Considerando la dimensione globale del cattolicesimo, la storia della Chiesa cattolica nell’Italia unita ha avuto caratteri comuni a quelli delle Chiese di altri paesi europei. Anche la Chiesa italiana è coinvolta nei processi di trasformazione avviati dalla Rivoluzione francese nella sua fase di espansione in Europa con le conquiste rivoluzionarie e napoleoniche. Tuttavia, la storia della Chiesa in Italia ha avuto caratteri peculiari, essendo l’Italia divisa in molti Stati con assetti diversi in termini di politiche ecclesiastiche, sede del papato, avendo avuto la Restaurazione nel Paese caratteri più pesanti. Ne ha parlato la storica Lucia Ceci nel suo intervento alla seconda giornata dell’incontro camaldolese della rivista Il Regno «La “terza questione cattolica”. La Chiesa, i cattolici e l’Italia». 

 

La Chiesa contro lo Stato unitario

L’opposizione alla Chiesa al nuovo Stato unitario si è giocata su tre piani fondamentali: quello dei principi (contro un indirizzo di pensiero che affermava, in contrasto con il principio dell’autorità ecclesiastica sugli uomini e sulla chiesa, il principio della libertà dell’uomo in ogni campo); quello della legislazione ecclesiastica (lo Stato non riconosceva nessuna autorità a esso superiore – Discorso di Cavour alla Camera, 27 marzo 1861); quello della condanna delle conquiste territoriali (rifiuto dell’annullamento della sovranità territoriale che si riteneva base indispensabile per garantire la libertà del pontefice della Chiesa stessa).

Ne sono derivate alcune conseguenze all’interno del Paese, con il Non expedit, che ha generato gravi tensioni tra paese legale e paese reale, i processi di laicizzazione, come l’istituzione della festa del 20 settembre (giorno in cui i bersaglieri al comando del generale Raffaele Cadorna attraverso la breccia di Porta Pia entrarono a Roma), o ancora i fenomeni di anticlericalismo come l’assalto alla salma del cardinale Antonelli nel novembre 1876 e a quella di Pio IX nel 1881.

Fuori dall’Italia, il rifiuto del pontefice di riconoscere il Regno d’Italia e la sua capitale viene percepito come un problema nelle relazioni internazionali (nel 1867 ad esempio gli USA interrompono le relazioni diplomatiche con il Vaticano).

Resta comunque indubbio il ruolo della Chiesa e della tradizione cattolica nella costruzione dell’«anima» e della «cultura» italiane, nella formazione di una «identità» italiana.

 

Intransigentismo e conciliazione

Se nell’Italia liberale l’intransigentismo aveva portato un allontanamento della Chiesa dalla società, ci sono stati anche percorsi di conciliazione, definita «silenziosa» da Spadolini, «nell’indifferenza» da Jemolo, «ufficiosa» da Scottà. Una particolare conciliazione è stata vissuta in contesto coloniale, dove per i funzionari e per le autorità era importante poter contare nella collaborazione dei missionari, così come per i missionari era importante poter contare nella protezione dello Stato.

 

La sacralizzazione della Grande guerra

Sulla Grande guerra, nel cattolicesimo italiano e nel cattolicesimo europeo ci sono differenze di accenti. La guerra viene dapprima interpretata attraverso lo schema di matrice intransigente, come necessaria punizione per le società che si sono allontanate dai principi di cui è depositaria la Chiesa cattolica, ma poi si assiste a una partecipazione del clero, dei vescovi e della Santa Sede in aiuto delle famiglie dei soldati dispersi in guerra.

I cappellani militari, sul fronte o nelle immediate retrovie, offrono sostegno spirituale ai soldati. Un sostegno che progressivamente assume un significato di una sacralizzazione della partecipazione alla guerra, come se si trattasse di una crociata. Questa sacralizzazione non è tipica della sola Chiesa cattolica, ma avvenne anche da parte delle Chiese protestanti, delle sinagoghe, di intellettuali. Si tratta di dare un senso a una morte che rischia di essere insensata. In tema di riconquista cattolica dello spazio pubblico occorre notare come gli eserciti vengano consacrati al Sacro Cuore di Gesù, pratica di cui in Italia si fa promotore il francescano p. Agostino Gemelli.

Sono atti di consacrazione collettivi, sostenuti dalla diffusione di immagini sacre che i soldati tenevano con sé nelle tasche delle proprie divise con una valenza anche di protezione personale, quasi scaramantica.

 

I cattolici non più nemici dello Stato

Da quel momento in poi nessuno più può definire i cattolici nemici dello Stato italiano, dato il grande multiforme contributo offerto, che testimonia la loro lealtà. Anche nel culto dei caduti, la partecipazione di vescovi e sacerdoti esce dalla contrapposizione e indirizza in senso nazionale la dimensione del dolore e della perdita.

Questo clima rende difficile comprendere l’emergere del primo fascismo squadrista: non si comprende perché, come erano stati contrastati in maniera violenta i nemici in guerra, non sia poi legittimo contrastare allo stesso modo i nemici comunisti o socialisti.

 

Mussolini: da anticlericale a filo-cattolico

Il Mussolini socialista è fortemente anticlericale. Nel primo dopoguerra, egli non comprende gli effetti che la Grande guerra ha nel mondo cattolico italiano, non intuisce il passaggio epocale che stai coinvolgendo il cattolicesimo italiano. Dopo l’esito delle elezioni del 1919 si assiste a una sua svolta filo-cattolica, per pure finalità politiche, avendo egli compreso che il polso della folla andava verso destra. «Io sono, oggi, completamente al di fuori di ogni religione, ma i problemi politici sono problemi politici. Nessuno in Italia, se non vuole scatenare la guerra religiosa, può attentare a questa sovranità spirituale» (Mussolini, II Congresso fasci di combattimento, 24-25 maggio 1920).

Questa linea si conferma dopo l’esito delle elezioni politiche del 1921: Mussolini definisce il suo precedente anticlericalismo «anacronistico», si impegna a risolvere la Questione romana e individua un’idea universale in Roma e nel Vaticano.

 

Pio XI 

Con il pontificato di Pio XI, in Vaticano matura la convinzione che Mussolini sia l’uomo forte, in grado di chiudere la Questione romana. Vengono siglati un numero altissimo di Concordati che diventano un metodo di accordo utilizzato dalla Santa Sede in molte realtà, un modus vivendi.

Mussolini intende porsi come interlocutore della Santa Sede. Quest’ultima si avvicina a lui mossa non solo da pragmatismo, ma da consonanze essenziali (culto dell’autorità e rispetto della gerarchia) e nemici comuni (socialismo, liberalismo).

Così al Partito popolare di don Luigi Sturzo viene chiesto di farsi da parte. Il 5 luglio 1923 il cardinale Pietro Gasparri affidava a Tacchi Venturi un messaggio per Sturzo: «Ora, tutto ben ponderato d’innanzi a Dio, il Santo Padre ritiene che nelle attuali circostanze in Italia, un sacerdote non può, senza grave danno per la Chiesa, restare alla direzione di un partito, anzi dell’opposizione di tutti i partiti avversi al Governo, auspice la massoneria come ormai è risaputo. Quindi Sua Santità desidera far sapere a don Sturzo che egli farà cosa al Santo Padre gradita, e per se stessa lodevole, in considerazione degli interessi superiori della Chiesa, ritirandosi senza ulteriore dilazione da Segretario politico del Partito Popolare». C’era anche un’autentica preoccupazione per l’incolumità di don Sturzo, che il 25 ottobre 1924 parte per Londra convinto che si tratti di un allontanamento breve, mentre durerà 22 anni.

Le pagine della Civiltà cattolica accompagnavano il percorso verso il Concordato dando lettura di attacchi alla Chiesa cattolica come «bricconate» e rubricando il delitto Matteotti come violenza comune.

 

I Patti lateranensi

La firma dei Patti lateranensi avviene l’11 febbraio 1929. All’indomani la stampa di regime li propone come vittoria politica e spirituale del regime. In realtà si tratta di una «tregua armata». Dal canto suo, Mussolini è chiamato a dimostrare che l’Italia non ha perso potere e territorio.

Si apre così una fase di conciliazione e di competizione, in cui coesistono lo sforzo di dimostrare che il fascismo è cattolico e insieme che si percorrono vie per cattolicizzare il fascismo. 

La guerra in Etiopia, che produrrà 500 mila morti e viene proposta come una crociata, incontra una piena adesione dei cattolici, ma Pio XI si mostra da subito contrario. Mussolini fa sapere al papa che, se si esprimerà in tal senso, verrà messo in crisi il Concordato. Il papa sosterrà quindi la legittimità di questo conflitto, ma uno dei suoi più stretti collaboratori, il card. Domenico Tardini, commenterà che il Concordato ha imprigionato la Santa Sede e il papa non è più libero di esprimere liberamente i suoi giudizi sulla politica italiana.

 

La Seconda Guerra mondiale

Nel corso della Seconda Guerra mondiale, il Concordato è messo a dura prova. La Repubblica sociale non verrà riconosciuta dalla Santa Sede. Togliatti riteneva che, dopo la caduta del fascismo, il Concordato sarebbe stato pagato dalla Chiesa cattolica in termini di ribellione, scisma ed eresia, ma questo non accadde.

In realtà, l’opera che sacerdoti e vescovi, e lo stesso Pio XII, svolsero a favore della popolazione italiana durante l’occupazione tedesca e della protezione data a molti dei dirigenti dei partiti antifascisti, la Chiesa non solo uscì dal ventennio con un prestigio non compromesso dalla precedente intesa con il regime, ma si presentò come l’unico soggetto in grado di riprendere direttamente in mano le redini della società italiana. 

Gabriella Zucchi

Giornalista

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Share via
Copy link
Powered by Social Snap