Partiti e istituzioni in Italia: tra decadenza e mancate riforme

È il «pessimismo» il sentimento che caratterizza le democrazie occidentali in questo nostro tempo, ed è l’espressione di ciò che il prof. Angelo Panebianco, avviando il suo intervento, ha definito come «decadenza» dei sistemi politici. Il politologo ha preso la parola a Camaldoli su «Il crollo dei partiti e la questione istituzionale», concludendo la quarta sessione (7 ottobre) del percorso di studio che Il Regno e la comunità monastica stanno proponendo in questi giorni.

 

«Indifferenti» alla democrazia

Alcuni tratti, a suo dire, di tale decadenza sono comuni ai maggiori paesi europei. Il declino demografico, che ha le sue radici nell’avanzare del processo di secolarizzazione, porta con sé il declino economico, che indebolisce in particolare le classi medie. La giovani generazioni appaiono «indifferenti» alla democrazia, e questo è un fenomeno che dal dopoguerra in avanti non si era mai riscontrato. Le arene elettorali, dopo un trentennio di stabilità (1945-1975) assicurato anche dalla trasmissione della «lealtà elettorale» di padre in figlio, si sono «scongelate» e i sistemi dei partiti hanno perso forza, trasformandosi, sul modello statunitense, in macchine elettorali a servizio dei leader di turno. Infine vi sono anche fattori esterni, tra i quali  l’emergere di potenze economiche extra-occidentali, che rafforzano il senso di decadenza dell’Occidente.

 

L’impatto delle nuove tecnologie

Panebianco si è poi soffermato in specifico sull’impatto della rivoluzione digitale e sulle sue conseguenze nella vicenda politica. Posto che alcuni cambiamenti erano già in atto, ha rappresentato un «potentissimo acceleratore». Infatti applicando le tecnologie che presidiano la Rete alle esigenze del mercato si riescono a manipolare le scelte di consumo, comprese quelle politiche. Inoltre sui social media prevale il messaggio estremista, mentre si indeboliscono le gerarchie sociali: «uno vale uno» e le competenze, anche quelle necessarie a governare la cosa pubblica, perdono di legittimità. Tutto questo rappresenta un altro fattore di indebolimento della competizione politica.

 

Il caso italiano

Queste tendenze, ha detto Panebianco nell’ultima parte del suo intervento, ritornano anche osservando il caso italiano, che tuttavia ha le sue specificità. La politica in Italia nel dopoguerra era stata caratterizzata dalla frattura tra comunisti e anticomunisti, che si sommava ad altre dicotomie preesistenti (Nord/Sud, Stato/Chiesa…), condizionandole e anche oscurandole. Eravamo un paese di frontiera, con un Partito comunista radicato e persino egemone a livello intellettuale, dove tuttavia la stabilità era garantita dalla «conventio» che lo escludeva comunque dalla partecipazione al governo centrale. Per questo in Italia la perdita di forza dei partiti, dopo l’Ottantanove, è stata traumatica, e a riempire quel vuoto è emerso un nuovo attore, la magistratura. Si cercano infatti soluzioni compensative del drammatico indebolimento dei partiti, che fa emergere la maggiore debolezza delle nostre istituzioni politiche a fronte di quelle degli altri grandi paesi europei (dal cancellierato tedesco al sempresidenzialismo francese). Ma il ciclo delle possibili riforme del nostro sistema istituzionale – ha concluso Panebianco – si  è chiuso con il referendum costituzionale del 2016.

Mocellin

Guido Mocellin

Giornalista

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