La seconda giornata dell’incontro camaldolese della rivista Il Regno «La “terza questione cattolica”. La Chiesa, i cattolici e l’Italia» è dedicata alla prospettiva storica, ripercorrendo le prime due «questioni cattoliche». Apre i lavori lo storico Daniele Menozzi – con una relazione dal titolo “La Chiesa, i cattolici e l’Italia. Tra neo-guelfismo e intrasigentiasmo” – che si concentra sulla prima, in particolare sul difficile percorso di integrazione dei cattolici nel Regno d’Italia nato in contraddizione con i valori e gli interessi della Chiesa, che si chiude con la partecipazione dei cattolici italiani al primo conflitto mondiale con cui giungeva a compimento il processo di unificazione nazionale. I Patti lateranensi del 1929 ne formalizzano la conclusione. Il loro inserimento nella Costituzione sancisce la continuità di questa soluzione anche in età repubblicana.
Se la prima questione cattolica è da tempo risolta, nodi emersi in quelle lontane vicende non sono stati compiutamente sciolti.
La nazione italiana diventa Stato unitario
La prima questione cattolica si pone in relazione a due aspetti della modernità politica scaturita dalla Rivoluzione francese: l’identificazione della nazione con lo Stato e l’attribuzione all’individuo di una sfera di intangibili diritti di libertà.
Nell’età della Restaurazione si diffonde sempre più nelle élites intellettuali e politiche della penisola l’immagine di un’Italia, come scrive Manzoni nel 1821, «una d’arme, di lingua e d’altare, di memorie, di sangue e di cor». Ne derivano le seguenti conseguenze politiche: da un lato si afferma che la nazione italiana, politicamente divisa, deve assumere il volto di un unitario Stato indipendente; dall’altro si rivendica che questo Stato nazionale deve garantire ai cittadini le fondamentali libertà civili e politiche.
Il neoguelfismo
Davanti a questo disegno la cultura cattolica italiana appare divisa, ma una sua corrente ne condivide la sostanza. All’inizio degli anni ’40 dell’Ottocento gli avversari di questa corrente cominciano a definirla con il termine neoguelfismo, stigmatizzandone il carattere teocratico. La definizione viene tranquillamente accettata da coloro che da quel momento saranno chiamati neoguelfi. Questi prevedono una soluzione all’unificazione italiana posta sotto l’egida del papa.
Nella loro visione il pontefice non solo potrà continuare nel governo del territorio pontificio, ma diventerà anche l’arbitro delle fondamentali questioni politiche, sia interne che internazionali, dello Stato italiano
Pio IX
A partire dall’elezione di Pio IX nel giugno 1846, il mito del papa nazionale e liberale, ambiguamente alimentato dallo stesso Mastai Ferretti, diventa il tratto egemone nell’opinione pubblica italiana. Nel biennio iniziale del suo governo il progetto neoguelfo sembra diventare concretamente realizzabile. Lo fa rapidamente tramontare la prima guerra d’indipendenza: il nunzio a Vienna rende noto che l’eventuale sostegno papale alla causa italiana avrebbe provocato lo scisma della chiesa austriaca. Il 29 aprile 1848 Pio IX impone alle truppe inviate al confine del Po di evitare ogni fiancheggiamento all’iniziativa militare sabauda: il papa abbandona l’appoggio all’unificazione italiana.
Dalla successiva proclamazione della Repubblica romana, con la conseguente fuga del pontefice nel regno di Napoli, la Santa Sede trae la convinzione che esiste un nesso indissolubile tra la libertà di esercizio del ministero petrino e il godimento di una sovranità territoriale. Si radica così nella politica vaticana la convinzione dell’assoluta necessità di mantenere il potere temporale. Il papato si pone in contraddizione frontale alla costruzione di uno Stato nazionale.
La necessità del potere temporale
In seguito a queste vicende, Pio IX interviene per precisare che, ponendo la nazionalità come supremo principio regolatore delle comunità politiche, i sedicenti patrioti cancellano «ogni idea di onestà e di giustizia», poiché sottraggono alla Chiesa un compito che solo ad essa spetta: definire le norme della morale individuale e sociale.
Il discorso del papa, oltre a denunciare la pretesa di erigere la nazione italiana in Stato, censura anche le libertà moderne. La condanna di tali libertà trova espressione esemplare nell’allocuzione Iamdudum cerninums pronunciata da Pio IX il giorno successivo alla proclamazione del Regno d’Italia (18.03.1861). Il pontefice vi sostiene l’assoluta e incolmabile antitesi tra il cattolicesimo e quei principi della civiltà moderna – in particolare la libertà di coscienza, di culto, di stampa, di opinione, di associazione, ecc. – che sono passati dall’ordinamento piemontese a tutta la penisola. Tali libertà mirano infatti a dissolvere in Italia quella società cristianamente ordinata che garantisce alla Chiesa il raggiungimento dei suoi fini spirituali.
Il Sillabo e l’intransigentismo cattolico
All’indomani dell’unità, nella comunità ecclesiale uomini e gruppi ancora auspicano la conciliazione tra la Chiesa e il liberale Regno d’Italia e si candidano a difendere nel Parlamento italiano la causa cattolica all’interno delle nuove istituzioni politiche.
Ma la fermezza della presa di posizione di Pio IX fa sì che tali contenuti siano portati al livello della formale ortodossia dottrinale e inseriti all’interno del Sillabo degli errori moderni, emanato nel dicembre 1864. Ne costituiscono la 64a e la 80a proposizione, in cui si censurano rispettivamente la pretesa di erigere la nazione in Stato e la rivendicazione di un ordinamento basato sulle moderne libertà politiche e civili. ll Sillabo è preceduto dall’enciclica Quanta cura che ne spiega le ragioni. Nel condannare i principi su cui si era basata l’ideologia neoguelfa, il pontefice ha posto a fondamento del suo insegnamento un’altra l’ideologia: l’intransigentismo cattolico.
I cattolici intransigenti
Nella storiografia del movimento cattolico si è soliti qualificare con il nome di “cattolici intransigenti” coloro che si oppongono all’unificazione italiana. In realtà i cattolici intransigenti fanno qualcosa di più ampio e incisivo: applicano un generale schema di lettura della storia moderna, secondo il quale lo svolgimento storico degli ultimi tre secoli è determinato dalla cesura provocata dalla Riforma protestante. Lutero ha infatti sottratto all’autorità ecclesiastica l’interpretazione della Scrittura per affidarla agli individui. Questo iniziale atto di emancipazione del singolo dalla Chiesa ha innescato la lunga catena degli errori moderni: con i “lumi” si è esteso all’interpretazione della natura e della storia, con la Rivoluzione francese è entrato nel campo politico, con il liberalismo ha investito l’intero assetto della vita collettiva. Nella visione intransigente la nazione e la libertà moderne sono il prodotto di quella modernità che ha causato la fine dell’esemplare cristianità medievale, in quanto ha posto a fondamento di ogni istituto del consorzio civile il principio di autodeterminazione del soggetto.
Gli sviluppi del processo risorgimentale esasperano lo scontro epocale tra Chiesa e mondo moderno, spingendolo ai limiti di una contrapposizione tra il bene e il male di sapore apocalittico. Nel 1870 il governo italiano conquista Roma, che diventa la capitale del Regno. Il papa si rinchiude all’interno delle mura leonine, proclamandosi “prigioniero in Vaticano” e scomunicando autori e mandanti di un atto considerato sacrilego. In tale situazione il rapporto dei cattolici italiani con lo Stato nazionale diventa assai difficile.
Lo Stato nazionale si consolida
Contrariamente alle speranze vaticane, il nuovo Stato nazionale si consolida. Diventa così inevitabile affrontare il problema della presenza al suo interno dei cattolici italiani. È lo stesso Pio IX, negli anni ormai finali del suo lungo pontificato, a fissarne le prime linee. Nel luglio 1872 Mastai Ferretti chiarisce ai parroci romani che è opportuno ai fedeli partecipare alle elezioni amministrative, poiché alle autorità locali spetta stabilire l’insegnamento da impartire nelle scuole, mentre in occasione delle elezioni politiche dell’ottobre 1874 il pontefice afferma che non è lecito ai cattolici diventare deputati alla Camera. Contemporaneamente Pio IX incoraggia lo sviluppo di quell’associazionismo laicale che, a partire dalla fondazione a Bologna della Società della gioventù cattolica italiana, intende sostenere la causa temporalista del papato. L’associazionismo ha l’indiretto obiettivo politico di esibire sulla scena pubblica la consistenza numerica dell’attivismo dei cattolici italiani, manifestando la necessità di riservare alla Santa Sede una posizione diversa da quella a essa attribuita dalla legge delle guarentigie.
Leone XIII
Il mutamento di pontificato pone le condizioni per un più efficace inserimento dei cattolici nella società italiana. Leone XIII non abbandona la lettura intransigente della storia, ma sollecita i cattolici a raggiungere questo obiettivo utilizzando tutti i mezzi che la modernità mette a loro disposizione. Si tratta cioè di accettarli in via temporanea, allo scopo di raggiungere quell’ideale società cristiana in cui l’autorità ecclesiastica detta le regole della convivenza civile.
Leone XIII introduce una modernizzazione dell’atteggiamento cattolico. Nell’enciclica Sapientiae christianae del gennaio 1890 proclama che la patria costituisce una società naturale. Essa si inserisce nel disegno divino sull’umanità, tanto che «un buon cittadino non può dubitare di dover dare anche la vita per la patria».
Questa la tesi di fondo: il cattolicesimo fornisce un decisivo contributo a sostenere il cammino della nazione nella storia, in quanto alimenta con i motivi più elevati e solidi, quelli spirituali, l’amore per la patria. Ma, perché ciò possa avvenire, Pecci, come il predecessore, afferma che lo Stato nazionale deve riconoscere la prevalenza dei fini ultraterreni su quelli mondani perseguiti dall’autorità civile. Il Regno d’Italia, che rifiuta di riconoscere al pontefice una sovranità territoriale, necessaria alla sua libertà e indipendenza, non può quindi ottenere il consenso della Chiesa.
Leone XIII ribadisce dunque il non expedit, ma accompagna il divieto di partecipare alle elezioni politiche con una sollecitazione ai cattolici italiani ad un attivo intervento nella vita sociale, in modo che il paese legale non possa più ignorare le rivendicazioni della Chiesa. Procede poi a un’ulteriore e profonda modernizzazione della cultura politica cattolica: davanti ai giganteschi problemi posti dalla rivoluzione industriale, propone la prima formulazione di quella che diventerà la dottrina sociale della Chiesa.
La Rerum novarum
Con l’enciclica Rerum novarum del maggio 1891 Pecci delinea infatti sul tema una “terza via” cattolica in contrapposizione all’ideologia socialista e a quella liberale. Contro le tesi dei socialisti, il papa rivendica l’intangibilità della proprietà privata, alla cui distorta distribuzione può porre rimedio solo l’esercizio della carità cristiana, anziché la socializzazione dei beni e coercitive norme di redistribuzione della ricchezza. A differenza delle posizioni dei liberali, arroccati nella difesa dell’assoluta libertà del mercato del lavoro, egli invoca un intervento dello Stato che regoli la materia. Da un lato occorre la promulgazione di una legislazione sociale a tutela dei gruppi più deboli (donne, bambini, vecchi, malati, invalidi); dall’altro lato è necessaria la fissazione di un minimo salariale che consenta al lavoratore di sopravvivere degnamente.
Per raggiungere questi obiettivi, il papa sollecita i cattolici a impegnarsi nella promozione di associazioni che abbiano a scopo la tutela degli interessi dei lavoratori. Permette ai cattolici la fondazione di veri e propri sindacati di categoria, pur fissando alcuni limiti: le associazioni sindacali devono avere carattere confessionale, un ecclesiastico deve costituirne la guida spirituale, non possono far ricorso allo sciopero, un atto sovvertitore del buon ordine sociale. Un passo decisivo verso intervento cattolico nelle relazioni industriali viene tuttavia compiuto.
L’Opera dei congressi
L’Opera dei congressi – strutturata in comitati parrocchiali coordinati da comitati diocesani che fanno capo a comitati regionali a loro volta guidati da un comitato centrale – recepisce la sollecitazione papale alla promozione dell’attività economico-sociale. Un’apposita sezione, costituita fin dal 1885, s’impegna nell’incoraggiare la fondazione di leghe operaie e contadine, uffici del lavoro, casse rurali, istituti di credito, cooperative, patronati. Accanto a questa operano poi altre sezioni. Due di esse riprendono la precedente attenzione alla politicizzazione del religioso in chiave intransigente e allo sviluppo delle iniziative assistenziali, altre tre riguardano i settori dell’educazione, della stampa, della cultura. Naturalmente queste attività si affiancano al costante impegno sul piano politico-amministrativo. Ne emerge un disegno di capillare penetrazione all’interno delle articolazioni portanti della vita collettiva del paese con l’intento di mobilitare i cattolici allo scopo riedificarle sulla base delle indicazioni pontificie.
Nel decennio finale dell’Ottocento si sono formati in Italia nuclei di una contro-società cattolica che, applicando ai diversi aspetti della loro vita le regole di un cattolicesimo riletto alla luce degli schemi intransigenti, ritengono di poter porre le basi per una riconquista cristiana della deviata società moderna.
Romolo Murri
Un’articolazione di questo ampio movimento sociale – i gruppi che alla metà degli anni ’90 cominciano a definirsi democratico-cristiani e trovano un punto di riferimento nella rivista «Cultura sociale» fondato da don Romolo Murri a Roma nel 1898 – assume un particolare rilievo. Il sacerdote marchigiano condivide la lettura intransigente della storia. Nella sua visione la Chiesa, e soltanto essa, depositaria esclusiva delle autentiche regole della civiltà, può fornire la soluzione ai problemi della società contemporanea. I democratici cristiani si oppongono quindi al liberale Regno d’Italia non solo perché, fondato su basi censitarie, impedisce la partecipazione popolare alle scelte politiche, ma anche perché, col suo separatismo, ha affermato la propria indipendenza dall’istituzione ecclesiastica. Ai loro occhi l’introduzione in Italia di un regime democratico costituisce il canale attraverso il quale la Chiesa, grazie al consenso popolare di cui gode, ottiene la propria rivincita sulla laicità dei pubblici ordinamenti.
In questa chiave Murri interpreta il non expedit come un’astensione cui attenersi per preparare un partito cattolico che, entrando nella vita politica, proceda alla trasformazione in chiave democratica dell’ordinamento italiano. Tuttavia questa concezione viene respinta da Leone XIII. Il suo intervento, che avrebbe dovuto chiudere la questione, non ha però l’effetto da lui auspicato.
L’autonomia della politica
Murri giustifica, infatti, le ragioni che lo spingono a disattendere l’invito pontificio con una motivazione di grande rilevo. A suo avviso all’autorità ecclesiastica tocca definire principii universali e perenni, validi in tutti i luoghi e in tutti i tempi; invece le loro concrete applicazioni sono oggetto di libera discussione. In particolare, ai cattolici impegnati sul terreno sociale e politico spetta una responsabilità diretta nel dare pratica traduzione alle indicazioni del magistero: nelle questioni politiche non vi è dunque una dipendenza immediata dei fedeli dalla gerarchia. In questa prospettiva l’impegno politico dei credenti si lega ormai alla rivendicazione di una sfera d’autonomia: sono i fedeli, in piena indipendenza e responsabilità, a valutare le modalità della concretizzazione politica dei principii.
Qui sta il nodo lasciato in eredità dalla prima questione cattolica. Il suo lungo svolgimento ha portato alla costruzione in Italia di un composito e articolato mondo cattolico. Distinto dalla vera e propria istituzione ecclesiastica in quanto, composto da laici e chierici, è immerso nel vivo dei problemi della società moderna per restituirla alla Chiesa da cui l’uomo moderno si è allontanato con la sua pretesa di autodeterminazione. Ma, collocandosi nel cuore pulsante della modernità, ha inciampato su un suo ineludibile portato: l’autonomia della politica. Il tema in effetti non mancherà di riproporsi nelle successive declinazioni della questione cattolica.
Gabriella Zucchi
Giornalista
