributo alla sua soluzione.

In un saggio pubblicato sull’ultimo numero, il 9 del 2023, di Il Regno – documenti, il canonista e officiale del Dicastero per la dottrina della fede Jordi Bertomeu Farnós ha ricostruito il percorso di coscientizzazione della Chiesa cattolica, nelle sue istituzioni e nei suoi leader, nei confronti del grave problema degli «abusi sessuali, di potere e di coscienza» (secondo la definizione di Francesco) al suo interno. Percorso nel quale ha avuto un ruolo decisivo quella che il papa stesso ha definito in una recente intervista come la propria «conversione».

La ricostruzione offre l’occasione all’autore per evidenziare alcuni «aspetti specifici ancora da analizzare e risolvere», nonché per osservare che «l’attuale esperienza sinodale come “espropriazione pneumatologica” può essere una metodologia ottimale per approfondire la risposta agli abusi».

Proponiamo un estratto del saggio, rimandando a «Documenti» di maggio per la lettura completa. (D.S.)

La crisi degli abusi e una chiesa «ingenua»

Benedetto XVI, sulla base della sua esperienza di prefetto della Congregazione per la dottrina della fede (CDF) e di papa, ha evidenziato nel 2019 che la causa del fenomeno della pedofilia clericale, con un aspetto marcatamente omosessuale, è stata il crollo della morale cristiana dopo il «maggio 1968».

Un anno prima, durante l’Incontro mondiale delle famiglie in Irlanda, Francesco aveva affermato davanti a un gruppo di gesuiti: «Ho capito molto chiaramente una cosa. Questo dramma degli abusi, soprattutto quando è di grandi proporzioni e produce un grande scandalo, ha alle spalle situazioni ecclesiali segnate dall’elitarismo e dal clericalismo; l’abuso sessuale non è il primo, ma lo è quello del potere e della coscienza» (25 agosto 2018).

Senza cedere a un’interessata e sterile contrapposizione, le due diagnosi permettono di porsi l’interrogativo sull’origine e lo stato attuale della crisi degli abusi.

 

La «conversione» di un papa ottuagenario

Il fenomeno della crisi degli abusi è scoppiato nel 2002, e fino al 2012 è stato un fenomeno anglosassone e mitteleuropeo. Invece Francesco l’ha visto diffondersi in Spagna, Italia, Portogallo, Francia, America Latina e in alcuni paesi africani e asiatici.

Accade in un’«era digitale»: la sua influenza va oltre la liquidità delle relazioni (Zygmunt Bauman), poiché le tecnologie dell’informazione e della comunicazione favoriscono anche nuovi paradigmi politici. Tra questi l’emergere di potenze antiliberali come la Cina o la Russia e il populismo autoritario che, attraverso l’ingegneria sociale, s’infiltra nelle democrazie occidentali. Tali correzioni alla profetizzata «fine della storia» o all’imposizione della democrazia liberale (Francis Fukuyama) sollevano nuovamente la questione dell’esercizio del potere e dei suoi abusi.

In questo nuovo contesto storico il papa, di matrice gesuitica, non solo ha gestito i nuovi casi di abuso come hanno fatto i suoi due immediati predecessori. Ha fatto un passo in più: quando ha scoperto il loro «insabbiamento» in una Chiesa a volte sorda o contaminata dalla mondanità e dalla corruzione, in età avanzata ha reagito.

 

Il dialogo con Nicole Winfield

Come lui stesso ha affermato di recente, «è lì che mi sono convertito, nel viaggio in Cile»: «Sono dovuto intervenire, e questa è stata la mia conversione, durante il viaggio in Cile. Non ci potevo credere. Sei stata tu a dirmi sull’aereo: “No, non è questo il modo di procedere, padre”. Sei stata tu. Ho detto: “È una ragazza coraggiosa, vero?”, ricordo. Ce l’ho davanti. E sono andato avanti e ho detto: “Cosa devo fare?”. La testa così (fa un gesto di esplosione). È stato allora che è esplosa la bomba, quando ho visto in questo la corruzione di tanti vescovi. Bene, per cominciare, pregare. Ho chiamato qui tutti i vescovi e abbiamo iniziato un lavoro che non è ancora finito. Ma lì hai visto che io stesso mi sono dovuto svegliare di fronte a casi che erano stati tutti insabbiati, giusto? Bisogna scoprire ogni giorno di più» (Intervista a Nicole Winfield dell’Associated Press, 24 gennaio 2023).

 

Abuso ecclesiale: solo un «aneddoto»?

Far parte di una cultura abusiva fondata su ideologie che distruggono la dignità delle persone non è una scusa per gli abusi ecclesiali e la mondanità. Senza essere sistemica, poiché la Chiesa è la comunità dei peccatori toccati dalla grazia del Risorto, la passività davanti alle vittime mostra gravi difetti strutturali che atrofizzano la proposta evangelica.

Uno di questi è la tendenza al corporativismo: sarebbero casi specifici, aneddotici, anche imprudenze o semplici comportamenti inappropriati. Tuttavia un singolo caso può distruggere il tessuto della fiducia ecclesiale e delle iniziative pastorali più consolidate.

Invece di avere all’orizzonte una «cultura della cura», cercando di non esporre il popolo di Dio al pericolo di soprusi e scandali, alcuni si mantengono in una modalità autoreferenziale, paralizzati dalla paura dello scandalo, e diventano insensibili alle vittime. Con dissimulazioni, eufemismi e anche con una certa paranoia, spiegano il fenomeno come una persecuzione ideologica. In altre occasioni, certe richieste di perdono o altisonanti annunci di forzate misure legali o preventive sono percepiti come egoistici, opportunistici e insinceri.

 

Crisi di abuso o crisi di fede?

Come afferma Francesco nelle sue fondamentali Lettere della tribolazione (2018), la mediocrità spirituale impedisce la conversione personale e, quindi, la soluzione dei problemi causati dal nostro peccato. Senza un serio discernimento spirituale o compassione o misericordia, le vittime continuano a essere etichettate come nemici ecclesiali e i loro aggressori come soggetti imprudenti che vanno tollerati per le loro trasgressioni del celibato.

Dov’è l’amore e l’obbedienza a Gesù Cristo, l’unico che può indicarci la retta via? La mancanza di misura morale del nostro mondo edonistico e relativista è un sintomo inequivocabile dell’assenza di Dio. È una società di adulti che vuole vivere l’eterna giovinezza, il nuovo Peter Pan che rinuncia a generare e accompagnare nuove vite perché vuole vivere solo senza preoccupazioni (Armando Matteo).

Tra molte altre deviazioni sessuali, ci sono alcuni individui che sono attratti eroticamente dai minori. Un fenomeno diverso è quello dei pedofili, che compiono abusi criminali anche senza sentirsi sessualmente attratti dalle loro vittime.

La crisi che hanno causato alcuni religiosi pedofili non è semplicemente disciplinare. Da un lato manifestano la stessa malattia di una civiltà che non reagisce al suicidio demografico, che promuove l’aborto come tecnica contraccettiva o che giustifica i rapporti sessuali con minori, per definizione vulnerabili. Dall’altra, come intuì a suo tempo il card. Joseph Ratzinger, è una crisi di fede.

 

Cercare le cause con coraggio e onestà

Spesso ci si lamenta della mancanza d’incidenza della proposta cristiana e si diventa sempre più irrilevanti in un mondo bisognoso di senso. Perdiamo credibilità, a volte a passi da gigante, senza voler riconoscere che la crisi degli abusi sessuali ha molto a che fare con questo.

Perché un mondo che in modo insensato promuove il sesso libero fin dall’adolescenza agisce poi con tanta violenza contro la pedofilia clericale? È per ipocrisia? Se «evangelizzare è penetrare nella cultura dell’uomo» (Paolo VI), non possiamo ignorare che ciò che oggi è intollerabile, per molti, non è il sesso con minori ancora immaturi che hanno bisogno di scoprire le vere potenzialità del pudore e dell’amore oblativo. L’insormontabile «linea rossa» è quella di minacciare la loro libertà presente e futura, di fare ciò che vogliono con il sesso. A maggior ragione se l’aggressore è un chierico, «stereotipo moralizzatore onnipresente» (Marco Marzano).

Affrontare la crisi degli abusi dal punto di vista del ricco patrimonio dottrinale e morale della Chiesa non indebolisce l’istituzione. È piuttosto l’occasione provvidenziale per mettere in luce quei difetti strutturali che impediscono l’annuncio gioioso del Vangelo in un mondo abusivo: dinamiche autoritarie inconciliabili con la sensibilità attuale, che nascondono vulnerabilità, decisioni senza trasparenza o coerenza con quanto annunciato nel nome di Cristo.

Jordi Bertomeu Farnós

Canonista – officiale Dicastero Dottrina della fede

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