Su Francesco e sui metodi immorali usati in altri tempi dal Sant’Uffizio

Lugi Accattoli commenta così sul suo blog un passaggio della lettera di papa Francesco al nuovo prefetto del Dicastero per la dottrina della fede, mons. Vìctor Manuel Fernàndez.

Provo a interpretare

«Il Dicastero che lei presiederà in altri tempi è arrivato a usare metodi immorali»: così scrive Francesco nella lettera al nuovo prefetto del Dicastero per la dottrina della fede pubblicata sabato 1° luglio. I metodi immorali hanno provocato tempesta e magari l’autore della lettera quella tempesta l’aveva messa nel conto. Nei commenti provo a interpretare le parole del papa venuto quasi dalla fine del mondo: a quali tempi e a quali metodi facesse riferimento. Detto in breve: a tempi lontani e a metodi per i quali nel mea culpa giubilare dell’anno Duemila fu chiesto perdono qualificandoli come «non evangelici», «di intolleranza», «di coazione».

 

Già Ratzinger e Wojtyła

Nella Giornata del perdono del 12 marzo 2000 il papa polacco pronunciò sette invocazioni di perdono, che comportavano una revisione del giudizio storico sul comportamento dei cristiani cattolici riguardo alla lotta all’eresia, alle divisioni tra Chiese, alla persecuzione degli ebrei, alla pace e ai diritti dei popoli, al maschilismo e al razzismo, ai diritti fondamentali della persona. La seconda di quelle richieste era intitolata «Confessione delle colpe nel servizio della verità» e l’invitatorio che l’introduceva fu letto dal card. Joseph Ratzinger, allora prefetto della Congregazione per la dottrina della fede: «Preghiamo perché ciascuno di noi, riconoscendo che anche uomini di Chiesa, in nome della fede e della morale, hanno talora fatto ricorso a metodi non evangelici nel pur doveroso impegno di difesa della verità, sappia imitare il Signore Gesù, mite e umile di cuore».

E questa fu l’orazione pronunciata da Giovanni Paolo II: «Signore, Dio di tutti gli uomini, in certe epoche della storia i cristiani hanno talvolta accondisceso a metodi di intolleranza e non hanno seguito il grande comandamento dell’amore, deturpando così il volto della Chiesa, tua sposa. Abbi misericordia dei tuoi figli peccatori e accogli il nostro proposito di cercare e promuovere la verità nella dolcezza della carità, ben sapendo che la verità non si impone che in virtù della stessa verità. Per Cristo nostro Signore».

 

Sodano su Giordano Bruno

Lo stesso linguaggio era stato usato dal card. Angelo Sodano, segretario di stato, in una lettera inviata il 17 febbraio 2000 a un convegno della Facoltà teologica dell’Italia meridionale a 400 anni dal rogo a cui il Sant’Uffizio aveva condannato Giordano Bruno: «I membri del Tribunale dell’Inquisizione lo processarono con i metodi di coazione allora comuni, pronunciando un verdetto che, in conformità al diritto dell’epoca, fu inevitabilmente foriero di una morte atroce». Conclusione del cardinale, che parla a nome del papa: a quei metodi [carcere duro e tortura] e a quella morte [bruciato vivo], «triste episodio della storia cristiana moderna», oggi la Chiesa guarda «con profondo rammarico».

 

Ratzinger su Giordano Bruno

Il card. Ratzinger il 24 settembre 1997, in risposta a domande dei giornalisti in occasione di un intervento pubblico a Bologna, durante la settimana conclusiva del XXIII Congresso eucaristico nazionale, così aveva risposto a una domanda su Giordano Bruno e sugli altri eretici che la Chiesa ha mandato al rogo nei secoli dell’Inquisizione: «Penso che questa è una colpa che ci deve far pensare e ci deve guidare al pentimento. Non so se sono la persona giusta per chiedere perdono, ma sono convinto che dobbiamo essere sempre coscienti della tentazione della Chiesa, in quanto istituzione, di trasfomarsi in uno stato che perseguita i suoi nemici. La Chiesa deve essere sempre tollerante. Chiediamo al Signore perdono per questi fatti del passato e perché non ricadiamo più in questi errori. Che il Signore ci faccia comprendere che la Chiesa non deve fare martiri ma essere Chiesa di martiri».

 

Mia conclusione

Metodi non evangelici, metodi di intolleranza, metodi di coazione: così parlano i testi del mea culpa giubilare. Francesco intende fare la stessa affermazione, ma semplifica e traduce nel suo linguaggio informale e diretto: metodi immorali. È simile, questo salto nel linguaggio comune, a quanto Francesco aveva già fatto con la pena di morte, che con una modifica del 2018 a un articolo del Catechismo della Chiesa cattolica [il 2267] aveva qualificato come «inammissibile alla luce del Vangelo perché attenta all’inviolabilità e dignità della persona», mentre era stata tradizionalmente ammessa e anche praticata dai papi. A Francesco con interessa tanto la continuità formale con la tradizione del magistero papale quanto la chiarezza e trasparenza evangelica dell’attuale predicazione della Chiesa: di questo spostamento dell’attenzione dovremmo essergli grati. Io gli sono grato.

Luigi Accattoli

Vaticanista

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