Uno per ogni giorno dell’anno: tanti sono i membri definitivi della XVI Assemblea generale ordinaria del Sinodo dei vescovi che prenderà il via nel giro di una settimana. Quindi 365 votanti, di cui 54 donne (14,8%, il dato definitivo). Per un totale di 449 partecipanti, compresi esperti e facilitatori e delegati fraterni che non votano, ed escluso il personale dello staff della segreteria, formato da 15 persone (qui l’elenco definitivo dei partecipanti).
A parte avvicendamenti per questioni di salute o cambio d’incarico, c’è da notare, rispetto all’elenco precedente, l’inserimento di due vescovi cinesi, il recupero di mons. Vincenzo Paglia (gli uni e l’altro di nomina pontificia) e l’assenza – chiesta e concessa dal papa – del prefetto emerito del Dicastero per la dottrina della fede, card. Luis F. Ladaria Ferrer.
Già, il voto
Essendo l’Assemblea sinodale un organismo consultivo e non deliberativo (non è ancora pronto il Regolamento, ma è improbabile una modifica su questo punto), essa dovrà dare i vota, gli auspici, i pareri dei sinodali sui temi che momenti assembleari e lavori dei circoli minori (35 in totale, di cui 14 in inglese, 8 in italiano, 7 in spagnolo, 5 in francese, 1 in portoghese e… 0 in tedesco) scremeranno e porteranno fino a prendere forma al termine dell’assise, previsto per il 29 ottobre (qui il programma), nel documento finale.
Secondo la normativa vigente sinora, se il documento viene approvato in forma specifica dal papa, esso viene a far parte del suo magistero. Ma ancora molta acqua sotto i ponti deve passare per arrivare sin lì.
Confidenzialità
Tutti danno per scontata una forte contrapposizione in aula e anche per questo, già adombrata da Francesco nell’intervista in aereo al ritorno dalla Mongolia, si torna a parlare di «confidenzialità» di tutto il dibattito, sia in assemblea sia nei circoli: in altre parole, a parte le sintesi fornite ai giornalisti dal prefetto del Dicastero per la comunicazione Paolo Ruffini e qualche momento di diretta video che al momento non è stato specificato, la discussione rimane a porte chiuse.
Criterio mai abolito, ma che negli ultimi sinodi si era ammorbidito sia con la distribuzione di documenti sulla discussione in aula sia con briefing con i giornalisti cui partecipavano singoli sinodali sia – siamo al primo Sinodo sulla famiglia, anno 2014 – con la libertà concessa ai partecipanti di dare interviste mentre la discussione era in corso.
Oggi si fa un passo indietro e si riparla di riserbo, cui dovranno attenersi sia i giornalisti sia i sinodali, ha precisato Ruffini, anche perché il processo d’ascolto nella preghiera (cf. anche qui), discernimento e consultazione è un divenire unico di cui nessuno può conoscere l’esito a priori. Mentre, d’altra parte, come la pensano i singoli sinodali è un dato già noto e non dovrebbe fare più notizia.
Non siamo un parlamento
Il punto è noto: non siamo di fronte a una mera assemblea la cui discussione viene messa ai voti e il cui svolgimento avviene sotto lo scrutinio dei media, ma alla (difficile) formazione di un consenso da parte di una forma di convenire che, sì, utilizza anche attrezzi di tipo parlamentare, definiti dal card. C. Schönborn «una cosa buona», ma che punta anzitutto a che ci si avvicini il più possibile all’«unanimità».
In un’intervista fortemente rilanciata dai media vaticani il cardinale arcivescovo di Vienna pone la differenza in questi termini: se fossimo un’assemblea parlamentare, la ricerca dell’unanimità a tutti i costi creerebbe il clima che si dà «nelle dittature o nel comunismo».
Nel Sinodo invece si vive la «tensione all’unità. È ascolto della voce dello Spirito Santo che va avanti nella ricerca della verità, nella ricerca del bene fino ad arrivare a una quasi unanimità. È ciò che hanno fatto i concili e anche i sinodi che ho conosciuto: la regola del Sinodo è che vi siano votazioni, ma queste devono ottenere due terzi dei voti. Non dimentichiamo inoltre che il Sinodo è consultivo, non è un organo di legislazione. Serve per l’ascolto, l’ascolto comune della voce dello Spirito Santo».
Da consultivo a deliberativo?
Tuttavia sul fatto che un Sinodo «consultivo» costituisca o meno un punto di forza è interessante rilevare l’intervento – tenuto nella stessa giornata dell’intervista a Schönborn – del card. Francesco Coccopalmerio, canonista e presidente emerito del già Pontificio consiglio (oggi Dicastero) per i testi legislativi, in un’occasione ufficiale presso la LUMSA, la giornata di formazione «Il Sinodo interroga la comunicazione. La comunicazione interroga il Sinodo», il 19 settembre.
Coccopalmerio, riprendendo un suo testo pubblicato lo scorso anno con la Libreria editrice vaticana dal significativo titolo Sinodalità ecclesiale “a responsabilità limitata”. O dal consultivo al deliberativo? ha ripreso la tesi che il Sinodo possa diventare strumento deliberativo e che al suo interno abbiano piena cittadinanza anche i laici.
Ma qui forse rischiamo di anticipare le conclusioni (possibili) del tema che si sta per dibattere a Roma a partire dal 4 ottobre…
Maria Elisabetta Gandolfi
Caporedattrice attualità per “il regno”

Speriamo che si discuta seriamente sul Vangelo, sulla Bibbia e sui Comandamenti senza divagare!