Commento alle letture per la liturgia della Santissima Trinità

Es 34,4b-6.8-9; Dn 3,52-56; 2Cor 13,11-13; Gv 3,16-18

dalla Rubrica de Il Regno La Parola in cammino

Un grande teologo, Jean Galot, scomparso 15 anni fa dopo una vita trascorsa nello studio e nell’insegnamento della teologia presso la Pontificia università gregoriana, soleva fare questa constatazione con i suoi studenti: «C’è una festa per il Figlio, la festa dell’incarnazione (il Natale), c’è una festa per lo Spirito (la Pentecoste), ma non c’è una festa per il Padre!».

Queste parole mi hanno sempre colpito, e dovendo parlare della festa della Trinità mi ritornano di nuovo in mente: perché non c’è una festa per il Padre? Premetto subito che a questa domanda non ho trovato ancora una risposta, forse perché pensare a una «festa per il Padre» significherebbe in qualche modo racchiudere la sua opera in un evento, in una manifestazione, in una definizione. D’altra parte, se del Figlio possiamo festeggiare l’incarnazione, fare memoria della sua passione, morte e risurrezione, e dello Spirito possiamo gioire per il suo essere stato donato a tutti coloro che lo accolgono, è proprio perché c’è un Padre che di tutto questo è sorgente, inizio e fine. 

C’è un luogo, nella terra d’Israele, che bene esprime questa immagine. Si tratta di Banias, dove vi è una delle sorgenti del Giordano, luogo che nei vangeli compare con il nome di Cesarea di Filippo. A Banias la sorgente è nascosta in una grotta, non è di per sé visibile, ma appena fuori si può godere della frescura dell’acqua che scorre formando delle vasche; se si segue il flusso del torrente, inoltrandosi nella foresta che vi è accanto, ci si imbatte in una bella e fragorosa cascata, dove l’acqua spruzza da ogni parte ed esprime la sua forza e vitalità. Chi visita il posto può vedere l’acqua che scorre, ammirare la bellezza della cascata, ma, riflettendo, comprendere che dietro a tutto questo c’è una sorgente che non si vede, da cui tutto ha inizio e a cui tutto è correlato. 

La nostra capacità di vedere, di comprendere, di sperimentare è all’interno del movimento di quell’acqua da cui veniamo ristorati, rigenerati, «bagnati». Ed è solo quell’acqua la possibilità per noi di essere in relazione con la sua sorgente, che proprio attraverso il fluire di «quell’acqua» ci raggiunge, ci rinfresca, ci dona vita. 

Il mistero della Trinità è un po’ tutto questo, non si può definirla in sé, ma ne possiamo cogliere gli effetti, possiamo tracciare la sua azione di salvezza e scoprirci immersi in essa. Abbeverandoci alla sua «acqua» possiamo diventare «figli nel Figlio» (Rm 8,29), ricevere una pienezza di vita che va al di là della nostra finitezza, scoprirci parte di un universo infinito, essere inondati di un amore immenso. In questo senso, forse, si comprende perché non c’è una festa del Padre. Una tale festa, infatti, abbraccerebbe ogni tempo, ogni giorno, ogni momento, dall’infinito all’infinito, perché non si potrebbe dire «dall’inizio alla fine», dato che questo implicherebbe una possibilità di de-finire ciò che è al di là del nostro «finis», del nostro limite. 

Ritornando quindi alla Trinità, noi ne sperimentiamo gli «effetti», il calore della Presenza in cui siamo avvolti, la bellezza del suo sguardo che, dando vita, fa brillare di luce ogni evento, realtà, esistenza. Mediante l’umanità del Figlio diventiamo luogo di abitazione dello Spirito, siamo immessi nel cuore stesso della vita divina, riceviamo pienezza di senso, consolazione e grazia.

Tutto il nostro mondo è immerso in questo mistero di cui facciamo parte, ma non in modo deterministico e ineluttabile – ed è forse questa la bellezza più grande e nello stesso tempo più nascosta della Trinità –, perché nella Trinità vi è il vero volto della libertà. Una libertà che apre alla relazione e che, anzi, fonda la relazione stessa. E la relazione non potrebbe essere tale se non nella libertà (altrimenti sarebbe coercizione, prigionia, carcere); cosicché pur essendo immersi nella Trinità, avvolti dalla sua luce, chiamati e amati per e all’esistenza, rimaniamo comunque liberi. Liberi di accogliere o rifiutare, di aprirci o di chiuderci, di legarci o di separarci, di cercare o di abbandonare, in quel movimento perenne e ogni istante sempre nuovo che è l’Amore.

Forse è per questo che il Cantico di ogni cantico, il Cantico dei cantici, il canto dell’amore finisce proprio come è iniziato: dalla ricerca dell’amato all’invito a fuggire di nuovo per ricominciare a ricercarlo: «Fuggi, amato mio, simile a gazzella o a cerbiatto sopra i monti dei balsami!» (Ct 8,14).

Ester Abbattista

Biblista

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