Commento alle letture per la liturgia del Corpus Domini

Dt 8,2-3.14b-16a; Sal 147; 1Cor 10,16-17; Gv 6,51-58

dalla Rubrica de Il Regno La Parola in cammino

«L’uomo vive di quanto esce dalla bocca del Signore»: sono queste le parole con cui Mosè cerca di far capire al popolo il segreto della loro riuscita, la possibilità di essere ora finalmente giunti davanti al Giordano, alla Terra promessa, di essere riusciti a superare il deserto e tutti i pericoli mortali che esso racchiude.

L’uomo vive di quanto esce dalla bocca del Signore, l’essere umano vive della parola di Dio: è questo l’insegnamento finale con cui Mosè si congeda dal suo popolo. Ora il termine «parola» in ebraico ha una molteplicità di sensi che va dal semplice significato letterale a quello di «fatto», «evento», «realtà» e persino «cosa». E la «Parola» di Dio è tutte queste cose insieme, dato che è per sua natura performativa, produce ciò che dice, è – per usare un concetto aristotelico – «potenza e atto» insieme. Tutta la rivelazione biblica è narrazione di questa «Parola» e, nello stesso tempo, è essa stessa «Parola», dato che costantemente comunica vita, diventa evento, realtà in colui che l’ascolta. 

Secondo il Prologo di Giovanni, l’ultima edizione di questa «Parola» è la carne del Figlio, la sua umanità: «E la Parola divenne carne» (Gv 1,14). Gesù è la Parola incarnata di Dio, è l’evento, il fatto, la realtà piena, «la carne» capace di nutrire, di comunicare vita, di mantenere in vita. E dato che questa «carne» proviene da Dio, non solo non conosce morte, ma produce vita senza fine, vita eterna.

Se teniamo in conto tutto questo, allora il discorso evangelico di oggi acquista un più ampio, e forse più corretto, senso e significato: «Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo (…). In verità, in verità io vi dico: se non mangiate la carne del Figlio dell’uomo e non bevete il suo sangue, non avete in voi la vita. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciterò nell’ultimo giorno. Perché la mia carne è vero cibo e il mio sangue vera bevanda. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue rimane in me e io in lui. Come il Padre, che ha la vita, ha mandato me e io vivo per il Padre, così anche colui che mangia me vivrà per me. Questo è il pane disceso dal cielo; non è come quello che mangiarono i padri e morirono. Chi mangia questo pane vivrà in eterno».

Sicuramente a queste parole seguirà poi il gesto dell’ultima cena, lo spezzare il pane e il condividere il calice di vino, segno significante e significato della consegna che Gesù farà di se stesso per divenire «cibo di vita eterna» per tutti; ma molto spesso questa festa del Corpus Domini viene ridotta solo al simbolo sacramentale, al «pane eucaristico», dimenticando tutto ciò che lo precede e che, di fatto, lo realizza, ovvero «il pane-Parola».

Bene lo aveva capito san Girolamo quando scriveva: «Il nostro unico bene in questo tempo terreno è che noi mangiamo carne e beviamo il suo sangue non solo nel sacramento, ma anche quando leggiamo le Scritture. Infatti la conoscenza delle Scritture è il vero cibo e la vera bevanda, provenienti dalla parola di Dio» (Girolamo, Eccl. III, 12.13, 193-198).

Nella tradizione cristiana, infatti, sono due le «mense» a cui i fedeli sono invitati a prendere parte: la mensa della Parola e la mensa del Pane. E così viene anche ribadito dai padri conciliari: «La Chiesa ha sempre venerato le divine Scritture come ha fatto per il corpo stesso di Cristo, non mancando mai, soprattutto nella sacra liturgia, di nutrirsi del pane di vita dalla mensa sia della parola di Dio che del corpo di Cristo, e di porgerlo ai fedeli» (Dei Verbum, n. 21).

È usanza in questa festa organizzare processioni, portare in giro per le strade, racchiusa in un ostensorio, l’ostia consacrata; un’usanza che certamente non risale alle origini delle prime comunità cristiane, ma che ha assunto nei secoli un’importante forma devozionale, che a volte però può trasformarsi, nel sentimento popolare, in un segno più apotropaico che prettamente evangelico. E perché non portare in processione anche l’«altro Pane», ovvero la Parola? E ancora: se il «Pane e la Parola» sono il cibo che Dio offre a tutti i credenti, non è forse la «mensa» il luogo più appropriato per ritrovarsi, far festa e ricevere tale dono?

Ester Abbattista

Biblista

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