Commento alle letture per la liturgia della XII domenica del Tempo ordinario

Ger 20,10-13; Sal 68 (69); Rm 5,12-15; Mt 10,26-33

dalla Rubrica de Il Regno La Parola in cammino

Il discorso di Gesù nel passo evangelico di questa domenica è molto chiaro e schietto: la sua sequela richiede coerenza, autenticità e coraggio. L’invito è a non avere paura «degli uomini», del loro potere, delle maschere dietro cui si nascondono nell’esercizio di quel potere. Perché prima o poi, come si suole dire, la verità verrà a galla: «Nulla vi è di nascosto che non sarà svelato né di segreto che non sarà conosciuto».

Più che delle azioni o degli intrighi di chi pensa, ricoprendo un ruolo di potere, di poterla fare sempre franca, bisognerebbe avere timore della verità, quella verità che non appartiene a nessuno, che è tale di per sé e che, seppur composta da mille sfaccettature, sempre, prima o poi, si manifesta in tutta la forza e anche vitalità.

Dico «vitalità» perché forse questa è la bellezza più grande della verità. La verità autentica non è mai mortale, non è mai «schiacciante», ma è sempre apertura alla vita, possibilità di crescita, di cammino, di pienezza. Essere capaci di fare verità su sé stessi e sugli altri significa allora essere veramente vivi, al di là di qualsiasi limite mortale che sia dentro di noi o fuori di noi. 

«La verità vi farà liberi», dice Giovanni nel suo Vangelo (Gv 8,32), liberi non solo dalle proprie catene, dai propri angoli bui, ma anche liberi per accogliere e amare l’«altro» nella sua verità. Questa scelta interiore, che ciascuno è chiamato a fare in se stesso, è il passo necessario per costruire un mondo senza maschere, senza difese, senza oppressione, senza potere inteso come esercizio di controllo sugli altri. 

C’è anche un altro aspetto che «la verità» possiede: è che per quanto possiamo nasconderla, offuscarla, negarla, ucciderla, la «verità» non muore, non si cancella, non si inabissa e, prima o poi, «viene a galla». In questi tempi assistiamo allo scoperchiamento di molti «abusi» ad opera di persone che avevano e che, forse, continueranno ad avere potere. Spesso si tratta di «verità» nascoste ai più, ben mascherate, ricoperte di un silenzio che fa male, che ha mietuto molte vittime, provocato profonde ferite. Tutto questo può lasciarci sgomenti, può atterrirci di più – magari perché era preferibile guardare la patina esterna della maschera – può disorientarci. Ma può anche diventare occasione di grazia, impulso vitale, desiderio di autenticità proprio a partire da noi stessi. 

Il passo successivo è poi l’invito a riconsiderare il «valore»: che cosa ha valore nella nostra vita e, conseguentemente, che cosa ha valore nella vita dell’altro? L’esempio evangelico dei «passeri» ci invita a considerare che tutto ha un valore, che nulla può essere sprecato, ma che allo stesso tempo c’è anche una scala di valori: «Voi valete più di molti [espressione ebraica per dire «tutti»] passeri».

Come dunque definire questa scala di valori? Se sicuramente l’essere umano vale più di tutti i passeri, questo non significa che i passeri non hanno un valore, ma soprattutto significa che il valore che l’altro essere umano ha è uguale al mio. Espressione di per sé decisamente ragionevole, che sembra quasi banale e scontata, ma che nella realtà dei fatti e degli avvenimenti, delle scelte e dei comportamenti è costantemente calpestata, negata.

Affermare, per esempio, che la mia vita ha valore tanto quanto quella di qualsiasi altro essere umano, di fatto quanto peso e quanta rilevanza ha nelle mie scelte su grande e piccola scala? Se poi decliniamo il resto dei valori per noi importanti, possiamo scoprire che il perseguimento di questi, a volte, è a scapito degli altri.

Che cosa succede se raggiungere, avere o semplicemente vivere e realizzare ciò che per me ha valore va a scapito dell’altro, è negazione implicita del valore dell’altro? Senza che ci si renda conto, si soggettivizza il valore, lo si svuota della sua «valorialità», che è tale proprio perché è per tutti, lo si annulla.

Faccio un esempio macroscopico, generale, ma che può essere declinato anche nel particolare. Il valore della vita è tale per ogni essere umano, ma di fatto – e gli esempi possono essere tanti – non è così. Il valore della vita di un giovane non è uguale a quello di un anziano, il valore della vita di chi vive in una società «benestante» non è uguale a quello di chi si trova in un paese povero e senza risorse, il valore della vita di un ricco non è uguale a quello della vita di un povero, e così via.

Ciò di cui non ci si rende conto, di fronte a tali esempi – che possono tradursi in altrettanti fatti di cronaca – è che la conseguenza profonda di questa «soggettivizzazione» del valore «vita» finisce per annullare il valore stesso e la sua funzione di principio comune e inderogabile, di ricchezza indivisibile proprio perché appartenente a «tutti». Prendere coscienza, allora, che ciò che è un valore imprescindibile «per me» è veramente tale solo se è riconosciuto e preservato anche nell’«altro», è l’unico modo perché quel valore si mantenga tale per tutti. 

Detto tutto questo, non posso però fare a meno di continuare a constatare quanto la nostra umanità, anziché proteggere e custodire il valore della vita (e non solo quello) continui a svuotarlo, in una logica di «soggettivizzazione» che può solo portare all’autodistruzione. 

E per coloro che oggi, come ieri e forse domani, continueranno a essere le vittime di questa distruzione valoriale? Mi consola pensare che ogni capello di ognuno di loro caduto a terra o in mare viene raccolto da Dio perché ha «valore» nelle sue mani.

Ester Abbattista

Biblista

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