Questa settimana lascio lo spazio dell’«Indice del Sinodo» a una «provocazione laica» propostaci da Riccardo Cristiano. Buona lettura (M.E. G.),

Oggi non è in ritardo

Stavolta non credo si possa dire che la Chiesa sia in ritardo due secoli. Il Sinodo in corso arriva in un momento in cui in tutto il mondo le identità sembrano volerci portare a una totale lacerazione, alla rinuncia della stessa idea di poter o voler vivere insieme. Un’assemblea che unisce persone di ogni parte di un mondo così lacerato allora non può che sorprendere. Per questo devo moltissima gratitudine ai cinque cardinali autori dei «dubia», che negano ogni dubbio, rendendo evidente il confronto che mi coinvolge, quello tra monismo e pluralismo. Per loro l’identità è un muro immodificabile e invalicabile. L’idea che la Chiesa cattolica, così come ce la presenta Francesco, sia pluralista e lo sia proprio ora che la cultura a cui credo di appartenere, quella del secolarismo europeo, sta perdendo la capacità di essere pluralista non può che rendere questo momento cattolico per me affascinante. Dovrei dire che noi «laici» europei «stiamo tornando monisti», visto che all’origine della nostra esperienza ci fu l’illusione che come la legge di gravità scoperta dalla scienza è universalmente valida, anche le nuove scienze sociali avrebbero presto saputo scoprire la ricetta universale della felicità. 

 

Una Chiesa pluralista

Dunque nessuno può essere presuntuoso in materia, e io penso che se avremo un’altra globalizzazione, esigenza più urgente di mille altre urgenze, una globalizzazione non omogenizzante, ma poliedrica, per riprendere il termine bergogliano, sarà grazie al processo che questo Sinodo avvia. 

La mia idea ha cominciato a chiarirsi quando ho capito che il vero incubo dei tradizionalisti cattolici è quello dell’unità dei cristiani. In questo saranno certamente concordi con gli altri tradizionalisti, che rifiutano di vedere che la tradizione muta, perché ha la dinamica della verità. Ma i cristiani non sono solo nelle loro Chiese e questo sarà più chiaro se consideriamo che accanto all’influenza della religione sui popoli c’è anche quella dei popoli sulle religioni. Infatti l’apogeo degli uni coincide con l’apogeo delle altre, e altrettanto vale per i momenti bui. Gli apogei, a me sembra, coincidono con l’apertura, quella che fu chiamata tolleranza, i momenti bui con l’intolleranza. È per questo che una Chiesa universale e sinodale è pluralista, perché i popoli sono una pluralità di culture, che influiscono diversamente sulla medesima religione, ma la dimostrata capacità del cristianesimo di modernizzarsi è derivata in gran parte dalla trazione delle società europee nei suoi confronti. Dunque anche gli europei esterni alla Chiesa hanno contribuito. 

 

Identità differenziate

Non voglio soffermarmi «da esterno» sul confronto e le tematiche sinodali, ma dire che da laico, europeo e battezzato non sono un estraneo a esso. Immagino due cattolici di spazi diversi, uno del Corno d’Africa e uno europeo e il loro rapporto con le scienze, la democrazia, o con la convivenza prematrimoniale, tutte cose che nel corso del tempo hanno cambiato il cristianesimo e il cattolicesimo in Europa per via dell’influenza del cammino e dell’esperienza di questi popoli sulla loro religione: è normale che il loro rapporto con ciò possa non coincidere, pur essendo entrambi convinti che ogni essere umano è creato a immagine e somiglianza di Dio. La probabile diversità deriva dal tempo in cui questi due cattolici vivono e ne differenziano le complesse identità, perché il tempo, pur facendoci vivere nello stesso anno, ci fa vivere in tempi diversi, perché le lancette del «progresso» – o dell’«eccesso» – non corrono alla stessa velocità ovunque nel mondo. 

 

Secolarizzati, interlocutori

Dunque la comprensione della verità di fede, oltre a essere mutata nel corso del tempo, muta anche nell’oggi, che è fatto di tempi diversi, come è ovvio davanti a culture e contesti diversi: l’idea imperiale e tradizionalista che ieri si voleva universale era dunque ideologica, non le subentrerà un «ideologismo progressista» altrettanto imperiale. Ma non entro nei temi sinodali, osservo che noi battezzati che ci siamo allontanati o secolarizzati dovremmo essere interlocutori: Gesù ha fatto molto di più, ha parlato con la samaritana, donna dunque e samaritana. I battezzati che si sono allontanati andrebbero dunque cercati, perché esprimono una parte della complessa identità europea che ha in passato contribuito a cambiare il cristianesimo europeo. 

Guardando al passato, non al presente, mi sembra di poter dire che l’Europa secolarizzata – ad esempio – ha aiutato la Chiesa a riconoscere la democrazia repubblicana come un’amica e non più il contrario. Dunque questa Europa secolarizzata era fatta anche da amici, o comunque da post-credenti che non sempre hanno scelto altro, ma rifiutato ciò che era superato, e infatti poi rifiutato dalla dottrina del Concilio.

 

«Tutti siano uno», non «uno è tutti»

Non ho mai rinnegato la religione dei miei avi, trovo la Chiesa di Francesco frequentabile, rifiuto in radice l’idea che esistano false credenze e quindi false umanità. Se questo è quel che pensano anche altri secolarizzati, magari battezzati, non potremmo essere cercati come post-credenti che potrebbero, nell’umano desiderio di essere incantati, essere considerati da una Chiesa meno innamorata del Medio Evo e più aperta alla modernità? 

Nell’oggi europeo anche i secolarizzati mi appaiono alla ricerca di una loro identità. Ho visto molti leader di altre confessioni cristiane, anche di quelle non calcedoniane, presenti in piazza San Pietro per la preghiera per il Sinodo sulla sinodalità dei loro fratelli cattolici. Quelle presenze a mio avviso accantonavano l’idea di «Chiese eretiche», ma riconoscevano Roma come luogo di possibile coordinamento se, riscoprendosi sinodale all’interno della sua universalità, superasse l’illusione monista, quella per cui si comunica ovunque nella stessa lingua, con lo stesso abito, sotto un’unica norma per tutto e su tutto, e quindi si offrisse come luogo di coordinamento delle arricchenti diversità cristiane. Fare in modo che tutti siano uno non vuol dire che uno è tutti. 

 

Un’identità plurale all’Europa

Questa nuova cristianità, sinodale tra le sue coordinate diversità, non potrebbe chiudere le porte «all’altro da sé», cioè al resto dell’umanità, credente o non credente, ne sono sicuro. Ma penso che per contribuire a ridare un’identità a questa Europa oggi in una drammatica crisi d’identità, il cristianesimo europeo, plurale, debba capirsi e coinvolgersi anche con noi, i battezzati secolarizzati, ponte con ampia parte di un’Europa che non può essere ritenuta nemica. 

Ma per il domani io temo un’influenza dei popoli europei, del loro serrarsi in chiuse paure, sulla loro religione. Siamo usciti dall’apogeo europeo, la spinta propulsiva del Vecchio Continente si è esaurita. Allora, presumendo la disponibilità a considerare che ogni identità è plurale, non andare al di là dei confini ecclesiali per tornare a parlare a tutta l’Europa che non ha una sola identità, religiosa, etnica, culturale, può diventare una negazione d’aiuto da parte della Chiesa.

 

Incantati di nuovo

Se si liberasse della paura delle donne e degli omosessuali, troverebbe a mio avviso un pezzo di società secolarizzata che vuole essere incantata di nuovo; non interessa? Porterebbe una sfida ulteriore, certo. Può essere accolta? 

Se le identità tornano assolute, totali, cosa ci resta oltre all’eliminazione delle altre? La vicenda personale del grande scrittore franco libanese Amin Maalouf mi sembra emblematica: cristiano, ma arabo, oggi egli è il segretario della Accademia francese, quindi ufficialmente è il custode della lingua francese, che però non è la sua lingua madre. Affascinante, no? Ma pochi ci pensano a questo segno importantissimo per tutti: ci sono le guerre, nelle quali torniamo tifosi ansiosi di non sapere, non capire, come probabilmente accade sempre se qualcuno crede davvero in un qualsiasi «Deus Vult». 

Riccardo Cristiano

Vaticanista

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