«Penso che la politica e i media sottovalutino la questione. L’opinione pubblica viene orientata all’Ucraina, alla cosiddetta invasione degli immigrati, ma anche alla pubblicità del cibo per gatti. Vengono così nascosti gli squilibri di fondo e i ritardi del nostro Paese». A riferirlo è Pierluigi Ciocca alla terza giornata dell’incontro camaldolese della rivista Il Regno «La “terza questione cattolica”. La Chiesa, i cattolici e l’Italia». Nel suo intervento il banchiere ed economista ha voluto evidenziare che «economia, Stato e società civile» sono tre piani che devono essere «collegati» tra loro. 

 

Dai tempi di Cavour, mai l’economia così male

Nei tempi di pace mai, sin dal tempo di Cavour, l’economia italiana è andata così male per un tempo così a lungo. È ferma da oltre 20 anni. Il reddito pro-capite degli italiani è lo stesso di 20 anni fa. Allora era sopra la media europea, oggi è al di sotto del 15%; del 30% rispetto a quello della Germania.

Nei conti con l’estero siamo in pareggio, sia nel saldo della bilancia dei pagamenti, sia nel saldo di parte corrente tra i crediti e i debiti verso l’estero, privati e pubblici. Però questi pareggi non provengono da un progresso di efficienza del made in Italy, ma dalla debolezza della domanda interna che contiene le importazioni. Questa fiacca della domanda interna sollecita le imprese italiane a esportare.

La disoccupazione è diminuita ma è al di sopra del 7%, il doppio nel Mezzogiorno. L’economia del Sud è tornata a peggiorare.

 

Il debito e l’inflazione

Il debito pubblico è al 140% del PIL, sui picchi europei. Il debito privato è relativamente basso – 65% del PIL – ma solo perché le imprese hanno investito poco e le famiglie hanno consumato poco.

L’inflazione: attribuisco l’inflazione internazionale agli USA, agli inizi del 2021, perché le amministrazioni Trump e Biden hanno speso troppo. Ma tutto ciò è avvenuto prima della guerra in Ucraina.

Le consorelle banche centrali FED e BCE hanno contrastato l’inflazione con colpevole ritardo e con scarsa efficacia ed effetti recessivi evitabili. L’inflazione erode salari, pensioni e risparmi da tre anni, innalza il costo del denaro e fomenta la speculazione.

 

I tre motori dell’economia

I tre motori fondamentali che alimentano il progresso di una economia sono fermi da vent’anni. Si tratta dell’accumulazione del capitale, della domanda effettiva, della produttività

Il beneficio dell’euro, che è un’ottima moneta, è stato dissipato: vent’anni di tassi d’interesse bassi, prezzi stabili, integrazione commerciale e finanziaria con l’Europa.

 

Una chiamata di correo

Io sottopongo le imprese italiane, lo Stato italiano, la società civile a una chiamata di correo.

Le imprese hanno ridotto gli investimenti. Da vent’anni non innovano. Perché non hanno innovato? Perché per queste imprese italiane facili profitti erano accessibili senza investire e senza innovare. Investire e innovare è costoso e rischioso e le imprese italiane hanno deciso di non farlo. Derivavano dal cambio deprezzato dell’euro che ha aiutato le esportazioni, dal salario congelato dopo l’accordo Ciampi-Trentin del 1993, dall’oscena evasione delle imposte, dai contributi a profusione ricevuti dallo Stato, dai sovraprezzi lucrati nei contratti con le pubbliche amministrazioni. 

I governi, spesso tecnici, non hanno fatto quanto l’economia italiana avrebbe richiesto, in particolare: risanare i conti pubblici; investire in infrastrutture; concentrare gli investimenti nel Mezzogiorno; modernizzare il diritto dell’economia; imporre concorrenza; redistribuire gli averi da chi ne ha di più a chi ne ha di meno; opporsi allo stile tedesco nel gestire l’economia europea.

Gli investimenti pubblici sono fondamentali perché attivano la domanda: a proposito di questo piano di ripresa e resilienza si sente parlare solo di ritardi, di problemi, ma avrebbero dovuto puntare su poche grandi tranche di investimenti come la sanità, la messa in sicurezza del territorio, l’istruzione e la ricerca. Invece il piano si è frantumato in mille rivoli. 

 

La sperequazione distributiva

Circa la distribuzione del reddito e della ricchezza nel nostro Paese, molti economisti hanno capito che una distribuzione del reddito sperequato è antieconomica, perché gli italiani che percepiscono redditi più bassi non possono contribuire al progresso del Paese.

Una vergogna italiana è la povertà assoluta. L’ISTAT stima in 6 milioni di persone coloro che vivono in Italia con poche centinaia di euro al mese. A questi vanno aggiunti 150mila immigrati reclusi in campi di concentramento con filo spinato.

Di costoro, 2 milioni non possono lavorare, perché sono troppo giovani o troppo anziani. I restanti 3,5 milioni spesso non sono nelle condizioni né professionali, né fisiche, né psicologiche per cercare lavoro, là dove ci sono ancora 2 milioni di disoccupati da impiegare.

Il reddito complessivo annuo delle persone in povertà assoluta è stimato in 24 miliardi di euro, ben al di sotto della soglia convenzionale della povertà, che è prossima ai 30 miliardi. Vogliamo far superare a costoro tale la soglia con una qualche certezza? Nell’ipotesi estrema in cui nessuno trovi lavoro, affinché la soglia sia varcata con certezza il reddito dei poveri dovrebbe salire da 24 a 33 miliardi. 9 miliardi di sussidi statali sono pari allo 0,5% del PIL. Si tratta di molto poco. 

L’evasione fiscale, di imprese e autonomi, è sui 100 miliardi. I contributi alle imprese, non sempre giustificati, superano 50 miliardi. Su forniture, appalti e concessioni le imprese lucrano rendite. Nell’insieme i “regali annui” dello Stato ai profitti non sono lontani dal 10% del PIL, eccedono ampiamente il sostegno che occorrerebbe per i poveri.

 

Il problema demografico

Molti demografi sostengono che il problema italiano è demografico: troppi vecchi e pochi bambini. Io dissento. Gli immigrati compensano, almeno in parte, le carenze della forza lavoro. Le donne italiane possono contribuire maggiormente al lavoro. Penso che gli italiani possano capire che la migliore assicurazione per la vecchiaia, oltre alle badanti e alle case di riposo, sono i figli.

Gli anziani – persino i 4,5 milioni di ultraottantenni – godono mediamente di buona salute e mandare la gente in pensione a 60 anni non ha senso. Inoltre, esprimono una composizione dei bisogni e dei consumi diversa da quella del resto dei cittadini e, quindi, sono una scintilla della crescita.

 

Le eredità dei nonni

Semmai il problema non sono i vecchi, ma i giovani. Anni fa un premio Nobel dell’economia, Edmund Phelps, concluse il suo soggiorno al Servizio Studi della Banca d’Italia dicendo che i giovani italiani si considerano già tanto ricchi da non impegnarsi nelle attività produttive. Ciò a differenza dei loro nonni, che dovettero vivere un dopoguerra di ristrettezze da cui fuoriuscirono con il lavoro. Il dato comunque è chiaro. Il patrimonio privato degli italiani è notevolissimo, si aggira sui 10mila miliardi di euro. È pari a otto-nove volte il reddito disponibile e una decina di volte il consumo di un anno. Eccede di gran lunga il debito pubblico che pure erediteranno, prossimo ai 3mila miliardi. Su base netta il lascito è ampiamente positivo. Speriamo che i beneficiari sappiano farne buon uso.

Gabriella Zucchi

Giornalista

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