Commento alle letture per la liturgia della XIII domenica del Tempo ordinario

2Re 4,8-11.14-16a; Sal 88 (89); Rm 6,3-4.8-11; Mt 10,37-42

dalla Rubrica de Il Regno La Parola in cammino

Le parole del Vangelo di questa domenica sono abbastanza lapidarie e forse, a un primo ascolto, anche drastiche. Gesù chiede di anteporre l’amore per lui a quello di un figlio per i suoi genitori, di essere capaci di prendere la propria croce e di perdere la propria vita a causa sua come unica possibilità per «trovarla» davvero.

Come declinare queste parole e, soprattutto, quali possibili indicazioni possiamo trarre per la nostra vita? Procediamo per ordine. La prima affermazione riguarda l’ambito degli affetti e dei legami familiari. Gesù, ovviamente, non dice che i genitori non devono amare i figli o viceversa, ma che, per chi decide di seguirlo, tale affetto non deve essere anteposto all’amore per lui.

Di solito queste parole vengono prese come valide solo per chi fa una scelta di vita religiosa: in questo caso viene giustificato il distacco dai propri familiari come gesto radicale di sequela del Signore. Ma, in realtà, non sono proprio questi i termini della questione o, perlomeno, non solo questi. Di fatto la richiesta non è solo rivolta ai figli nei confronti dei genitori, ma anche ai genitori nei confronti dei propri figli. Dietro a queste parole, quindi, c’è qualcosa che riguarda tutti i credenti indipendentemente dalle loro scelte di vita (religiosa, matrimoniale o altro).

Inoltre, quando Gesù parlava, o almeno quando questa pagina del Vangelo è stata scritta, non esisteva alcuna differenziazione tra i credenti, non vi erano «religiosi» e laici né tantomeno un clero distinto dal resto dei fedeli. L’invito a riconsiderare e a riposizionare, nella scala degli affetti, i propri legami familiari è quindi rivolto a tutti – diremmo noi oggi – laici compresi. Anzi, è proprio questa la condizione necessaria per creare delle comunità autentiche, dei legami «familiari» all’interno di comunità di credenti.

In primo luogo c’è da dire che dietro a queste parole c’è una profonda verità: le scelte dei genitori, riguardanti la propria vita, non possono condizionare o dipendere da quelle dei figli e, viceversa, quelle dei figli non possono condizionare o dipendere da quelle dei propri genitori. Non bisogna quindi stupirsi o vivere come un problema il fatto che ci possono essere genitori credenti e figli non credenti o, viceversa, figli credenti e genitori atei: fa parte delle scelte personali e del cammino di ciascuno e le une non possono condizionare le altre.

Detto questo, c’è anche un livello superiore che queste parole mettono in gioco: la coerenza delle proprie scelte di fede implica la creazione di un nuovo legame, di un «nuovo» affetto a partire dal quale tutto il resto va declinato. La radicalità della sequela di Gesù non è qualcosa che è richiesta solo a «qualcuno», mentre gli altri possono sentirsi più «liberi» di relegare il proprio legame al Signore solo a tempi e modi determinati e «ristretti» rispetto al resto di tutto il loro ambito vitale. È proprio questa logica della «separazione» e del «demandare ad altri» l’esigenza di radicalità che impoverisce le nostre comunità – semmai possiamo chiamarle tali – e alla fine genera quel vuoto che tutti noi lamentiamo.

Essere cristiani comporta quella che una volta, nei testi di teologia, veniva chiamata l’«opzione fondamentale», ovvero una libera, consapevole e responsabile scelta di vita che deve coinvolgere e abbracciare tutta la nostra realtà a 360 gradi e che è richiesta a tutti, non solo ai «religiosi». La fede in Gesù, la sua sequela, non è un fatto intimistico o riguardante solo la sfera morale del proprio agire, ma è un modo di «perdere» la propria vita, di declinarla a partire dal suo centro, ovvero dalla presenza del Risorto nella nostra realtà. Una presenza che «sta nel mezzo» quando «due o tre persone sono riunite nel suo nome».

È proprio quindi la scelta di riconoscerlo al centro della nostra vita e della nostra realtà che genera legami, appartenenza, comunità e, dall’altra parte, è proprio la vitalità e la presenza di una comunità la cartina al tornasole dell’autenticità della nostra fede. Non c’è vera sequela di Gesù al di fuori di questo.

Al di là dei problemi, delle difficoltà di vario genere che la Chiesa sta vivendo nel nostro tempo, credo che il futuro del cristianesimo dipenderà proprio dalla radicalità con cui ogni battezzato si riconoscerà pienamente inserito in una comunità di credenti, ne vivrà l’appartenenza come principio vitale delle proprie scelte, in quella tanto apparentemente contraddittoria quanto profondamente vitale verità, che solo chi è disposto a «perdere» la propria vita può davvero «ritrovarla».

Non so quale sarà il futuro del «complesso» Chiesa, ma sono convinta che «tale» futuro è nelle mani di tutti i battezzati e nella autenticità della nostra fede.

Ester Abbattista

Biblista

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