Quello de «La terza questione. La Chiesa, i cattolici e l’Italia» è «il tema giusto» su cui riflettere in questo momento della vita del paese e della Chiesa. Camaldoli è «il posto giusto» per farlo, a motivo della tradizione culturale di cui il monastero è portatore. E Il Regno è «la rivista giusta» per accogliere, stimolare e proseguire un percorso come questo.
Con queste elogiative parole il vescovo di Arezzo, mons. Andrea Migliavacca (qui la videointervista), ha dato questo pomeriggio il benvenuto ai partecipanti e agli organizzatori dell’incontro di cultura politica che da oggi 5 ottobre e fino a domenica 8 li terrà impegnati sulla base di un articolato programma.
Prima di lui il priore generale dei camaldolesi Alessandro Barban e il direttore de Il Regno Gianfranco Brunelli avevano brevemente accolto i convenuti, ribadendo entrambi le motivazioni e la convinzione posta nell’organizzare l’incontro.
Stefani: agire nella storia
Ad aprirlo in senso vero e proprio è toccato invece a Piero Stefani, teologo ed esegeta, autore sulla nostra rivista della rubrica «Parole delle religioni» e di innumerevoli articoli. La sua meditazione biblica su «Agire nella storia: “In attesa della tua venuta”» si è svolta come un cammino ispirato dalla festa di san Francesco, che la Chiesa ha celebrato proprio ieri, e percorso ai piedi di Assisi, dalla chiesa di Santa Maria Maddalena, al santuario del Sacro Tugurio di Rivotorto, fino all’Assisi War Cemetery. «Lungo un percorso pianeggiante, di più o meni mille metri, con racchiusi luoghi simbolici di quanto contraddistingue, in maniera tutt’altro che marginale, l’azione umana nella storia. Ci si confronta con la malattia, l’emarginazione, la fraternità, la povertà e la guerra», ha spiegato Stefani anticipando il senso delle soste che stava per proporre.
Dalla malattia la conversione
Stare con i lebbrosi, fare misericordia con loro (ciò cui rimanda Santa Maria Maddalena), secondo le espressioni che Francesco utilizza nel Testamento, lo conduce «a uscire dal secolo»: fu «una scelta memore del suo essere stato peccatore» e fu «il presupposto della conversione». Non è improprio, ha affermato Stefani, pensare alla «grandiosa scena di giudizio» del Vangelo di Matteo, nella quale il Figlio dell’uomo «asserisce di essere stato malato e di venire o non venire visitato». Una scena «dominata dalla corporeità» quanto la permanenza di Francesco tra i lebbrosi, dalla quale «derivò una dolcezza che fu sia di animo sia di corpo». Infatti il Signore afferma di celarsi non in colui che fece il bene ma in chi lo ricevette o nella persona a cui fu negato».
Dalla fratellanza l’autorità
Uscire dal secolo «significò per Francesco scoprire la povertà e la fraternità»: il Tugurio «diviene il luogo iniziale di una comunità che, pur cercando ancora la sua via», sa già in che cosa si trova il duplice sigillo del proprio convivere. Ma la fratellanza spirituale, diversamente da quella genetica, è un dono o un acquisizione: «non si nasce fratelli, lo si diventa»; e perché i fratelli donati continuino a essere tali «occorre che vivano in spirito di fratellanza». La riflessione sulla fratellanza non va disgiunta da quella sull’autorità, in quanto «chi si trova nelle condizioni di dover esercitare un’autorità che lo differenzia dagli altri» è chiamato a farlo con «uno stile umile»: rinunciando ad affermare sé stesso al fine di vivere in una forma evangelica che crea fratellanza.
Dalla morte la speranza
Dal luogo pianeggiante dove è sito il War Cemetery, dove sono sepolti quasi mille soldati perlopiù britannici periti nel 1944 sulla cosiddetta «linea del Trasimeno», si abbraccia tutta Assisi, ha proseguito Stefani, «una città che ha conosciuto la guerra ma che ora si presenta pure come luogo da cui si innalza una corale preghiera per la pace». Ma «le file delle lapidi ammoniscono che la storia umana, lungi dall’essere contraddistinta solo dalla pace, conosce l’esistenza di guerre che vanno intraprese», e se «va dichiarato che la guerra è sempre ingiusta», ciò non equivale ad affermare «né che non esistono guerre che devono essere combattute, né che uno schieramento valga l’altro». Dunque «che dire di fronte a queste vite private del resto dei loro giorni? (…) Loro sono nel cuore di Dio? Sì, lo crediamo». Ma, lo attesta la formula del Credo nicenocostantinopolitano, «non si può credervi senza attendere». Il detto «in attesa della sua venuta» va accolto «come una speranza invocante. “Marana thà” “Vieni Signore Gesù», ha concluso Stefani, «è l’invocazione ultima della rivelazione aperta che contraddistingue la fede in Gesù Cristo».
Guido Mocellin
Giornalista
