Lo storico Guido Formigoni, partecipando all’incontro camaldolese della rivista Il Regno «La “terza questione cattolica”. La Chiesa, i cattolici e l’Italia», ha affrontato il tema de «Il cattolicesimo politico. La questione laicale e l’Italia dopo il concilio Vaticano II». 

 

Una transizione politica ed ecclesiale

La questione laicale e l’Italia, negli ultimi 60 anni, deve essere affrontata prendendo in esame quattro stagioni. La prima è quella dell’impatto col concilio Vaticano II (anni ’60-’70): un fatto straordinario che richiede un lungo processo di recezione, per cui ancora ci troviamo all’interno di questo orizzonte. Tuttavia, ogni Concilio ha un impatto immediato, che è quello a cui fare riferimento per partire, ovvero in questo caso il disegno montiniano di una ordinata recezione delle novità conciliari, che dovevano passare dalla Conferenza episcopale e dall’Azione cattolica. In realtà questo modello si è realizzato con grande fatica. Ha infatti preso piede una recezione più disordinata, legata all’ondata antiautoritaria della cultura dell’epoca, un fenomeno di spontaneismo, che usciva dal progetto di Montini.

Il progetto di Montini viene invece fatto proprio dalla “scelta religiosa” dopo 10 anni e la ricaduta è stato quel piccolo il documento del 1981 «Chiesa italiana e prospettive del Paese».

In che modo il cattolicesimo politico metabolizza questa novità? L’approccio della DC al Concilio fu un po’ imbarazzato. Fu di approvazione perché dal messaggio conciliare arrivava un messaggio che favoriva l’autonomia della politica, ma anche di preoccupazione per il timore che da parte calasse l’investimento sulla DC.

In realtà, l’elettorato cattolico non si discostò molto dalla DC. Minoranze che tentarono altre forme di cattolicesimo politico ci furono (nuova sinistra, cristiani per il socialismo, indipendenti di sx), ma si è trattato di forme che non ebbero grande durata e prospettiva. L’ipotesi del pluralismo dei cattolici rimase solo un’ipotesi.

Si diffuse però l’idea che il rinnovamento del Concilio chiedesse anche un rinnovamento della DC. Prese avvio una linea che chiedeva un ritorno alle origini, per un partito da 20 anni nella «stanza dei bottoni». È una retorica che inizia negli anni ’60 e proseguirà negli anni ’70-’ 80 (idea centrale nella segreteria Zaccagnini).

Le linee esterne che si intrecciavano con questo ragionamento erano, tuttavia, divaricate: le relazioni del 1967 di Gabriele De Rosa e di Sergio Cotta vanno in direzioni opposte. Facciamo un salto di 10 anni e la cosa si ripetè con la Lega democratica e il Movimento popolare.

 

La transizione politica ed ecclesiale degli anni ’80

Il nuovo pontificato di Karol Wojtyla impiega qualche anno a prendere le misure con la realtà italiana. Siamo al discorso di Loreto, allo scontro con i vescovi italiani e alla progressiva correzione di linea. Traspare una chiara sfiducia verso l’intermediazione laicale e la riaffermazione di una posizione unitaria-deduttiva.

Inizia la lenta crisi della DC, una crisi che oggi leggiamo a posteriori per il suo esito drammatico, ma che i contemporanei non vedevano come tale. Per molti contemporanei la DC era una realtà consolidata (Cf. Andreotti: “il potere logora chi non ce l’ha”), si sentivano indistruttibili.

La crisi di legittimazione arriva prima della crisi di consenso. Le ipotesi di rinnovamento si chiudono. L’ultima tra queste è quella dei cosiddetti “esterni”, una parabola numericamente circoscritta. L’ipotesi lanciata da p. Sorge alla fine degli anni ’70 di una ricomposizione del partito cattolico organizzato si riduce a una cosa un po’ movimentista, con un approccio strumentale nei confronti del partito.

Si arriva così al crollo di sistema e il panorama complessivo cambia radicalmente. 

Lo spostamento di consenso nei confronti della DC prende avvio alle elezioni regionali del ’90 con la Lega nord che prende il 20-25% dei voti. L’ipotesi popolare di un nuovo partito che si richiama a Sturzo va letta ancora all’interno della parabola precedente (già allora Gianfranco Brunelli scriveva su Il Regno del PPI come di un partito clerico-democratico). Dopo un anno e mezzo l’ipotesi si spacca, sul tema del nascente bipolarismo politico.

Lo scontro del ’95 mette capo a una soffertissima e drammatica scissione che divide il cattolicesimo. Il Congresso ecclesiale del ’95 non fa che prenderne atto.

 

Tra valori non negoziabili e pluralismo disgregato

Arriviamo così all’epoca del card. Camillo Ruini presidente della CEI, ovvero il tempo della distanza dai partiti, del dialogo diretto con i vertici istituzionali, dell’influenza culturale nella società, dell’unità dei credenti sui «valori non negoziabili».

L’espressione «valori non negoziabili» nasce in questo periodo. La Congregazione per la dottrina della fede fa un elenco di questi valori, con accentuazione dei temi bioetici. Retoricamente questo richiamo a un elenco di punti fermi avrebbe dovuto funzionare da criterio per giudicare: non definitevi troppo ‘cattolici adulti’ altrimenti non siete in linea con questi valori.

Il cattolicesimo politico tende così progressivamente a svanire, sia a destra che a sinistra. Lentamente tutti fanno la scelta di sciogliersi in organizzazioni più grandi e tale scelta chiude una parabola. 

Ma gli uomini e le donne impegnati in politica restano. Se paragoniamo l’incidenza dei cattolici con l’incidenza del cattolicesimo nella società forse risulta più sfumata questa seconda.

Da allora non è mancata una linea nostalgica, con l’ipotesi di recuperare l’identità cattolico-centrista (equidistante, non schierata). Si tratta, tuttavia, di tentativi che non hanno portato a molto, ma continuano a sopravvivere.

Le culture già differenti inglobate nella flessibilità democristiana si distanziano. La DC riusciva, infatti a tenere insieme anche quello che sembrava molto difficile tenere. Fuori da quel contenitore le culture, invece, si differenziano: la componente conservatrice/reazionaria, rafforzata da new entries ex radicali; l’ipotesi liberal-liberista; la linea istituzionale-centrista; la prospettiva di un riformismo radicale.

 

La svolta di papa Francesco e le attuali incertezze

L’avvento di papa Francesco porta una correzione di rotta significativa: Bergoglio sancisce la fine dei «valori non negoziabili»; insiste maggiormente sul ruolo delle Chiese locali e del laicato; pubblica encicliche dai contenuti innovatori; parla della politica con la P maiuscola come costruzione di un popolo nella democrazia; conferma la presa di distanza dalle singole forze politiche.

La mediazione ecclesiale italiana di questa nuova linea è inizialmente un po’ timida. Ma anche al Convegno ecclesiale di Firenze, papa Francesco ai vescovi ha ribadito: «siete grandi».

Anche dal punto di vista politico, c’è stata una scarsa presa in carico di questa svolta e si è assistito a un ulteriore spezzettamento delle culture politiche nella personalizzazione e nelle difficoltà aggregative.

C’è poi una fatica comune degli sconfitti della stagione precedente, degli scontenti dei «valori non negoziabili».

 

Che ne è della differenza cristiana?

Osservando le ultime analisi, sembra di rilevare che l’elettorato che possiamo definire “praticante” tenda ad adeguarsi al panorama generale senza grandi differenziazioni. Questo vuol dire che svanisce la differenza cristiana? Un punto di domanda che resta aperto.

Va inoltre osservato il rilancio del linguaggio religioso da punti di vista francamente esterni (ad esempio il caso della Lega di Salvini), che fanno ricorso a simboli e a linguaggi, ponendo un problema che dovrebbe essere in primo luogo ecclesiale e pastorale.

Chiudendo (in modo aperto), pare di intravvedere i sintomi della fine di un’epoca, ma anche condizioni ancore aperte e opportunità presenti.

Ma per una ripresa significativa di esperienze di servizio al bene comune ci vogliono delle condizioni che sono piuttosto radicali.

Gabriella Zucchi

Giornalista

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