Commento alle letture per la liturgia della XXIX domenica del Tempo ordinario

Is 45,1.4-6; Sal 95 (96); 1Ts 1,1-5b; Mt 22,15-21

dalla Rubrica de Il Regno La Parola in cammino

Il testo evangelico di questa domenica è ambientato a Gerusalemme, dove Gesù offre i suoi insegnamenti e dove l’attrito con le realtà politiche e religiose del mondo ebraico di quel tempo si fa sempre più forte. A interrogarlo, secondo il testo, sono dei farisei e degli erodiani e il tema in questione è la sua posizione nei confronti del dominatore di turno: l’impero romano.

Che degli erodiani siano insieme a dei farisei, in realtà, storicamente non è molto probabile, dato che i due gruppi avevano posizione politiche molto diverse. I primi, infatti, erano sostenitori di Erode Antipa, allineati con il potere romano, cosa che invece non si può dire dei farisei, che più volte avevano manifestato la loro intolleranza al dominio di turno. I due gruppi vengono comunque messi insieme, successivamente, da Matteo per presentare una questione che riguardava tutti, nessuno escluso.

Si trattava infatti della tassa pro capite, chiamata in latino census, che ogni abitante della Giudea, Samaria e Idumea, uomo o donna, schiavo o libero, in età tra i 12-14 e i 65 anni, doveva pagare ai Romani. La moneta dovuta doveva corrispondere a un denaro d’argento (più o meno la paga quotidiana di un operaio) ed essere di valuta corrente. All’epoca, infatti, vi era una netta distinzione tra il denaro che serviva per le offerte al Tempio, che non doveva avere nessuna immagine impressa, e le monete utilizzate per gli scambi di ogni altro tipo che portavano l’immagine dell’imperatore; nel nostro caso la moneta doveva portare la seguente scritta: «Tiberius Caesar Divi Augusti Filius Augustus Pontifex Maximus» (Tiberio Cesare, augusto figlio del divino Augusto, sommo sacerdote).

La domanda è dunque questa: «È lecito, o no, pagare il tributo a Cesare?». È, come si è detto, una domanda che pone una questione politica, che nella storia del cristianesimo successivo potrebbe essere riformulata così: in che misura il proprio credo religioso può o deve incidere sulle relazioni con l’autorità civile? Al di là del pagamento della tassa pro capite e di quanto questa tassa fosse o meno eccessiva e ingiusta, la risposta del Maestro sembrerebbe porre una distanza tra quanto riguarda la relazione con il potere politico e quanto riguarda la propria relazione con Dio.

Ma è davvero così che va intesa la risposta «Date a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio»? In che modo l’essere un cristiano (si dovrebbe aggiungere «credente») incide nei confronti della realtà politica in cui vive? A me sembra che in quel «date a Cesare quel che è di Cesare» non ci sia un’affermazione di disinteresse o di rinunciataria sottomissione alla realtà politica del momento, quanto piuttosto un invito a non divinizzarla o assolutizzarla.

E tutto questo è possibile se, dall’altra parte, si dà «a Dio quel che è di Dio», ovvero si ha ben chiaro l’orizzonte ultimo del nostro «esserci» in questo mondo. Al contrario, quindi, di quanto sembrerebbe a prima vista, è proprio il «dare a Dio quel che è di Dio» che pone il giusto rapporto con «quel che è di Cesare», ridimensionandolo e collocandolo nella giusta prospettiva.

Il credente è chiamato a «riconoscere» «Cesare» per quello che è (cioè non un dio) e ad agire nei suoi confronti a partire da una visione ben più ampia e valoriale, che gli permetta in primis di scardinare qualsiasi assunto «ideologico/assolutistico» e, conseguentemente, di collocarsi nella realtà che vive impegnandosi nel perseguimento di quei valori che lo caratterizzano proprio come credente.

Tra gli erodiani, che pensavano unicamente a salvare sé stessi facendosi complici del tiranno di turno, e i farisei, che speravano in una liberazione – anche armata – dal potere romano, Gesù offre un principio di discernimento e di azione che apparentemente può sembrare remissivo, quasi di accettazione di uno status quo, ma che di fatto può essere compreso in tutta la sua carica rivoluzionaria. Il «dare a Dio quel che è di Dio» lo porterà a lasciarsi consegnare nelle mani dei Romani, ma sarà proprio quella consegna di sé la sconfitta di quest’ultimi, una sconfitta profonda i cui effetti risuonano ancora oggi: colui che volevano togliere di mezzo parla ancora, il suo sangue «è più eloquente di quello di Abele» (Eb 12,24) e il suo insegnamento permane e attende di essere declinato nelle scelte valoriali che la realtà del nostro «oggi» ci presenta.

Ester Abbattista

Biblista

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