«Per garantire la libertà di espressione di ognuno e di tutti riguardo al proprio pensiero e per garantire la serenità del discernimento comune (…) ognuno dei partecipanti è tenuto alla riservatezza e alla confidenzialità sia per quanto riguarda i propri interventi, sia per quanto riguarda gli interventi degli altri partecipanti. Tale dovere resta in vigore anche una volta terminata l’Assemblea sinodale». È il primo paragrafo dell’art. 24 del Regolamento della XVI Assemblea generale ordinaria del Sinodo dei vescovi, dedicato alle «Regole per la comunicazione» e uscito il giorno dell’apertura ufficiale, il 4 ottobre.

Perché partire da qui per parlare del Sinodo? Perché effettivamente la comunicazione è il meta-tema che aleggia nell’aula Paolo VI dove i 365 partecipanti si sono insediati attorno ai 35 tavoli sinodali.

L’idea di non ritornare alle modalità comunicative dei Sinodi precedenti era già stata preannunciata dal papa nel viaggio di ritorno dalla Mongolia perché – ha detto – occorre «custodire il clima sinodale» e la «libertà delle persone che parlano».

 

Le frange più radicali

D’altra parte i temi dell’Instrumentum laboris sono tanti, spesso molto legati all’attualità mainstream e quindi anche divisivi. Tutti molto discussi, soprattutto dalle frange più radicali. Da un lato da chi con libri, con lettere e con conferenze romane dell’ultima ora (ne dà conto ad esempio La Croix) ha ribadito il proprio palese timore che venga meno l’impianto dottrinale della Chiesa cattolica.

Dall’altro da chi, pure con manifestazioni pubbliche nei pressi di San Pietro, ha sottolineato quanto a suo avviso il Sinodo non abbia sinora fatto abbastanza per aprirsi al nuovo anche nella vita della Chiesa, come nel caso delle donne che chiedono l’ordinazione sacerdotale, o quanto non abbia messo al centro della riflessione il tema delle violenze e degli abusi, dicono le vittime e i loro famigliari

 

Sovraffollamento di eventi e notizie

Nel sovraffollamento di eventi e notizie di questi giorni – ha ripreso in questi giorni, ad esempio, la celebrazione del maxiprocesso Vaticano legato all’acquisto dell’immobile londinese di Sloane Avenue –, ha poi un posto di primo piano la pubblicazione delle risposte di papa Francesco a 5 dubia del gruppo di prelati che per comodità chiameremo «tradizionalista».

I temi vanno a toccare proprio il cuore degli elementi più divisivi su cui si dovrà esprimere l’Assemblea, che a questo punto non potrà non tenerne conto: si parla infatti del rapporto tra interpretazione della Rivelazione e tempi che cambiano, di benedizione a unioni tra persone dello stesso sesso, di dimensione sinodale costitutiva della Chiesa, di sacerdozio alle donne e infine del rapporto tra perdono e pentimento.

A questo testo si è poi aggiunta un’ulteriore risposta data all’arcivescovo emerito di Praga, card. Dominik Duka, che chiedeva chi è il titolare della decisione di concedere l’eucaristia ai divorziati risposati.

 

I media all’erta

Per questo non meraviglia che l’attenzione dei media sia alta e che da Le Monde, al New York Times, passando dal Die Tagespost, i giornalisti siano confluiti a Roma per parlare del Sinodo.

Ma essi dovranno fare i conti con il «digiuno della parola pubblica», come ha detto il papa in apertura dell’assise, andando in controtendenza rispetto a quanto gli operatori della comunicazione sono stati sin qui abituati. Cosa ribadita in lungo e in largo anche dal prefetto del Dicastero della comunicazione Paolo Ruffini nella conferenza stampa con i giornalisti del 5 ottobre.

 

Il timore del papa

Qual è il timore del papa? Lo cogliamo dalle sue parole: «Dobbiamo dare proprio una comunicazione che sia il riflesso di questa vita nello Spirito Santo. Ci vuole un’ascesi – scusatemi se parlo così ai giornalisti – un certo digiuno della parola pubblica per custodire questo. E quello che si pubblica, che sia in questo clima. Qualcuno dirà – lo stanno dicendo – che i vescovi hanno paura e per questo non vogliono che i giornalisti dicano. No, il lavoro dei giornalisti è molto importante. Ma dobbiamo aiutarli affinché dicano questo, questo andare nello Spirito. E più che la priorità di parlare, c’è la priorità dell’ascolto. E ai giornalisti chiedo per favore di fare capire questo alla gente, che sappia che la priorità è dell’ascolto. Quando c’è stato il Sinodo sulla famiglia, c’era l’opinione pubblica, fatta dalla nostra mondanità, che fosse per dare la comunione ai divorziati: e così siamo entrati nel Sinodo. Quando c’è stato il Sinodo per l’Amazzonia, c’era l’opinione pubblica, la pressione, che fosse per fare i viri probati: siamo entrati con questa pressione».

Si potrebbe discutere su questa accezione di opinione pubblica, ma oggi il Sinodo parte da qui.

Maria Elisabetta Gandolfi

Maria Elisabetta Gandolfi

Caporedattrice Attualità per “Il Regno”

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