«Come d’aria», diario-lettera d’amore che ha vinto il premio Strega

Il romanzo «Come d’aria» di Ada D’Adamo, morta il 1° aprile 2023, ha vinto ieri, con 185 voti, la LXXVII edizione del Premio Strega. Ecco la recensione di questo «diario-lettera d’amore che la ballerina e studiosa di danza Ada d’Adamo scrive e indirizza a sua figlia Daria» firmata da Luca Miele sul n. 4 (febbraio 2023) de Il Regno – Attualità.

La danza e la verità dei corpi

La danza contemporanea ha definitivamente preso congedo dalle forme classiche, sovvertendo i codici che l’hanno, a lungo, governata. Si è compiuto un vero e proprio rovesciamento. L’armonia e la grazia hanno ceduto il posto a movimenti spesso scomposti, febbrili, imprevisti. Se, nella sua costante ricerca della perfezione, la danza classica ha cercato d’obliterare la pesantezza e la disarmonia dei movimenti, fino a cancellarli, la danza contemporanea ha restituito al corpo tutta la sua ambivalenza. Bellezza e bruttezza assieme. Splendore e ignominia, una al fianco dell’altra. Nessuna sublimazione, solo la realtà, tangibile, dei corpi.

Questo allenamento alla verità dei corpi punteggia «Come d’aria», diario-lettera d’amore che la ballerina e studiosa di danza Ada d’Adamo scrive e indirizza a sua figlia Daria.

 

Il sapore di vetri rotti in bocca

Come d’aria è prima di tutto un libro sui corpi. Il corpo di Daria, affetta dalla nascita da oloprosencefalia, una parola che l’autrice (e noi con lei) fa fatica a ricordare, una parola che ha il sapore di vetri rotti in bocca. Il corpo di Daria non si sostiene, ha bisogno di un’armatura per reggersi. È un corpo incapace di parlare, incapace di vedere.

Dall’altro parte del filo, c’è il corpo di sua madre, un corpo adulto che si trova, all’improvviso, a dover fronteggiare l’invasione della malattia. Un corpo abitato da una proliferazione impazzita, che si scopre – come l’autrice non ha paura a dire – canceroso. Il compagno fidato, forgiato dallo studio e dalla disciplina, abituato alla nettezza dei movimenti, ora è un ingombro da auscultare, da guardare con sospetto, da curare, da ricomporre in attesa del prossimo cedimento.

 

Una lingua che sa farsi contatto

La malattia arriva come un ostinato roditore, si incunea tra il corpo di Ada e quello di Daria, s’intesta lo spazio che madre e figlia abitano insieme. Perché tra il corpo di Daria e il corpo di Ada, apparentemente divisi da una parete di vetro, vive da sempre uno spazio che non è disabitato o desertico ma che è, invece, riempito da un misterioso linguaggio, una lingua che sa aggirare sintassi e grammatica e vincere l’afonia, per farsi contatto, carezza, carne.

«Quando eri piccola – scrive d’Adamo rivolgendosi a Daria – la nostra relazione era prevalentemente fisica. Tutto passava attraverso il contatto: pelle da sfiorare, lacrime da asciugare, pancia da massaggiare, piedi da riscaldare, dita da rilassare, capelli da accarezzare… Il tuo corpo parlava, il mio corpo si sforzava di sentire quello che il tuo cercava di dirgli. Quanta frustrazione, quanti tentativi falliti, quanti sintomi provati su di me – i sensi spalancati – come se tu me li trasmettessi per osmosi: mal di pancia, insonnia, scatti, in una simbiosi assoluta, insieme misteriosa e carnale» (29).

 

La malattia che nidifica e comunica

In quell’unione s’insedia la malattia: il corpo aggredito della madre fa fatica, inciampa, si ritrae, sembra disancorarsi e allontanarsi, come una scialuppa spinta da correnti avverse. Eppure accade che quella osmosi si ri-materializzi, come quando in piscina, nell’immersione nell’elemento amniotico, nell’assenza di peso, nella meravigliosa leggerezza dell’acqua, si ricostruisce la confidenza totale dei corpi di Ada e Daria e viene a colmarsi la segreta nostalgia che ogni corpo di madre nutre per il corpo perduto del proprio figlio.

Non si tratta di un’occorrenza solitaria. Man mano che la malattia nidifica nel corpo della madre, si scava un canale nuovo, segreto, misterioso di comunicazione con Daria. La menomazione allaccia, avvicina. «Ecco, questo episodio è come una porta che si apre alla conoscenza: per lungo tempo ho pensato che la mia malattia fosse incompatibile con la tua, che i nostri corpi malati non potessero convivere e, soprattutto, che non potessero parlarsi, invece ogni comunicazione continua a passare attraverso il corpo, anche se malato. Anzi, oso dire in virtù del suo essere malato» (86).

 

Due gemelle conficcate nella vita

Come d’aria è un libro che mette in crisi il recensore, «costretto» a misurarsi con la nettezza con cui l’autrice descrive (e inchioda) se stessa e gli affetti che sono la carne della sua vita. Nessun eroismo, nessun autocompiacimento. Nelle sue pagine non trovano spazio la retorica o l’imbellettamento della realtà, come quando l’autrice ammette che «avere un figlio invalido significa essere soli. Irrimediabilmente, definitivamente soli» (75).

C’è invece la testimonianza di un amore testardo e tenace, capace di soffermarsi su ogni giuntura, ogni ferita, ogni cicatrice. Un amore che non dimentica la bellezza e la bruttezza conficcate, come gemelle, in ogni vicenda umana. D’Adamo ha parole nitide, intagliate con una precisione che richiama i gesti della danza, la loro pulitura. Una levigatura capace di restituire pensieri, gioie, dolori, slanci con nitore e grazia. Come quella riservata alla meravigliosa figura del «babbo» – «spalle larghe, mani di roccia» – fedele alleato per la vita.

Luca Miele

Giornalista

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