Il regista Ken Loach: diffondere speranza, come chiede il papa, è un’azione politica

L’arte come coscienza critica della società, come denuncia, spesso scomoda e disturbante, dei falsi miti di oggi, dei nuovi idoli, dei discorsi banali, dei tranelli del consumo, delle astuzie del potere. È quanto ha auspicato papa Francesco il 23 giugno in Cappella Sistina, parlando a circa duecento artisti tra scrittori, cantanti, architetti, pittori, scultori, registi convenuti da tutto il mondo in occasione dei cinquant’anni dall’inaugurazione della Collezione d’arte moderna dei Musei Vaticani. Tra loro l’87enne Ken Loach, pluripremiato regista britannico che di questa connotazione ha fatto una missione personale e professionale lunga una vita.

L’arte come leva di cambiamento sociale

«È stata una splendida occasione, un’occasione meravigliosa. E mi ha fatto piacere vedere che le parole del papa sono forti ora come lo erano dieci anni fa», commenta, perfettamente sintonizzato con un mandato che ha sempre difeso con le unghie, essere cantore degli ultimi. «Ha chiesto la giustizia sociale, il papa, ha chiesto la bellezza dell’armonia, del vivere insieme in pace e nel rispetto degli interessi di tutti. In passato aveva chiesto dei cambiamenti strutturali e ho sentito di nuovo quell’eco», sottolinea con un tono di pacata ossessione. In diversi, tra i partecipanti all’udienza, hanno espresso un malcelato stupore alla vista di questo marxista vecchia maniera che, di fatto, ha proprio sondato in maniera nuda e cruda gli inferi della condizione umana, interpretando alla lettera ciò che al papa sta a cuore: l’umanità dell’umanità.

 

L’arte in ascolto della voce dei poveri

Non dimenticarsi dei poveri, ha pregato il pontefice, i poveri che sperimentano forme durissime di privazione della vita, e che proprio per questo hanno bisogno dell’arte e della bellezza. «I poveri hanno voce, solo che non sono ascoltati. Non siamo noi la loro voce. Loro hanno una voce. Noi dobbiamo permettere che sia ascoltata», afferma il regista. E rincara: «Devo dire che, guardando il pubblico, ho sperato che ci fossero dei giovani delle periferie che potessero ascoltare direttamente questo discorso. In questo modo avrebbero un potere reale e potrebbero apportare dei cambiamenti alla società. Abbiamo bisogno che i rifugiati, che i sopravvissuti alla tragedia del Mediterraneo di qualche giorno fa sentano queste parole… Perché così sono forti. Abbiamo bisogno di più persone di colore. Abbiamo bisogno di più donne. Abbiamo bisogno di un numero sempre maggiore di giovani, perché sono loro che faranno il cambiamento. La maggior parte di noi è troppo vecchia per farlo ora».

 

La speranza è una richiesta politica

Loach vira sulla speranza, su quella luce, quella bellezza che salva a cui il papa ha invitato gli artisti. «La speranza è una richiesta politica perché se si è fiduciosi, si ha la forza di fare dei cambiamenti. Se sei disperato, sei troppo debole. Quindi abbiamo bisogno di speranza», ammette il regista, che avrebbe desiderato nel discorso papale fosse citato anche sant’Agostino, «che ha detto che la speranza ha due figlie bellissime: la rabbia per come sono le cose e il coraggio di cambiarle». Proprio sul bisogno di coraggio insiste Loach mentre non si esime dal lanciare una delle sue frecciate, convinto che se Francesco «fosse stato nel partito laburista britannico sarebbe stato espulso per quello che ha detto. Perché si sono spostati così a destra – osserva –, loro  e tutti i partiti socialdemocratici… Ora sono partiti del capitale, sono il problema, non la soluzione».

 

La solidarietà è esigente

«Il papa ha mantenuto il riferimento all’ambiente, che è centrale», si compiace ancora Loach, che non ammette mezze misure: «Penso che, prendendo spunto da ciò che ha detto il papa, dobbiamo, in un certo senso, esigere, esigere la giustizia sociale. Chiedere l’uguaglianza. Chiedere una vita in armonia. Abbiamo bisogno di tutto questo». E chiosa: «A me piacerebbe che le parole del papa non rimanessero come belle frasi nella Cappella Sistina, ma riecheggiassero in tutti i sacerdoti di ogni parrocchia. Quando gli operai sono in picchetto, state con loro. Quando la gente non ha una casa, chiedete che ci siano case. Quando la gente ha bisogno di assistenza sanitaria, chiedete che ci sia l’assistenza sanitaria. È una questione di solidarietà. Non è carità».

Antonella Palermo

Giornalista

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