Per accostarsi all’attuale «questione cattolica» dal lato dei cambiamenti culturali in atto il prof. Adriano Fabris, a conclusione della terza giornata (7 ottobre 2023) del percorso di studio che Il Regno e la Comunità di Camaldoli hanno organizzato nel monastero casentinese, ha innanzitutto focalizzato tre aspetti della «mentalità comune contemporanea» (nel senso di «quei modi di pensare e indicazioni di comportamento che risultano condivisi da una specifica comunità» e che perciò raramente sono messi in discussione). 

 

Tre modi di pensare condivisi

Il primo aspetto: «l’interpretazione della modernità come ipermodernità, nel senso dell’individuo autocentrato, curvo soprattutto su di sé». Il secondo: la contemporanea «esaltazione della fragilità di questo individuo», la sua esibizione e la dipendenza, nell’esibirla, dal giudizio altri, fino alla «disponibilità di questo individuo autocentrato, proprio perché fragile, a subordinarsi a qualche istanza riconosciuta più potente di lui», come quella tecnologica o quella incarnata da un leader. Il terzo aspetto: la totale disponibilità di tale individuo, al fine di raggiungere una qualche forma di felicità, «a perdere la propria indvidualità», estremizzandola attraverso rivendicazioni (dei propri gusti, delle proprie specificità, persino delle proprie intolleranze alimentari) che alla fine sono comuni a tutti. «E così l’effetto dell’esaltazione delle differenze individuali è paradossalmente quello dell’indifferenza, dell’appiattimento di ciascuno su ogni altro: tutti uguali in quanto tutti diversi».

 

Nel mondo ma non del mondo: il giusto equilibrio

Dopo aver adeguatamente approfondito ciascuno di questi tre aspetti e del loro reciproco intrecciarsi, Fabris ha esplorato come essi si riflettono sui modi in cui viene pensato e letto oggi il Vangelo da parte di moltissimi fedeli della Chiesa italiana. Ovvero: «In che modo la Chiesa interagisce oggi con questa mentalità? In che modo si confronta con i cambiamenti culturali in atto? In che modo, tenendo conto di tali cambiamenti, è stata posta e si continua a porre una “questione cattolica”?». Domande calate nella consapevolezza che il problema che la Chiesa deve costantemente affrontare è quello di «mettere in opera il giusto equilibrio tra l’ulteriorità rispetto al mondo del messaggio di salvezza che al mondo viene proposto e il fatto che tale messaggio, per essere annunciato la mondo, nel mondo deve venire calato». Un problema di equilibrio tra due esiti estremi ed entrambi problematici: un’assolutizzazione dell’alterità del messaggio tale da comportare il disinteresse del mondo o un suo assorbimento od omologazione che trasforma l’annuncio della salvezza in un’opzione tra le altre, rendendolo irrilevante.

 

La Chiesa che interagisce con questa mentalità

L’oscillazione fra questi due poli estremi è visibile nei modi in cui nella mentalità comune sono state interpretate negli ultimi due secoli la dottrina e l’opera della Chiesa. E anche oggi, rispetto ai tre aspetti di tale mentalità che ha esemplificato, Fabris mostra come nella cultura cattolica contemporanea si oscilli fra contrapposizione e acquiescenza. La rivendicazione dei vari diritti viene accolta come legittima, ma senza avvertire che certe caratteristiche di fragilità e debolezza «sono considerate oggi valori da esibire, non già aspetti da emendare; e dunque chi le incarna non chiede aiuto o, spesso, crede di potersi guarire da sé stesso». L’esaltazione di un leader pare compatibile in un contesto gerarchico come quello istituzionale della Chiesa, ma «non si tiene dell’autonomia che ciascuno oggi rivendica nella formulazione delle proprie opinioni» al punto che «la religione cattolica  è considerata sempre di più», anch’essa, «come una “religione fai da te”». E anche l’imporsi nella nostra cultura occidentale della dimensione dell’uguaglianza – una dimensione originariamente cristiana – non si può che salutare con gioia. «Ma il rischio è che essa venga intesa, persino all’interno delle comunità cristiane – al modo dell’omologazione». E così «anche l’identità cristiana non ha più senso di essere».

 

La giusta mediazione

Le riflessioni conclusive di Fabris si sono appuntate sulle forme della presenza cattolica nella società nello specifico, complesso contesto che egli ha delineato. La sua proposta «è quella di attivarsi per una giusta mediazione». E ha spiegato: « “Mediazione” significa lavorare per una sintesi il cui le varie posizioni siano tutte quante rappresentate, in un giusto equilibrio» che «esclude sia la polarizzazione e la contrapposizione dei punti di vista, tutti di solito ritenuti compresenti con lo stesso valore nell’agone mediatico, sia l’imposizione di un unico punto di vista sugli altri, per motivi di autorità o di egemonia culturale». È la mediazione «tra alterità del messaggio di salvezza, per quanto riguarda la sua origine, e mondo a cui questo messaggio si rivolge», vale a dire «tra differenza e relazione», e deve essere esercitata «agendo in contropiede: accettando cioè di giocare nel campo del mondo ma spiazzando il mondo sia con il pensiero sia con le opere, in quanto entrambe, nell’abito del cattolicesimo, sono motivate da un’stanza ulteriore». Ciò può essere fatto «grazie al recupero della struttura della fede e del vero significato, su di un terreno religioso, del verbo “credere”», che non equivale ad avere un’opinione. «La fede quella sporgenza rispetto al mondo che permette al cristiano di essere quello che è. Garantisce la “sporgenza cristiana”».

Mocellin

Guido Mocellin

Giornalista

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Share via
Copy link
Powered by Social Snap