Una volta, quando ero in terza media, andai a casa di una mia compagna per fare una ricerca di geografia. A un certo punto del pomeriggio lei mi disse: «Scusa, ma adesso ci dobbiamo salutare. Mia nonna deve uscire e i miei non vogliono che stia in casa da sola con un ragazzo». Confesso che allora mi sentii molto offeso da quella frase. Ora mi rendo conto che dietro c’era un mondo di attenzione, di preoccupazione, di cura. Eccessiva? Forse sì, ma oggi, diciamocelo, noi genitori non abbiamo passato il segno dall’altra parte? E di quanto?

L’episodio mi è tornato in mente a partire dalle notizie, sempre più frequenti, relative a giovani e giovanissimi coinvolti in episodi di violenza sessuale. Molte volte il clamore di queste vicende è legato alle conseguenze giudiziarie di serate o feste al termine delle quali scattano denunce. Nell’infinita varietà degli episodi, mi soffermo su quelli che hanno in comune alcune caratteristiche: i protagonisti sono giovani o giovanissimi, coetanei, spesso amici o conoscenti, non sconosciuti stupratori; gli episodi che poi diventano casi giudiziari in genere nascono da situazioni apparentemente normali, a volte raffinate, non da frequentazioni losche e in luoghi malfamati; il sesso in queste circostanze si accompagna regolarmente con il consumo di alcol e droghe.

 

Per una riflessione matura e responsabile

Lasciando alla magistratura il compito, probabilmente arduo, di identificare vittime e colpevoli in situazioni che, almeno a quel che si legge, presentano molte zone grigie, mi pare che una società matura e responsabile abbia già molti motivi di profonda riflessione anche senza aspettare, o anticipare, le sentenze dei tribunali. Lo dico da insegnante e da genitore, quale sono.

Innanzitutto questi episodi emergenti (ma chissà quanti altri eventi minori si verificano a nostra insaputa) ci dicono che si sta sempre più diffondendo tra i nostri ragazzi una visione molto distorta del sesso. Non solo perché questo è sempre più vissuto come un prodotto da consumare, un’esperienza puramente ludica e narcisistica, ma perché, associato all’alcol e alla droga, aumenta una dimensione inquietante della vita dei giovani e giovanissimi: il fuori di sé. Il sesso sembra una dimensione da vivere fuori di sé, cioè fuori controllo, e droga e alcol rappresentano galeotti propiziatori di questo esercizio.

 

Dentro una cultura edonistica

Da dove nasce questa distorsione del sesso? Non ho abbastanza competenze per fare un’analisi completa, ma mi pare che sia figlia della cultura dello sballo, di quella brutta copia del divertimento che a tutti i costi ci spinge a esagerare e superare i confini. Una cultura edonistica che noi adulti di oggi abbiamo sviluppato e praticato e, in modo più o meno involontario, trasmesso ai figli, con la drammatica ma inevitabile conseguenza che, per vincere l’assuefazione allo sballo, occorre raggiungere livelli di sballo sempre maggiori. Ad esempio: né l’abuso di alcol né la diffusione di droghe (leggere? pesanti?) tra giovani e giovanissimi fanno più notizia, sono un dato acquisito e sostanzialmente accettato, benché tuttora illegale, e non rientrano quindi negli elementi di giudizio che si prendono in esame quando l’opinione pubblica cerca di ricostruire le responsabilità di una festa «finita male». Il pervasivo e incontrollato flusso pornografico in cui sono immersi i nostri figli fa il resto, fornendo, prima ancora che cattivi esempi o morbose curiosità, l’idea che il sesso davvero sia e debba essere l’unico centro della nostra ricerca di piacere e di gratificazione, avulso da qualsiasi nesso con la costruzione della nostra personalità e di un progetto di vita con l’altro.

 

Sesso slegato dalla relazione

Questa visione del sesso fuori di sé ha per conseguenza che il sesso rimane una potente fonte di piacere (almeno nelle aspettative), ma completamente slegata dalla relazione, addirittura con se stessi e quindi con gli altri. Nel sesso fuori di sé il mio corpo non mi appartiene più, nel senso che non fa più parte di me, ma diventa una specie di feticcio, di avatar il cui compito è esclusivamente quello di compiacere i miei desideri. A maggior ragione l’altro, gli altri escono da ogni logica di relazione, diventano solo strumenti occasionali e casuali del mio piacere. Dopo una notte di sesso fuori di sé, il risveglio non può che proiettarci in uno stato di alienazione: deresponsabilizzante, se penso di aver tratto tutto il vantaggio possibile senza grossi danni, oppure angosciante, se mi rendo conto che altri hanno agito il mio corpo a mia insaputa. Spesso queste due diverse reazioni sono vissute o attribuite rispettivamente al maschio e alla femmina. Gli esiti possono essere diversi a seconda dell’età, del livello di consapevolezza, dell’eventuale intervento degli adulti, delle possibilità psicologiche ed economiche di denunciare e chiedere risarcimenti.

 

Quali adulti domani?

Se molti adolescenti oggi sperimentano in prima persona questa dimensione distorta del sesso fuori di sé e se tantissimi altri ne sentono parlare e ne alimentano il mito nel loro immaginario, quali adulti diventeranno, un domani, questi ragazzi? Quali conseguenze, non tanto morali, quanto psicologiche e relazionali questi comportamenti sempre più diffusi genereranno?

Esperti, opinionisti, politici, tutte le persone di buona volontà dovrebbero porsi queste domande e cercare insieme, urgentemente, delle risposte che a loro volta producano scelte, orientamenti condivisi, forse anche leggi che preservino i nostri figli da questa deriva disastrosa.

Eppure, sui media e particolarmente sui social media, di fronte al moltiplicarsi di questi casi e specie di quelli che diventano inchieste giudiziarie, l’esercizio più diffuso è quello della disputa tra i paladini del politicamente corretto e i campioni delle peggiori posture machiste e assolutorie. Questo, si badi bene, non sulla scorta o a vantaggio delle risultanze delle indagini, che dovranno giustamente fare il loro corso, ma preventivamente, come puro pretesto.

 

Libertà individuale, un sacro totem

Ora poiché l’attuale parola d’ordine del mondo di benpensanti alla moda è “castriamo il maschio patriarcale”, ogni occasione che ci fornisce la cronaca è buona per ripetere il mantra. Viceversa, le frasi pronunciate a difesa del sesso (un tempo) forte sono per lo più ciniche e inaccettabili. Il tutto sarebbe catalogabile a puro avanspettacolo, utile carburante per talk show di seconda fascia, se la vittima predestinata di questo sterile alterco non fosse il bene dei nostri figli e quindi una qualche prospettiva sana per la società di domani.

Entrando più nel merito delle posizioni emergenti, si nota che, secondo il main stream ideologico corrente, il sacro totem è la libertà individuale, che si traduce, nell’ambito del sesso, perfino di quello fuori di sé, nel mito del consenso. Ogni cosa è lecita purché sia fatta con il consenso dell’interessato. Tutto il resto (la responsabilità reciproca, l’educazione degli istinti, la cura e la custodia condivisa di una sessualità potentissima ma fragile, occasione di incontro ma anche di profonda sofferenza e solitudine, la relazione tra sessualità e persona, il rispetto per la vita nascente, ecc.) non interessa, non fa notizia, non entra nel dibattito.

 

Se non glielo insegniamo noi adulti

Ciò che sfugge è un pacato, intelligente, profondo confronto sulla relazione anche sessuale tra l’uomo e la donna, su un percorso di iniziazione appropriato ai sentimenti, agli affetti, alla costruzione di un progetto di vita e anche al sesso per i nostri ragazzi e le nostre ragazze. Non si tratta di far finta che non ci siano responsabilità individuali in nome di una complementare distribuzione di colpe tra maschi e femmine, ma di capire come ragazzi e ragazze, saggiamente guidati da un mondo adulto consapevole, possano aiutarsi a crescere, anche nella ricerca di un senso autentico della sessualità.

Nella scuola, da diversi anni ormai, si dice che l’alunno che non ce la fa rappresenta una sconfitta più per i suoi insegnanti che per lui. Questa idea, a volte un po’ enfatizzata quasi come fosse un alibi, ha un fondo di verità ormai accettato: per crescere sani, per sviluppare le nostre potenzialità, abbiamo bisogno di tanta cura, di tanto investimento educativo e, in questo caso, didattico. Come possiamo pensare che i nostri adolescenti diventino capaci di vivere bene anche la dimensione sessuale della vita se non gliela insegniamo noi adulti, con i valori, i testimoni, i tempi, i modi, i consensi e i divieti di cui qualsiasi dimensione educativa si nutre?

Stefano Camasta

Insegnante

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