Il miracolo di Eduard Strauss. Ovvero: quanto contano i riti di passaggio

L’insuccesso era servito.

Giunti all’ultimo disastroso pomeriggio dedicato alle prove, nessuno di noi pensava che il gran ballo di fine anno della scuola, coraggiosa e ormai tradizionale iniziativa dedicata agli alunni di terza media, sarebbe riuscito.

Come avrebbe fatto l’orda costantemente vociante di 130 maschi e femmine, sorda a ogni invito o comando, a eseguire un pur semplificato valzer, due passi di quadriglia o tre figure di contraddanza?

Fin da subito si era capito che sarebbe stata durissima: infatti la richiesta per noi (ingenui volontari della Società di danza bolognese) più scontata epperò fondamentale era: «Ragazzi, mettetevi in coppia». Errore blu!

Anche se le danze ottocentesche – come marce, quadriglie, contraddanze e valzer – o scozzesi – come gighe e reel – non richiedono coppie fisse, servono una dama e un cavaliere: è l’unità minima fondamentale.

Ma è proprio questo il problema: a 14 anni formare delle coppie, tenersi per mano, guardarsi mentre si danza insieme è la questione. È per questo che da 8 anni gli insegnanti della scuola media L.C. Farini ci chiamano: un motivo prettamente educativo.

 

Il perché di un’etichetta

Per tentare d’esprimere con un linguaggio elegante il senso della festa, d’offrire l’occasione di mostrare la propria maturazione, di suggerire una modalità autentica e misurata di vivere le relazioni tra coetanei, in particolare dell’altro sesso, grazie anche a un’«etichetta» d’altri tempi che fa da confine e da regolatore all’incontro reciproco. Così come avveniva un paio di secoli fa circa, quando la ricca borghesia iniziò a entrare nei salotti buoni della nobiltà sulla via del tramonto (chi non ricorda il Gattopardo di Luchino Visconti?).

Salutare il partner, darsi la mano durante il ballo, guardarsi tra danzanti, mantenere il contegno del corpo mentre è ancora incerto tra la goffaggine dell’infanzia e le forme dell’adolescenza: richieste belle sulla carta, ma difficili da mettere in pratica!

 

Le prove disastrose

La realtà, durante le sessioni di prova, parla un’altra lingua. Quella dell’imbarazzo mascherato dietro la sbruffonaggine e l’agitazione (ok, ci sta), o, dopo un po’, della conta dei giri di valzer per il calcolo sul prossimo cavaliere o dama che sarebbe capitato, dei musi lunghi perché «a me arriva sempre quello brutto» (grezzi i maschietti, ma che perfide le femmine!).

Nessuno che ascolta le spiegazioni dei passi.

Qualche danza viene decentemente (ma poi se la ricorderanno?), per qualche altra sembra di stare in un teatrino di marionette impazzite.

Vabbè, pazienza, il gran ballo sarà una sorta d’improbabile prova generale, la bozza di un’esibizione armoniosa che rimarrà solo nella fantasia di chi l’ha immaginata.

E loro? Dopo le (per noi sfinenti e inconcludenti) prove, un bel «ciao prof!» a tutti, anche se quasi tutti noi facciamo altro nella vita. Se ne vanno contenti, in fondo. E addirittura tornano puntuali per la prova successiva. Si scusano per l’eventuale ritardo. Non si rendono conto dell’imminente disastro?

 

Eduard Strauss e la scommessa sui giovani

Arriva il giorno del gran ballo.

Sono sempre arruffati, vocianti e si spostano a piccoli cumuli, ondeggianti e indistinguibili di 3-4 per volta. Tutti però sono eleganti e curati.

Si lasciano disporre e mettere in fila per la marcia d’entrata di fronte al pubblico di genitori, amici e parenti armati di fotocamere che a Cannes se le sognano.

Così si aprono le danze e avviene il miracolo: nel Valzer spagnolo sulla musica di Eduard Strauss, giro di mano destra, giro di mano sinistra e piroetta per cambiare il partner. Nessuno sbaglia.

Ancora. Si formano magicamente i quarré, le posizioni a quadrato delle coppie per la quadriglia; anche nella contraddanza tutto funziona. Sono sempre loro o hanno mandato delle controfigure? Un successo.

Doppio successo finale con i ragazzi che invitano i genitori a ballare e che spiegano loro con fare saputo come si svolge la danza…

Mi viene da pensare «Eduard Strauss santo subito». Il miracolo l’ha fatto e noi l’abbiamo visto.

O forse, più semplicemente, i nostri ragazzi hanno bisogno di riti di passaggio, di eventi che marchino un prima e un dopo personale e sociale. Diventare grandi per loro può essere ancora una sfida promettente.

Siamo disposti, noi adulti, a scommettere su di loro?

Maria Elisabetta Gandolfi

Maria Elisabetta Gandolfi

Caporedattrice attualità per “Il Regno”

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